L'antagonismo fra gli stati soggetti o indipendenti della penisola impediva loro ogni accordo necessario di guerra: una sollevazione di tutte le città e delle campagne, come in Olanda, non poteva esservi prodotta che da una contraddizione ideale come quella della Riforma col cattolicismo. Infatti nemmeno la Sicilia, per la sua qualità di isola più idonea a mostrarsi compatta e a mantenersi costante nella rivolta di Alessio Battiloro, vi mise un concetto politico. L'irritazione contro le gabelle vi produsse col medesimo trambusto la stessa strage senza disconoscere il governo spagnuolo; il partito ghibellino dell'aristocrazia, ostile al partito guelfo del popolo come a Napoli, giovandosi dell'insulsa vanità dei due capi, potè scatenare contro di essi la furia imbecille della plebe. Masaniello ed Alessio, un pescatore e un battiloro, senza carattere e senza ingegno, ancora più ignari che inconsci del proprio operato, danno la misura del valore politico d'Italia in un'epoca così splendida in Europa per grandezza di rivoluzioni e di rivoluzionari. Mentre il pensiero italiano si affermava, nella trionfante resistenza di Paolo Sarpi, nell'eroica prigionia di Tommaso Campanella, nel sublime martirio di Giordano Bruno, le rivoluzioni italiane non provocavano che tumulti di piazza disonorati da inutili saccheggi, insanguinati senza battaglie, guidati da capitani, cui una mantellina di seta, o una pensione di 1000 scudi facevano girare la testa. L'aristocrazia contenta di una servilità consolata da privilegi d'ogni sorta non era più che una corporazione contrassegnata da stemmi: il popolo composto da una massa di commercianti, di agricoltori e di industriali, avara, timida, inorganica, non aveva coscienza di sè: la plebe fuori della legge e conculcata dalla legge non conservava che l'istinto della rivolta.

Mentre l'uomo moderno si era affermato nella letteratura, nella scienza e nella filosofia, compiendo qualche eroismo solitario quando non poteva scrivere un capolavoro incompreso, il popolo moderno non era ancora nato, e la politica seguitava senza risultati storici e senza caratteri nazionali. I suoi moti piccoli ed incerti ispirano un senso di amara melanconia, paragonati colla guerra della Lega dei trent'anni, o con quelli del periodo anteriore italiano. Un invincibile torpore si aggrava sopra tutti gli stati, una paralisi grottesca e miserabile vi ridicoleggia ogni tentativo rivoluzionario. Invano la Savoia, il più giovane e vitale principato, assecondando le effimere e stordite combinazioni di Francia, aspira alla conquista d'Italia, giacchè la risurrezione impossibile del regno longobardo toglierebbe alla Francia stessa l'appoggio di Roma, per lasciarla debole ed isolata contro i protestanti d'Inghilterra, d'Olanda, di Germania, contro la Spagna ed i turchi. La Savoia stessa, perdendosi nella unificazione del regno come una delle sue estreme e più ambigue provincie, non potrebbe crearvi l'idea dell'unità. Quindi i duchi di Torino, malgrado ogni velleità di conquista italica, trattano contemporaneamente con la Francia e con la Spagna, secondando la reazione di Roma coll'ignobile e feroce persecuzione contro i Valdesi, mostrandosi inconsciamente ai grandi rappresentanti del nuovo pensiero nell'aspetto di soldati e di tiranni medioevali. Il problema della politica savoiarda non può diventare italiano: nessuna idea di Torino attira l'attenzione o lusinga il sentimento di Napoli o di Milano, di Roma o di Venezia.

Capitolo Secondo.
La rinnovazione dello spirito nazionale

Torquato Tasso.

La letteratura, la scienza, la filosofia, che preparano nella solitudine di studi originali o nell'eroismo contro assurde condanne un'altra vita all'Italia, ignorano ancora l'esistenza della Savoia.

Tasso, il più moderno dei poeti, è già morto. Quasi contemporaneo e nullameno di tanto posteriore all'Ariosto, ne rimane il rivale e l'antitesi più meravigliosa: se il primo chiude colla satira di un facile riso tutto il medioevo, il secondo apre l'evo moderno con un senso di idealità, che mette nel suo canto una dolcezza irresistibile. Già il Trissino, natura prosastica e pedante, coll'istinto dei tempi nuovi aveva cercato e trovato un tema di epopea nazionale nell'Italia liberata dai Goti. Il poema era rimasto goffo e greve, ma l'intenzione non poteva andarne perduta. La scettica giocondità del cinquecento cedeva alla severa meditazione del seicento; non dalla fantasia ma dalla coscienza tutte le nuove opere dovevano ispirarsi. Ed ecco Torquato Tasso, poeta figlio di poeta, che accettando la guerra del Trissino contro gli ariani e quella dell'Ariosto contro i saraceni vi reca la potenza della fede colla malinconia di uno spirito immerso nella vita come in una tragedia e aspirante all'ideale come alla sola verità. La Gerusalemme liberata è il più epico momento e il massimo trionfo della cristianità: dalle crociate comincia la nuova vita colle rivoluzioni dei vescovi, e si riapre il conflitto di Roma antica coll'oriente per giungere all'unità mondiale.

