L'espansione della Riforma e la concentrazione del papato seguono dunque la medesima legge; agendo e reagendo l'una sull'altro coll'infallibile precisione della storia. Così tutti i mutamenti italici non sono determinati e non diventano intelligibili che coll'interpretazione del grande moto germanico propagato a tutta Europa.

Il Piemonte ricostituito dal trattato di Castel-Cambrésis, malgrado l'occupazione delle città, che la Francia vi si riserbava per gelosa diffidenza, ridiventa lo stato più importante e appunto per questo più contrastato d'Italia. Emanuele Filiberto vi fonda una milizia nazionale e l'università di Mondovì, vi arma fortezze mirando sempre ad ottenere lo sgombro delle truppe francesi e in parte riuscendovi per le nuove strettezze di Caterina dei Medici alle prese cogli Ugonotti. Carlo Emanuele suo successore, soldato egualmente valoroso e politico forse di maggior accortezza, si appoggia alla Spagna sposando Caterina figlia di Filippo II, occupa il marchesato di Saluzzo, l'ottiene dal trattato di Lione (1601) cedendo alla Francia alcuni luoghi di là dal Rodano; quindi, trascinato dal trattato di Brosolo (1610) nel fantastico disegno di Enrico IV, che vorrebbe partire l'Europa in quindici stati confederati dando il reame di Napoli alla Santa Sede, il Milanese a Venezia e il Monferrato al duca di Savoia col titolo di re di Lombardia, risogna il regno d'Italia. Ma questo ultimo sogno invece di sorgere dalla storia italiana, vi deriva da una combinazione francese subordinata alla politica imposta dalla rivoluzione della Riforma alla rivalità della Spagna e della Francia, e fallisce contro tutta la tradizione federale della penisola. L'insidia tesa da Carlo Emanuele a Genova con Vachero, bandito cresciuto alla scuola del Machiavelli, conclude alla vergogna dell'uno e alla morte dell'altro; poco dopo il pugnale di Ravaillac, colpendo Enrico IV, lascia il duca di Savoia esposto a tutte le reazioni provocate dall'immaginoso trattato di Brosolo. Carlo Emanuele resiste nullameno con destrezza pari al coraggio, e, pacificata la Spagna, spinge la temerità sino ad invadere il Monferrato rimasto deserto alla morte di Francesco Gonzaga duca di Mantova. La guerra, che ne segue fra il Piemonte solo e la Spagna, rivela tutta la crescente vitalità del giovane stato e l'ammirabile destrezza del suo sovrano.

La morte improvvisa di questo a Savigliano, mentre la Spagna si acconciava a spartire con lui il Monferrato e il duca di Nevers veniva chiamato alla successione di Mantova, pur riaccendendo più vasta guerra e richiamando i francesi nella Savoia, non porta seco la fortuna del futuro regno. Vittorio Amedeo I può ancora gettarsi con uno dei soliti voltafaccia dalla parte di Francia per ricuperare alla pace di Cherasco (1631) quasi tutti i propri dominii, e più tardi nel trattato di Rivoli (1635), rimasto poi inutile, molte speranze del trattato di Brosolo.

In tutto questo tempestoso periodo la condotta dei duchi di Savoia, inspirandosi alla più classica duplicità italiana, cede meravigliosamente a tutte le ondulazioni della politica europea, mentendo e tradendo secondo la strategia di una politica, che reclama l'antico regno longobardo per ottenere qualche terra sulla via di Milano e di Piacenza. Quindi il Piemonte italiano, sviluppandosi a carico della Savoia francese, muta con avventurato e faticoso processo i propri duchi da portinai d'Italia nei capi più importanti della penisola. La fortuna della loro casa, così povera di significato al tempo degli Scaligeri e dei Visconti, non accenna ancora chiaramente al proprio glorioso futuro, ma supera già quella dei Medici e dei Farnesi decadenti fra l'immobilità di Venezia, la servitù di Milano e l'isolamento della chiesa. La vitalità del nuovo stato è tanto forte che la guerra civile fra Cristina, duchessa reggente nella minorità di Carlo Emanuele II, e gli zii Maurizio e Tommaso, malgrado le invasioni di questi ultimi alla testa di truppe spagnuole vittoriose dappertutto, e le insidie di Richelieu inteso a confiscare il Piemonte, non basta a sopraffarle; e alla morte di Richelieu e di Olivarez, supremi ministri di Francia e di Spagna, Cristina riacquista nel 1645 tutto lo stato meno Pinerolo, confittovi sempre nel cuore come un giavellotto francese.

Quindi il Piemonte rimane solo all'avanguardia della storia politica italiana.

