Infatti, attirato quivi da Mocenigo, gentiluomo imbecille e malvagio, fu da questo denunciato al tribunale dell'inquisizione. Le condanne dei primi due processi patiti tornarono a galla, Venezia consegnò a Roma il non suo suddito. Bruno, trascinato di carcere in carcere, dopo sette anni di martirio, dovette salire al rogo. Ma se nella prima parte del suo ultimo processo parve scusare le proprie opinioni col sofisma allora accettato che si poteva sostenere in filosofia quanto dovevasi rifiutare in religione, dopo si ricusò ad ogni abiura, e quando gli lessero la sentenza di morte, guardando i giudici colla serenità di un immortale rispose: «Maggior timore provate voi nel pronunciare la sentenza che non io nel riceverla». Morì il 17 febbraio 1600 in Campo di Fiori, presso l'antico teatro di Pompeo. La gente formicolante per le vie di Roma, nella allegrezza del giubileo traeva alla piazza del rogo per vedere il truce spettacolo, ignorando il nome del martire, che pallido e superbo la guardava dall'alto della catasta come da un trono, aspettando che le fiamme gli scoppiassero sotto i piedi e frenando nella bocca eloquente quel primo grido di spasimo, che Huss e Servet si erano lasciati sfuggire.
Più infelice di lui, Tommaso Campanella discende nel porto di Napoli nel 1592. Non ha che quattordici anni. Solo e nuovo per le vie dell'immensa capitale, penetra a caso in un luogo pubblico dove si disputa di filosofia, parla e l'entusiasmo di un'ovazione accoglie le sue parole. Così giovinetto, annunciandosi alla maniera di Cristo e dovendo poi sognare di essere un nuovo messia, entra presto nel grande ordine di San Domenico. La passione della scienza lo attira. I primi libri di Telesio capitatigli fra le mani gli scatenano una tempesta di dubbi così furiosa che s'invola dal convento per conoscere l'ardito novatore, e non trova che il suo cadavere esposto in una chiesa. Allora si precipita con giovanile entusiasmo nello studio per sorprendere il segreto chiesto invano all'estinto filosofo, ma la sua dottrina cresciuta spaventosamente, procurandogli l'accusa di magia, lo costringe a fuggire come Bruno. Di lui più sventurato è raggiunto dalla inquisizione, derubato dei manoscritti, relegato a perpetuità nel convento di Stilo suo paese nativo. Quivi l'ascendente del suo spirito trascina frati, vescovi, banditi e moltitudini ad acclamarlo capo della rivoluzione delle Calabrie: ma la rivoluzione soccombe e lo travolge fra duemila vittime nelle prigioni. La sua vita è finita, la sua opera comincia.
Per ventisette anni rimane prigioniero deludendo le insidie dei giudici, resistendo a tutte le torture, evitando la condanna capitale; nessun dolore lo fiacca, nessuna disperazione lo strema. Nella solitudine delle casematte o nei sotterranei delle torri il suo spirito pensa sempre, crea, scrive il proprio soliloquio, al tempo stesso trattato e poema, manuale e tragedia. Il disordine di un'improvvisazione, durata ventisette anni, ne imbroglia le idee e ne rende spesso inintelligibili i trapassi, come se una bufera incessante agitasse questo spirito prigioniero, al quale l'ampiezza del mondo sembrerebbe forse angusta. I suoi scritti, quelli rimasti degli ottanta volumi, ora teologici, ora scolastici, ora monacali, si contraddicono a ogni passo; egli non è nè republicano, nè monarchico, nè liberale, nè illiberale; ma la rivoluzione, che gli si disegna nel pensiero, abbraccia tutta la vita in ogni sua vicissitudine di pace e di guerra, di governi e di leggi. La sua dottrina è duplice: un sensismo sperimentale, che in certo modo fa di lui il precursore di Bacone, di Locke e degli Enciclopedisti del secolo XVIII; e uno spiritualismo, che crede a tutti i traslati mistici dell'anima, a Dio, a Satana, alla magia, alle scienze occulte. L'equilibrio forzato di questi due elementi opposti produce nullameno nel suo spirito un'unità colle forze misteriose di una dialettica, che sfuggirà sempre alla critica. Il primo principio nell'opera di Campanella è la teocrazia, dalla quale deriva l'unità del genere umano sotto una sola legge e un solo pastore: tutti i pontefici, tutte le religioni, tutte le tradizioni sono identiche come rivelazioni di Dio, perchè il loro scopo divino era