Gli scrittori politici.

Dal 1530 al 1650 una folla di scrittori rispecchia i progressi dello spirito nazionale, proseguendo le grandi tradizioni di Machiavelli e di Guicciardini. L'ateismo politico è la base della loro dottrina; la preterizione della morale il sottinteso della loro scienza: ma in questa incredulità, che studia il giuoco e la successione delle forme politiche, vi è già l'emancipazione da ogni autorità astratta. Il loro carattere è quindi servile quanto libero il loro ingegno che può giudicare tutti i padroni, indicare il difetto di tutte le istituzioni, insegnare la difesa e l'attacco a tutti i combattenti. La casistica, sviluppata dai gesuiti nella teologia, signoreggia la nuova scienza politica. Poichè nessun governo italiano è santificato da un'idea, giustificato dall'unità, reso logico da un qualunque sistema rappresentativo o utile da una vera intenzione liberale, lo spirito politico, che, imitando a rovescio Galileo, cerca le leggi del mondo sulla terra, si compiace e si smarrisce al tempo stesso nello studio imparziale di tutti i fenomeni politici. Le alte idealità dei primi scrittori, intercettate dalle grandi figure di Machiavelli e di Guicciardini, non si veggono più; appena se ne conserva il ricordo come di una superstizione passata.

Ma nessun'altra idea sottentra a quella della chiesa e dello stato; l'unità nazionale è un sogno che fa sorridere anche i più ingenui, la Riforma una stramberia che sfugge alla penetrazione anche dei più furbi. Niuno sospetta che l'uomo morale possa essere il fondamento dello stato civile e che le idee siano le cause dei fatti. In uno stato impotente ad assumere colle due condizioni pregiudiziali dell'indipendenza e della libertà una qualunque vera forma, il problema politico si sminuzza fatalmente in tanti problemi individuali; l'interesse singolo è l'universale traguardo per tutti i fatti; l'abilità, non illuminata nè purificata da alcun ideale, scivola nel pantano di tutti i brogli, non trionfa che coll'oblio di tutte le leggi.

Quindi gli scrittori politici si differenziano fra loro secondo il principato dal quale guardano o nel quale agiscono, si racchiudono nell'orbita dei partiti dove armeggiano, non vedono che combinazioni arbitrarie e slegate, interpretano ogni sconfitta o vittoria cogli errori di una matematica che non sorpassa l'aritmetica. Se la loro penetrazione è ammirabile e il loro istinto sicuro, nessun sistema più povero del loro sistema, nessun avviso più falso dei loro consigli, nessun risultato più impossibile delle conseguenze da loro previste. Un dilettantismo classico e un patriottismo angusto imbrogliano tutti i loro teoremi allorchè, alzando la politica nella storia come il Vida e il Paruta, assalgono l'epoca moderna col paragone delle epoche antiche; una superficialità evangelica mantenuta dalla tradizione e dall'ipocrisia offusca la limpidezza delle loro osservazioni quando iniziano o concludono un giudizio per assolvere o condannare qualche storico personaggio. Bellarmino annulla l'antica idea dell'impero e del papato colla nuova interpretazione dei gesuiti. Paolo Sarpi scrive la storia del concilio di Trento ed esaurisce il proprio ingegno nell'evitare ogni vero giudizio fra la Riforma e il cattolicismo: come teologo difende Venezia contro il papa, ma incredulo quanto Marsilio da Padova non osa nemmeno ripetere le sue precise affermazioni. Gli scrittori di Genova sono i più democratici, quelli di Venezia i più aristocratici, gli altri dello Stato pontificio i più servili; e nullameno fra questi stride la satira del Boccalini mordendo tutte le autorità, lasciando nei morsi le stigmate di un ridicolo immortale. Il Piemonte, solo di tutti gli stati che conservi attività nella storia, suggerisce a Botero il libro sulla Ragione di Stato colla politica tragica e duplice dei propri duchi; cento altri scrittori stritolano la loro scienza in consigli, polverizzano i consigli in ricette già raccolte da Baldassare Castiglione nel Cortegiano, libro fine e nauseabondo, nel quale l'Italia del secolo XVI trova tutta se medesima colla squisitezza artistica dei propri modi e la nullaggine perversa ed ignobile del proprio carattere. Prima di lui Nifo di Sessa plagiario di Machiavelli, dopo di lui il cardinale Commendone e Grimaldi da Genova ne esagerano ancora la bassezza perdendone l'eleganza: la servilità è il tema inesauribile di tutte le speculazioni politiche, il campo nel quale giostrano gli spiriti più destri o meglio addestrati. Il decadimento della letteratura è anche più doloroso nei libri politici: dal Principe di Machiavelli al Principe regnante al Principe deliberante al Principe ecclesiastico: dai cavalieri del Tasso ai nuovi cortigiani, la distanza è già di un'epoca. Nei primi vi era ancora il vigore dell'individualità medioevale illuminata dal raggio di un'alba misteriosamente lontana, nei secondi non vi è più che la morbidezza di una decadenza, la quale deve arrivare alla putrefazione per produrre un altro rinascimento. La livellazione del dispotismo necessaria a schiacciare tutti i caratteri per togliere loro le differenze eccessive di razza e di storia ha prodotto già i propri frutti.

