Bisognava che i principati e i regni sorti dal rinascimento cadessero, mentre le improvvisazioni rivoluzionarie incomprese dal popolo fallivano come i tentativi isolati dei pensatori e degli scrittori nel periodo antecedente. L'Italia, troppo più addietro della Francia nel corso politico, guadagnava però in tale trambusto la doppia coscienza dell'esaurimento del proprio passato e della necessità di un futuro diverso. I principi reintegrati non potrebbero più ottenere il cieco rispetto di prima, poichè nessuno crederebbe più alla loro stabilità dopo così facile caduta; i republicani, cacciati dalla reazione e ospitati in Francia, vi stringerebbero nella umiliazione di quella sconfitta la prima lega nazionale. Infatti il loro manifesto squillante di rettorica al direttorio, affermando la libera unità d'Italia e invocandola ancora puerilmente dalla Francia, non parlava più di unità cisalpine o partenopee. Fra la ruina dei principati solo il papato risorgeva più idealmente vigoroso. Se come regno la sua decadenza era pari a quella dei Borboni e dei Savoia, avendo col trattato di Tolentino abbandonato parte delle proprie terre e permesso coll'enciclica di Pio VI ai romani di giurar fede alla republica, e nella furia della reazione invocati russi e turchi, benedetti i cannibali di Ruffo e di Branda-Luciani, approvata lo superstizione che nominava sant'Antonio protettore di Napoli contro san Gennaro reo in faccia al popolo di avere compito il proprio miracolo del sangue per ordine di Championnet; nullameno era stato l'unità e la forza spirituale della reazione. Tutti i principi lo sentivano e piegavano innanzi ad esso. Re Ferdinando di Napoli poteva nella stupidità della propria natura pretendere come l'Austria a conquistare qualche terra papalina dal proprio canto, entrando la seconda volta a Roma per cacciare il generale Garnier, ma il papato lo dominava nella persona del cardinale Ruffo. La lotta dei principati contro la chiesa nel periodo delle riforme s'investiva in un'alleanza di quelli con questa contro la rivoluzione. Scienza e filosofia dovevano quindi gettare la maschera per passare francamente nel campo democratico. D'ora innanzi il papato, traendo dalla accettata infallibilità dei propri dati religiosi argomento per la verità del proprio assolutismo politico, sarebbe la suprema forza ideale dei principi italiani contro l'unità e la libertà d'Italia; ma, rovesciato al pari di loro dalla rivoluzione republicana, dovrà essere una seconda volta soppresso con loro dalla rivoluzione imperiale di Napoleone, per perdere nella coscienza italiana ogni valore storico e sparire per sempre entro la formazione di una terza Italia.

Capitolo Secondo.
Fine delle republiche

Il Consolato francese.

All'eco dei disastri francesi Bonaparte vincitore ad Aboukir abbandona l'esercito d'Egitto, approda a Fréjus con quasi tutto lo stato maggiore e si difila su Parigi. L'entusiasmo scoppia sotto i suoi piedi. Il direttorio, nonchè processarlo quale disertore, lo accoglie come un padrone cui tutti anelano di sottomettersi: i Bruti come ad un Cesare col quale risalire al potere, i moderati come ad un forte capace d'infrenare finalmente la demagogia, i realisti come ad un futuro Monk, i disimpiegati e gl'intriganti come al più fortunato dei venturieri, i soldati come al prediletto della vittoria. I generali, quasi paladini di nuovo ciclo romanzesco, gli si stringono intorno: Fouché, il più terribile politico, e Talleyrand, il più duttile diplomatico fra i giacobini, gli si offrono; questi lo concilia con Sieyès daccapo invocato oracolo di nuova costituzione. Così il miglior teorico e il maggior soldato della rivoluzione si accordano ad abbattere il direttorio e ad emanare la costituzione dell'anno VIII. Da essa, attraverso inutili complicazioni di liste dipartimentali, comunali e nazionali, di un consiglio di stato che proponeva le leggi, di un tribunato che le discuteva, di un corpo legislativo che le votava mutamente, di un potere esecutivo affidato a un grande elettore vitalizio, specie di re costituzionale moderno e di idolo indiano, sorge vivo e forte il consolato. Sieyès, sorpassato, si ripiega silenziosamente sul senato; Bonaparte, primo console, ottiene più che una dittatura. Quindi collocatosi al centro dei partiti, li neutralizza abilmente consolando la stanchezza generale della lunga anarchia colla visione dell'unità. Limita il numero dei giornali, rinsalda la sbranata amministrazione comunale entro circoscrizioni prefettizie ubbidienti ad ogni impulso del gabinetto centrale, ricostituisce nel nuovo dispotismo democratico la gerarchia del merito concentrando tutti gl'ingegni intorno a se medesimo, deporta senza processo i più accaniti giacobini, schiaccia e placa la Vandea, doma le fazioni, mette l'uguaglianza nelle leggi e nelle loro applicazioni, consentendo alle inevitabili differenze naturali e storiche della società; finalmente, con suprema abilità di conciliatore, adula l'instituto e decreta pompose onoranze funebri a Pio VI morto esule a Valenza.