la giustizia; le contraddizioni delle religioni non sono che l'espressione della nostra ignoranza e della nostra perversità. Le due grandi unità dell'impero romano e del papato debbono dunque fondersi in una sola. Secondo Campanella il moto e le forme della storia sono determinate dagli spostamenti e dai mutamenti nelle religioni; le idee sole generano i fatti. Solo i dogmi possono distruggere i dogmi; ogni scetticismo contiene il germe di una affermazione; il progresso continuo nella storia e ogni epoca della civiltà sono formati di una critica e di una fede. La politica, che per tutti gli scrittori di quel tempo era lo studio dei mezzi per giungere al comando e conservarlo, diventa così lo studio dei modi, coi quali le idee si svolgono e i personaggi operano nella storia preordinata da un disegno immutabile ed infallibile. L'impassibilità morale di Machiavelli nell'analisi della lotta politica si riproduce in Campanella entro la luce di un'idea superiore: tradimento e strage da necessità drammatiche si mutano in fatalità storiche, da interesse egoistico in beneficio mondiale. L'astuta crudeltà dei consigli di Sarpi a Venezia per conservare la republica, già nell'intenzione più nobili e storicamente più logici di quelli di Machiavelli nel Principe, perdono nel filosofo calabrese ogni infamia, per non essere più che una crisi indispensabile alla guarigione di un morbo. Quindi Campanella, purificato il passato della storia con quella interpretazione, ne idealizza l'avvenire nella Città del Sole, utopia ispirata da Platone e da Tommaso Moro, nella quale la più invincibile eguaglianza, la più amorosa fraternità e la più sicura comunione di ogni bene si sviluppano sotto il più assoluto ed innocuo dei dispotismi a cominciare dall'anno 1600. Ma per facilitare questa conquista della giustizia nella storia, ancora inferma del proprio passato, Campanella si rivolge al papato, lo arma, lo avventa su tutti, eretici, dissidenti, o restii; lo dilata, invoca un concilio di tutte le religioni, risolve tutte le antitesi in una republica del genere umano col pontefice, solo, armato a sua difesa. La religione della nuova utopia, che sembrerebbe un'epurazione del cristianesimo, ne è invece l'annientamento in una formula più alta, entro la quale la tragedia di Cristo perde tutti gli assurdi crudeli del proprio dato, e nella quale la società rispettata dal cristianesimo sacrifica finalmente tutti i propri vecchi privilegi.
Ma siccome questa rivoluzione deve cominciare nel 1600, Campanella, sempre positivo anche nelle più fantastiche combinazioni della filosofia, vedendo che la Spagna ha rinnovato l'impero romano e domina il mondo, le si rivolge come al papato per disciplinarla contro tutti alla conquista universale. Il demone della dialettica lo trascina, non vede più le difficoltà, non conta le stragi, non calcola le rovine: tutto sarà riscattato dalla felicità futura. La Città del Sole sarà la patria di tutti coloro che l'avranno perduta. Papato romano ed impero spagnuolo, annullandosi col proprio trionfo, fonderanno una democrazia mondiale ed eterna. L'immobilità della fine dà quindi al moto del suo sistema la vertigine passionata di una precipitazione; senonchè il mare così concepito nell'inerzia di una immutabilità assoluta non è più che un immenso stagno. Campanella nemmeno lo sospetta. Quindi distrutta ogni individualità della nazione e del cittadino, soppressa ogni legalità secondo il pensiero di S. Tommaso e di Platone, negata ogni libertà all'anarchia delle persone tumultuanti nelle gare sociali; estirpata la famiglia, abolita la proprietà, equiparati i sessi, sottoposti gl'imenei a regole igieniche ed astrologiche, le donne sterili consacrate al piacere, bruciati tutti i vecchi libri depositari pericolosi di vecchi errori; tutta la terra coltivata come un campo, la scienza pari in tutti, una lingua universale per un pensiero identico in ognuno; una religione senza misteri e senza ideali, composta delle memorie di tutti i profeti da Cristo a Xahnoxis, da Pitagora a Campanella; una serie di pene e di ricompense distribuite con monastica norma — tutto questo sogno e questo rinnovamento non sono che una morte, della quale il profeta invasato non s'accorge.