L'aristocrazia deve annullarsi nella corte disonorando se stessa o il sovrano perchè il popolo cresca solitario apprendendo nei commerci, negli avvenimenti quotidiani, le idee maturate e divulgate dall'Europa. Gli scrittori sono così persuasi di questa verità che i loro trattati non si rivolgono punto al popolo, e nelle loro prefazioni si fanno un vanto di allontanare plebei curiosi e lettori volgari.

Giordano Bruno e Tommaso Campanella.

Ma le scienze matematiche e naturali, indipendenti dalla politica, pure essendone la più vera preparazione, crescono tutti i giorni, sfavillano e riscaldano. Galileo troppo vecchio per l'energia dello scandalo si è disdetto senza contradirsi: le sue scoperte astronomiche, che detronizzando il sole decapitano le divinità della Bibbia, e il suo metodo sperimentale, che emancipa la ragione da tutte le autorità della storia, sono conquistati per sempre. Nelle scienze si stringe la prima grande federazione dei magni spiriti: naturalmente i primi liberi debbono essere i più forti. Il dispotismo stesso contrastando alla filosofia protegge la scienza per cavarne immediati vantaggi. Essa sola è dispensata dalla menzogna. Mentre i letterati adulano, e storici come Davila e Bentivoglio si compiacciono tuttavia con satanica perversità dei roghi accesi per gli eretici in Francia e in Olanda, mentre i politici della ragione di stato assolvono ancora tutte le infamie scambiando l'egoismo dell'interesse dinastico colla fatalità dell'interesse nazionale, e una specie di dubbio cartesiano sembra compiacersi a dissolvere tutte le verità della vita e della storia nelle combinazioni di un malandrinaggio troppo effimero per essere veramente utile e in una incredulità che finisce necessariamente a punire se stessa colla propria inanità, presto sul doppio confine della scienza e della filosofia due bianche e gigantesche figure lanciano all'Italia il verbo di una nuova fede. Giordano Bruno e Tommaso Campanella, eroi della rinnovazione, riaffermano l'antico genio italiano sempre incredulo nella religione, razionalista nella filosofia, giuridico nelle riforme, universale nelle aspirazioni.