Milano, immobile sotto il dominio spagnuolo, progredisce invece socialmente riversando nell'industria, nei commerci e nelle scienze quell'attività che una volta l'aveva alzata al grado di seconda Roma; la nuova grande famiglia dei Borromei non vi ha più che le virtù compatibili in uno stato soggetto, con una santità tutta moderna colorata di filantropia. Venezia inerte in Italia e sempre più respinta dall'oriente, malgrado la splendida e purtroppo inutile vittoria di Lepanto, perde a uno a uno tutti i propri stabilimenti senza nemmeno sospettare che Cristoforo Colombo e Vasco di Gama, aprendo al commercio nuove vie e nuovi mondi, l'abbiano inappellabilmente condannata a morire in un'agonia di due secoli. Quindi la contesa con Roma pei limiti imposti alle ricchezze del clero e per il processo di due preti colpevoli di reati comuni avocato al tribunale supremo della republica contro ogni immunità ecclesiastica, la sorprende nel 1601 secondo la legge della reazione cattolica che colpisce tutti gli stati. Ma Venezia fedele alle proprie tradizioni e forte ancora nella terribile libertà aristocratica del proprio governo respinge le nuove pretensioni di supremazia politico-religiosa, colle quali Roma vorrebbe imporsi a tutti i governi cattolici. Invano Paolo V irritato dal Ridotto Mauroceno, specie di libera accademia, nella quale i più dotti spiriti del tempo si accoglievano sotto la protezione della Serenissima a discutere ogni novità della scienza, e penetrato della necessità del proprio dispotismo ideale contro l'invasione del protestantesimo, minaccia tutti i rigori dell'interdetto. Paolo Sarpi, il grande servita, sorge a difendere la republica, opponendo tradizione cattolica a tradizione cattolica, scienza romana a scienza romana, fulminando il papa senza entrare nel campo ribelle della Riforma. La battaglia disonorevole per Roma, sospettata di aver ricorso più volte al ferro di sicari contro il suo indomabile avversario, onorevole pel governo veneto per fermezza di condotta, è gloriosa per il pensiero italiano, che al di fuori e al disopra della Riforma trova l'emancipazione dal romanesimo segnando i limiti del diritto e dell'azione fra la chiesa e lo stato moderno. Paolo Sarpi è il Lutero d'Italia, quale doveva nascere e atteggiarsi nella terra classica dell'incredulità. La sua Storia del Concilio di Trento è forse il capolavoro più originale del suo secolo per la penetrazione di una critica e la calma di una ragione capaci di giudicare cattolicismo e protestantismo nell'istante medesimo che la loro contraddizione, sconvolgendo tutte le coscienze, rinnovellava la storia d'Europa. Roma dovette cedere e confessare con questa prima sconfitta che la nuova formula della sua monarchia papale non bastava nemmeno a contenere tutto il principio cattolico.

Ma questa vittoria non rianima Venezia. La congiura del duca di Ossuna, vicerè di Napoli, risognante per Filippo III di Spagna il sogno di Enrico IV in una conquista d'Italia, soffocando Venezia con una sollevazione e riducendola come Milano a provincia spagnuola, fallì per l'oculatezza dei Dieci e la feroce energia di una pronta repressione; ma questo terribile tribunale, ultimo rappresentante dell'epoca dei tiranni, era così antiquato esso medesimo da cadere all'indomani del trionfo sopra una semplice mozione.

Ma Venezia senza il consiglio dei Dieci è un corpo senza capo, un governo senza unità e senz'idea. Alla grande regina dei mari, così superba della propria corona di castelli e così maestosa sotto il proprio manto di marmi, non rimane più che la maschera di un eterno carnevale per nascondere invano a se medesima la rapida decrepitezza del proprio volto già sfolgorante di impassibile bellezza fra le più tenebrose tempeste.

A Firenze l'ultimo avvenimento politico è il titolo di granduca concesso arbitrariamente da Carlo V a Cosimo I e al successore di questo confermato poi da Massimiliano II per la somma di 100,000 ducati. La resistenza fiorentina alla reazione romana non ha però nulla dell'altezza e dell'originalità veneziana, giacchè se Galileo vale più Sarpi, Firenze questa volta scende troppo al disotto di Venezia lasciando torturare il grande astronomo e rilegandolo, sgherra del pontefice, in Arcetri, cieco di dolore. Lucca, obliata dalla storia, attesta appena la propria vita soffocando nel 1594 la congiura degli Antelminelli; Mantova, passata sotto il ramo francese dei Gonzaga, si cangia in una Pompei animata solamente da un'orgia inesauribile; Modena, ultimo riparo della famiglia d'Este, deve l'esistenza alla propria mancanza di significato; Parma, ducato sorto dal nepotismo dei papi e mantenuto dall'eterna rissa fra Spagna e Francia, insufficiente al genio militare della propria dinastia, offre a Filippo II in Alessandro Farnese il più grande generale del secolo, il solo capace di lottare contro l'eroismo di Guglielmo d'Orange.

La rivoluzione di Masaniello a Napoli nel 1647, quando i protestanti trionfano colla pace di Vestfalia, e l'Olanda ha imposto alla Spagna il riconoscimento della propria republica, e l'Inghilterra ha imprigionato l'ignobile Carlo I, e il Portogallo si è sottratto alla Spagna, e i francesi preparano contro Mazzarino la rivolta della Fronda, sembra accordare all'Italia la data di una vera rivoluzione. Ma il tumulto, provocato dall'esazione della nuova gabella sulla frutta, non arriva a disciplinarsi sotto alcuna idea. Masaniello, reso pazzo dalla nuova parte di vicerè, che la demenza della plebe e l'astuzia dei grandi gl'impongono, è in pochi giorni acclamato, trucidato, trascinato cadavere per le vie, venerato come un santo; quindi la sommossa si acquieta all'apparizione del naviglio spagnuolo, malgrado l'intervento del duca di Guisa accorso da Roma col sogno di una seconda conquista alla maniera d'Angiò. Nessuna provincia d'Italia credette allora alla rivoluzione di Napoli troppo vantata in seguito dagli storici per patriottismo rettorico: Milano non s'accorse del moto, una guerra d'indipendenza contro la Spagna non passò per la mente di alcuno. Il popolo napoletano invocò il duca di Guisa all'ultima ora, sognando con mobilità meridionale di mutare piuttosto padrone che d'emanciparsi: la dominazione spagnuola non ne fu scossa, perchè l'Italia insorgendo avrebbe dovuto abbandonarsi al papa, o sottomettersi al Piemonte, o darsi alla Francia, alterando le condizioni normali della propria servitù senza giungere alla libertà.