Nel fervore della distruzione egli non ha nulla risparmiato: come per Bruno, benchè il pensiero di questo poggi più alto, il cristianesimo non è per lui che un momento della religione universale, la distruzione della società un mezzo di progresso. La Riforma di Lutero, demenza teologica ed insufficienza politica dalla quale l'universalità del loro ingegno e il cosmopolitismo del loro carattere ripugnano istintivamente, finisce per attirare lo sforzo maggiore della loro critica. Entrambi ignorano la vita del proprio secolo, non comprendono e non parlano all'Italia, ma, rapiti in sogno dal genio della rivoluzione, accumulano teoriche su teoriche, adorano le scienze naturali, non appartengono a nessuna classe, vivono e muoiono del proprio apostolato. La loro fede è tutta nell'umanità concepita nell'unità della storia senza confini nè di epoca nè di razza; le loro aspirazioni salgono verso una libertà di pensiero redentrice di ogni spirito in ogni spirito; laonde ignoranti sublimi moltiplicano intuizioni e invenzioni lasciando ad altri, forse minori nell'ingegno, la gloria di battezzarle col proprio nome; credenti dell'incredulità la confessano col martirio contro i bigotti di una fede basata sull'ignoranza delle plebi e costretta a difendersi colla violenza.
Epperò nella rivoluzione della Riforma, preludio di maggiori rivoluzioni, essi rappresentano una società nuova che sfuggendo al medioevo si precipita nell'avvenire colla foga di un condannato evaso dal carcere. Il loro pensiero si smarrisce tuttavia nella penombra della nuova alba, la loro scienza è costretta ancora a bamboleggiare per l'insufficienza di metodi troppo tardi al volo delle idee; le loro profezie cadono nella demenza, le loro creazioni improvvisate con rottami franano sovra di essi, ma il loro carattere e la loro coscienza segnano nella storia europea la più tragica e la più consolante delle originalità. All'indomani del medioevo, nel giorno della Riforma, essi vivono già nel futuro e muoiono per la sua libertà con un eroismo, che non ha più bisogno di essere compreso per mantenersi invitto o di credere al paradiso per abbandonare la terra.
L'emancipazione scientifica.
Nullameno l'opera loro informe ed inorganica non potè avere nella storia maggior valore degli abbozzi nell'arte, e degli aborti nella natura. Il grand'uomo non è colui che sorprende un fenomeno o indovina un problema, ma che fonda una teoria o stabilisce una legge. L'immenso lavoro del secolo, cominciato con essi, aveva d'uopo di spiriti pazientemente indagatori, che sostituissero alle troppo rapide sintesi e alle arbitrarie affermazioni la certezza di una nuova esperienza. Al clamore delle università disputanti succede quindi l'operosità di gabinetti isolati: i grandi scopritori solitari, ad immense distanze l'uno dall'altro, invece di disputare, si consultano colla posta. La forza dell'ingegno questa volta si esprime colla lentezza delle conclusioni. Tutto è da rifare e a tutto si mette mano. L'Italia senza vita politica non possiede più nè storici, nè letterati, nè statisti, nè filosofi: Cartesio dittatore della rivoluzione contro Aristotele nasce in Francia. La rivoluzione filosofica, impossibile prima della scientifica, sarebbe inutile in una nazione incapace di applicarla.
Laonde lo scadimento della coscienza italiana si rivela nei libri sempre più inetti di tutte le scuole politiche. Mentre la reazione rivoluzionaria del papato, oppugnando anche le scienze, non può isolarle come l'eresia per soffocarle coi supplizi, i bisogni della vita e lo scetticismo generale proteggono tutti gl'inventori contro le demenze di tarde persecuzioni. Paolo Sarpi ha delineato nella lotta contro Paolo V i confini fra chiesa e stato; Galileo nella lettera al padre Castelli (1613) scrive la più energica e precisa dichiarazione dei diritti della scienza. Alla dualità dell'impero e del papato succede quella della scienza e della religione: entrambe universali, organizzate, solidali per i propri addetti. Preti e scienziati, spesso mutando campo, combattono ovunque la stessa battaglia; la politica vi pare estranea ed invece vi è più interessata che alle vecchie dispute filosofiche. L'emancipazione del pensiero scientifico diventa un progresso sulla liberazione del pensiero religioso. L'umanità senza unità anche nella religione, non essendovene alcuna veramente universale, la raggiunge finalmente nella scienza, mentre la supremazia di Roma discende a fatto superstizioso e la scienza, che non può avere capitali, ricusa dogmi e pontefici. Quindi, meno compromessa della filosofia dalla debolezza dei propri cultori, lascia Galileo disdire le proprie teoriche, e prosegue a moltiplicarne le prove. Ogni giorno crescono scolari al maestro condannato, da tutta l'Europa arrivano notizie di scoperte. Campanella entusiasta di