Giordano Bruno giovanissimo esula dal convento, nel quale alcuni primi dubbi religiosi gli hanno già attirato due processi. Un istinto irresistibile lo trascina di paese in paese alla ricerca della verità. La sua sola ricchezza è l'abito di domenicano, il suo programma rimane un mistero per lui stesso, la sua passione è la filosofia, il suo campo di battaglia in tutte le università. La tempesta della Riforma infuriante per tutta l'Europa non basta ad impaurire il suo ingegno. Costretto a guadagnarsi il pane, insegna grammatica ai fanciulli, corregge bozze nelle stamperie, sogna libri su libri, ne pubblica, discute, arringa da per tutto e contro tutti. Raimondo Lullo, l'antico eroe della logica e dell'apostolato fra i Saraceni, lo affascina colla sua Ars Magna imprigionandolo nel sogno di dominare mediante congegni dialettici e mnemonici tutta la scienza; quindi la religione cristiana, nella quale i suoi primi dubbi avevano già disciolto i dogmi della trinità e dell'incarnazione, si perde nell'immensità della nuova logica, mentre le intuizioni dell'antico abate Gioacchino, di spirito profetico dotato secondo le parole di Dante, rifermentando nel suo ingegno al vento caldo della Riforma, lo portano sempre più alto coll'annunzio di un'altra rivelazione. La grande affermazione di Giovanni da Parma, profeta di una nuova legge superiore al vangelo e che starebbe a quella di Cristo come questa all'altra di Mosè, cancellando dal cristianesimo quanto Cristo aveva dovuto accogliervi e rispettarvi di pregiudizi e di errori, balena alla sua mente e le fa sembrare troppo oscura la riforma di Lutero. Il cardinale di Cusa, massimo metafisico del secolo e precursore di Hegel, col suggerirgli l'accoppiamento della matematica colla metafisica, gli sviluppa i germi di quel razionalismo e di quell'idealismo panteistico, dal quale uscirà la filosofia moderna. Ma Copernico sopra tutti lo soggioga e lo rapisce. La sua immensa rivoluzione ancora inavvertita a quasi tutti, e che Galileo si prepara ad assicurare, solleva l'animo novatore di Bruno già ribellatosi contro Aristotele, e gli comunica coll'orgoglio di tutte le vere originalità una indomabile passione di apostolato.

Quindi il secolo non basta più a contenerlo; il suo spirito non ha più nè patria, nè religione, nè tradizione. Cittadino cosmopolita erra per l'Europa come un cavaliere della disputa scavalcando tutti i dottori: le università rumoreggiano alla sua voce, le corti si aprono davanti al suo nome, Roma lo perseguita, la Riforma lo sospetta. A Ginevra il terrorismo di Calvino e di Beza lo costringe ad allontanarsi malgrado le nobili simpatie dei fuorusciti italiani, neofiti ammirabili quanto i primi cristiani; a Tolosa le sue lezioni rivoluzionarie preparano i sospetti che pochi lustri dopo accenderanno il rogo di Vanini; a Parigi ripete i trionfi di Dante, seduce Enrico III, e nel libro De umbra idearum schizza le prime linee del suo grande e confuso sistema. I dialoghi della Cena delle Ceneri, il libro della Causa Principio et Uno, e dell'Infinito, Universo e Mondi, schiarendo la sua teorica della pluralità dei mondi, che annulla tutte le leggende della creazione, precisano la sua idea dell'infinito, nel quale l'identità dei contrari e l'eterna migrazione degli esseri per tutti i gradi e le forme mutano radicalmente il concetto della religione e della filosofia di allora.

La sua religione non è quindi più che una filosofia davanti alla quale giudaismo e cristianesimo, paganesimo e maomettanismo, sono identicamente falsi; la sua riforma sorpassa tutte le conseguenze immediate di quella di Lutero e arriva d'un balzo ai limiti oscuri del socialismo. Ma Bruno esula ancora da Londra, ritorna a Parigi e ne riparte per la Germania. Preceduto dalla fama di scuola in scuola, ovunque giunge trae seco la disputa libera, estranea alle contese del giorno, anelante alla luce e all'aria dell'avvenire. Quando le memorie della patria lontana lo rimordono, non sogna l'Italia ma Nola; il suo pensiero non ha nazionalità, il suo cuore non sente la passione di nessun luogo. Nella fatica della continua pellegrinazione spesso gli sorride la pace dell'antico convento di San Domenico Maggiore a Napoli, e vorrebbe rivestire l'abito bianco; ma questa malinconia di pellegrino non raffredda la sua foga di combattente. Da Marburgo a Vittemberga, da Praga a Francoforte, orazioni e libri sostengono ancora il suo viaggio; nullameno la luce del suo ingegno non è più nel meriggio, la sua metafisica invece di salire ancora s'inceppa nelle rudimentarie qualità artistiche, che gli avevano fatto scrivere la volgare commedia del Candelaio. Il suo ultimo libro De Monade è un poema lucreziano, nel quale la barbarie della forma aumenta l'oscurità del trattato. Finalmente la tragedia di Bruno precipita alla catastrofe: Ticone Brahe e Keplero stringendogli la mano a Praga gli hanno dato il supremo addio della scienza; Andrea Morosini e Paolo Sarpi stanno per dargli a Venezia l'ultimo saluto della vita.