Il poema, terso come un vetro, lascia passare la grande idea del medio evo e ne ferma tutte le immondizie; l'eroismo più puro, la fede più certa animano i crociati. Le scarse contraddizioni che rissano nel loro campo, i pochi cavalieri che innamorati da Armida abiurano, sono imitazioni e residui di altri poemi; ma i saraceni stessi ci si mostrano nobili quanto i cristiani. La coscienza religiosa nel poema non è che un modo della coscienza umana più profonda, vasta e forte di essa. Nessun carattere fra tanti personaggi poetici della Gerusalemme è antico: l'uomo moderno colla sua moralità, colla sua delicatezza, col pensiero della propria sovranità, vi brilla così nei due campi da neutralizzare le simpatie dei lettori. Solimano vale Goffredo, Argante è degno di Tancredi: all'Angelica e alla Marfisa dell'Ariosto, eroine dell'avventura scetticamente guerresca ed amorosa, succedono Erminia e Clorinda con un pudore e con un amore rinnovati dalla riforma di Lutero e dal concilio di Trento. Il poeta scarso di fantasia difetta forse troppo di originalità nelle forme: si preoccupa di imitare gli antichi, si smarrisce nelle dispute, ignora se stesso. Il suo verso non è vario, nè la sua vena abbondante come quella dell'Ariosto; ma la sua coscienza tanto più alta, la sua malinconia così vera, la sua meditazione della vita così grave, la sua modernità così spontanea, gli permettono di rinnovare involontariamente tutti i tipi drammatici dal pastore al diavolo. Senza il Tasso, nè Milton nè Klopstock avrebbero forse scolpito con tanta terribilità il loro Satana; l'inutile Pluto dell'antichità, il mostro informe di Dante si mutano entro il nuovo poema nel rivale di Dio, nell'eterno ribelle di tutte le rivoluzioni umane. Ma il Tasso, ammalato della propria originalità, soccombe alla tragedia della propria poesia. La sua alterezza di poeta, la sua delicatezza di cavaliere, lo trascinano dal carcere alla follia; incompreso ed incomprensibile nel proprio tempo, è assalito perfino da Galilei, il solo che per la modernità del proprio pensiero scientifico avesse dovuto intenderlo; finchè, lancinato dalle critiche dei falsi dotti, compie l'atto più tragico per un artista rinnegando in una correzione rattristante a forza di essere grottesca il grande poema. La Gerusalemme liberata diventa la Gerusalemme conquistata: ma la posterità, che non potè incoronare il poeta in Campidoglio, lo mise sull'altare più alto della propria poesia, e vantando Dante, encomiando il Petrarca, ammirando l'Ariosto, non sentì, non comprese, non amò che il Tasso della Gerusalemme liberata. Credenti, cittadini, gentiluomini, popolo, tutti ritrovarono se stessi nel grande poema; l'unica epopea italiana parve quindi eseguita da personaggi moderni entro un fatto antico. La donna del Tasso, più donna di quella del Petrarca, non fu più nè una Venere nè una Madonna, ma la donna amica e nemica, inferiore, uguale e superiore all'uomo. La sua civetteria moderna nacque nei poemi del Tasso, nella Gerusalemme e nell'Aminta mentre Palestrina, soffrendo delle insufficienze della poesia ad esprimere tutte le sfumature dei nuovi sentimenti, inventava la musica, e Guido e il Guercino si accingevano a mettere nella bellezza di Leonardo e di Raffaello una sensibilità più pronta e più passionale.

Ma Tasso è morto: la dominazione spagnuola ha soffocato la libertà delle muse. Un'enfasi fredda, una magnificenza vuota, succedono all'ispirazione della passione: Achillini e Marini sciupano nelle più pazze imitazioni i grandi poeti spagnuoli. La poesia diventa virtuosità di prosodia o delirio d'immaginazione; nessun fatto o sentimento o idea può sostenerla nella vita italiana trascinata dalla vita europea come il cadavere di Ettore dalla biga di Achille. Quindi, riparando nelle sicure profondità del dialetto dalle altezze soleggiate della grande letteratura, non canta più che col popolo e per il popolo, suscitandovi una infinità di poeti che riproducono in proporzioni minime le grandi figure di Boccaccio e di Dante, di Tasso e di Ariosto.

Le vecchie caricature, gli antichissimi tipi delle favole popolari diventano improvvisamente le maschere vive, poetiche, parlanti della letteratura dialettale. Una satira più mordace ed acuta assale la società soggetta alla Spagna, alla Francia, a Venezia, a Roma, a tutti: Arlecchino, Brighella, Pantalone, Beltramo, Pulcinella, il Dottor Bolognese, l'Amante Fiorentino, il Capitano Fuego o Muerte nel mezzogiorno, sono i nuovi personaggi della nuova commedia, che come quella di Dante riproduce capovolta l'immagine del mondo. Tutta l'anima popolare passa nelle commedie dell'arte, quando tutte le maschere riunite dal carnevale di Venezia improvvisano un teatro mobile, sul quale percorrono l'Italia. La loro assemblea sulla piazza di San Marco è il primo parlamento politico italiano, giacchè in esso la satira, sotto il velo della favola, tra il lazzo e l'epigramma, vi comincia la critica della società, opponendo la caricatura di tutti i vizi all'ipocrisia di tutte le virtù ufficiali.