Oramai tutti respirano: al terrore del Terrore succede un'esplosione di giocondità che circonda Bonaparte di un'aureola meno fulgida e più cara dell'altra gloria.

Battaglia di Marengo.

Ma quantunque Massena e Brune abbiano già salvata la Francia, quegli sconfiggendo Suvoroff nella Svizzera e questi costringendo gli anglo-russi a capitolare in Olanda, dietro continue invocazioni di pace il nuovo console non bada che ad allestire la guerra. Siccome il supremo grado politico gli vieta il comando degli eserciti, Bonaparte nomina pro forma generalissimo Berthier e con trentacinque mila coscritti emula Annibale al passaggio del San Bernardo. L'impresa di tale valico era così temeraria che Napoleone, avvisandone clamorosamente l'Europa, ingannò tutti col dire la verità. Melas, che s'accaniva intorno alle possibili discese in Liguria, non vi credette e lasciò sguernite Alpi e Lombardia. La guerra mutava. L'eroico Massena, mandato innanzi da Napoleone per la riviera di ponente contro Melas, mentre Moreau penetrando nella Germania contro Kray passava già vittoriosamente il Danubio, aveva resistito più che umanamente entro Genova per dare al primo console il tempo di varcare le Alpi; e mal domo dalla fame conchiudeva col nemico superiore non vincente una capitolazione, che volle con epico orgoglio chiamata solamente convenzione. Per essa usciva da Genova intatto coll'onore delle armi, mentre Melas, superbo di aver vinta la guerra, aveva appena il tempo di voltarsi al clamore di Napoleone entrato in Milano. Il vecchio generale austriaco, che l'aspettava ingenuamente a Ventimiglia, tardi pentito s'affretta intrepidamente alla battaglia; la presa di Piacenza operata con fulminea rapidità da Murat, tagliando in due l'esercito imperiale, non lo sgomenta; ma Bonaparte, rinfiancato dalle artiglierie trovate in Milano, con maggior ardimento lascia scoperta la Lombardia per correre sul nemico nelle pianure del Piemonte. La battaglia divampa a Marengo così fiera tra i veterani imperiali e le reclute francesi che queste ormai piegano sotto il loro terribile sforzo, quando Desaix tragicamente fortunato arriva a rinforzo e muore strappando ai tedeschi la vittoria.

Questa rotta costerna sì fattamente gli austriaci che cedono tutte le fortezze pur di ritirarsi a Mantova, curvi sotto la sprezzante meraviglia dell'Europa per tanto avvilimento: ma poichè Francesco II, trattando contemporaneamente della pace con Bonaparte e con Moreau, tergiversa sino ad arrestare slealmente l'ambasciatore francese e ad accettare 62,000,000 di sussidi dall'Inghilterra, Napoleone riprende sdegnato la guerra iniziando la famosa campagna d'inverno terminata in venti giorni. Augereau è sul Meno. Moreau sull'Inn, Brune sul Mincio; Macdonald, rivaleggiando con Napoleone, si spicca da Moreau con quindici mila uomini e traversa lo Spluga per formare l'ala sinistra dell'esercito d'Italia. Quindi Moreau annichilendo a Hohenlinden l'arciduca Giovanni e Brune ricacciando Bellegarde dal Mincio, fiaccano, l'orgoglio di Francesco II, che colla pace di Lunéville (1801) subisce presso a poco le condizioni del trattato di Campoformio.

L'Italia ritorna sotto il protettorato francese.