Galileo, come Bruno lo era stato di Copernico, lo difende con un coraggio più forte della tirannia papale. La matematica educata da Tartaglia e da Cardano previene Keplero e anticipa su Newton con Cavalieri: Galileo, superiore a tutti, divide con Machiavelli la gloria di primo prosatore, inventa il termometro, trova l'isocronismo del pendolo, stabilisce la legge dell'assonanza e della consonanza nella musica, fonda la meccanica e l'idraulica, chiarisce ed assicura il sistema di Copernico, costruisce il telescopio, raggiunge gli astri, li novera, li descrive, scopre le montagne della luna, nota le fasi di Venere, sorprende i satelliti di Giove, avverte l'anello di Saturno, interpreta le macchie solari, accumula invenzioni, scoperte, teoriche sulla base incrollabile del metodo sperimentale, prima che Bacone si avvisi di predicarne la necessità. La chiesa, illuminata dall'istinto, sente che Galileo, mutando il concetto del mondo, rovescia involontariamente i dogmi cattolici, e lo colpisce con un processo gli minaccia la tortura, gli impone di rinnegarsi. Invano Galileo vecchio e cieco si arresta; la scienza prosegue. Castelli e Torricelli suoi scolari sviluppano l'idraulica, questi trova il peso dell'aria ed inventa il barometro; Giambattista Porta, trattando i fenomeni della visione, scopre la camera oscura, Dedominis spiega l'arcobaleno, Baldassare Peruzzi ha già determinato la prospettiva. Mentre l'insurrezione filosofica di Telesio contro l'idea della natura di Aristotele non aveva avuto altro merito che di rovesciare l'autorità di un errore millenario colla libertà di un nuovo errore, presto il metodo sperimentale afferra le più necessarie verità. Dopo gli studi di Salviani sulla ittiologia, Aldrovandi compie una vasta storia naturale, dalla quale usciranno tutte le altre; Girolamo Fabrizio tenta il problema del linguaggio; Andrea Cisalpino, genio vasto e precursore, rinnova quasi tutto il campo delle scienze e crea il metodo mineralogico; Fabrizio d'Acquapendente e Paolo Sarpi scoprono la circolazione del sangue; Fracastoro indovina dai fossili i primi segreti della geologia e intuisce lo teoria atomistica combattendo le cause occulte. Alessandro Benedetti da Legnano rinnova la gloria del Mondino da Bologna, aprendo il primo teatro anatomico e tracciando le prime linee dell'anatomia patologica; così la chirurgia, diventando scienza, sottrae il corpo umano alla tirannia della religione e i morti alle spiegazioni superstiziose. La chimica, nel delirio dell'alchimia e nelle avare ricerche della pietra filosofale, ha sorpreso molti misteri della vita: tutto vive, ogni fenomeno contiene la propria causa, ogni causa è limitata alla natura. Dio, che spiegava tutto, ora non rende più ragione di nulla; le scienze, invece di negarlo, lo dimenticano: la geologia riconosce alla terra un'antichità troppo più remota di quella attribuitale dalla Bibbia: la geografia, scoprendo agli antipodi i confini della storia sacra, ha trovato l'altra metà della storia umana. Nel nuovo cielo, troppo vasto per il dio di Mosè, la terra e il sole non sono che due piccole stelle fra milioni di mondi; Cristo non è più che un profeta fra i profeti, e Dio una ipotesi fra le ipotesi. Cartesio, che lo deduce dalla ragione, ve lo sottomette: solo il pensiero regna. Roma non dirige più il mondo, perchè ogni uomo che pensi dipende solo dalle leggi del pensiero. La libertà scuote tutte le vecchie tirannie, sbertando tutte le autorità irragionevoli. La democrazia trionfante nei due campi della Riforma e del cattolicismo trascina i gesuiti contro Giansenio, che rinnovando le teoriche agostiniane della grazia vorrebbe scemare la poca libertà rimasta nel cattolicismo all'individuo morale; e il papato appoggia i gesuiti. Col terribile dubbio di Cartesio, che si arresta solo alla verità del pensiero, la filosofia si libera finalmente da Aristotele, e il pontefice greco della scuola e il pontefice romano della religione e il re del diritto divino soccombono simultaneamente. Cartesio è il Lutero della filosofia.
Quindi si compie l'avvento del diritto pubblico. Alberigo Gentile ottiene ancora all'Italia la gloria di precorrere l'Europa nel diritto della natura e delle genti: la sua opera De iure belli apre la strada a Grozio e a Puffendorf per determinare coll'equilibrio dei diritti i caratteri e la posizione dell'individualità nazionale nella nuova storia. Ma, simile a Giordano Bruno, egli non è che un precursore condannato a parlare per se stesso invece di parlare a nome di un popolo. Dietro Grozio si avanza l'Olanda, dietro Alberigo Gentile sta immobile l'Italia: ecco la differenza fra i due autori. Infatti Alberigo Gentile, figlio di un riformato rifuggitosi in Germania per evitare le persecuzioni di Roma, aveva dovuto crescere nel pensiero e col pensiero germanico.