Bonaparte vincitore ripristina la republica cisalpina, creandovi una consulta con podestà legislativa e una commissione di governo con potere esecutivo, entrambe sottomesse a Petiet ministro straordinario di Francia. Quindi riapre l'università di Pavia chiusa dai sospettosi tedeschi, piaggia i dotti, accarezza gli aristocratici; questa volta le sue intenzioni sono così mutate da quelle della prima campagna del 1796 che i democratici, trascurati o reietti, sono forzati di accorgersene, ma, incapaci di un qualunque riparo, avvallano più profondamente in questa nuova contraddizione. Dalla cisalpina tornando prontamente in Francia, il console per rispetto di Paolo I di Russia, ostinato protettore del Re di Savoia, lascia in sospeso la riorganizzazione del Piemonte. Veramente dopo la vittoria di Marengo aveva proposto a re Carlo Emanuele di ritornarlo in seggio se rinunciasse Nizza e Savoia alla Francia; ma questi, che prima aveva abdicato per timore, sicuro in Sardegna, si ricusò ai pericoli di un simile ritorno e nemmeno volle discutere la nuova offertagli cessione di tutta la cisalpina. Le condizioni del Piemonte, economicamente tristissime, peggioravano in questa suprema incertezza di governo, che permetteva agli amministratori e ai generali francesi ogni sorta di eccessi. Cresceva la confusione dei partiti: chi voleva essere francese, chi italiano, chi piemontese; gli aristocratici rimanevano bigottamente col re, i democratici si laceravano mutualmente. Intanto Napoleone, modificando ancora le proprie intenzioni, cedeva per consiglio di Prina tutto il Novarese alla cisalpina.
A Genova, sottomessa da Melas ad una reggenza imperiale e reale, si costituivano come nella cisalpina una commissione e una consulta sotto al ministro straordinario generale Dejean; Modena annessa alla cisalpina aveva pel trattato di Lunéville ceduto alla Brisgovia il proprio duca; Parma invece ingrossava il proprio con tutta la Toscana sino a farne un re d'Etruria. Con questo titolo l'infante di Spagna e duca di Parma doveva difendere l'Italia centrale e specialmente Livorno dagli assalti inglesi; ma questi si spense ben presto, e la reggenza assunta da Luisa di Borbone pel figlio giovanissimo Carlo Lodovico vi era regolata dispoticamente da Murat. La pronta ed esemplare punizione di Arezzo aveva già tolto alla Toscana il mal vezzo di scannare proditoriamente i francesi, acclamando i tedeschi come liberatori.
Napoli rimasta sola alla guerra dopo il trattato di Lunéville e minacciata da Murat con grosso esercito, non ebbe altro riparo che il solerte ingegno della regina Carolina, la quale, recatasi a Pietroburgo, ottenne per l'intercessione di Paolo I pace dal console. Ne furono condizioni lo sgombro dei soldati regi da Roma, la chiusura di tutti i porti agl'inglesi, la cessione di Portolongone e di Piombino alla republica francese, lo stanziamento di due grossi presidii francesi negli Abruzzi e nelle Calabrie.
Il Concordato.
A miglior fortuna invece sembrava risorgere il papato. Morto Pio VI nel Delfinato e radunatosi all'ombra labile delle bandiere tedesche il conclave in Venezia, venne eletto Barnaba Chiaramonti, già vescovo d'Imola, uomo di buoni costumi e di miti propositi. L'Austria, per l'assurdo diritto di veto concesso dal papato alle tre grandi potenze cattoliche, diede l'esclusione al filosofo Gerdil, e, fissa nell'idea di ulteriori conquiste, mirava ad impedire il ritorno a Roma del nuovo papa. Pio VII invece vi si affrettò, accolto dai romani come liberatore. Quindi ristorò le finanze comunali, trasferendo molti loro debiti alla camera pontificia; abolì parecchie gabelle privilegiate; creò due tasse, l'una reale e l'altra dativa: quella conteneva fra le altre una contribuzione di valimento per la sesta parte di tutte le rendite sopra coloro che le consumassero fuori di stato, questa manteneva ancora le gabelle del sale obbligatorio e del macinato. Pei beni ecclesiastici venduti cassò la vendita, salvando ai compratori il rimborso del quarto.
Ma un nuovo accordo del papa col primo console doveva rinnovare improvvisamente il prestigio del papato. Affogatasi la rivoluzione in quell'orribile mareggio di sangue che aveva allagato mezza Europa, e cominciata la reazione conservatrice col trionfo di Bonaparte, questi, fatto l'animo a maggiori grandezze, comprese tosto la necessità di un componimento con Roma. Già negli spiriti rifioriva il sentimento religioso, atteggiandosi nella letteratura con nuove forme romantiche; erano cessate le persecuzioni, emigrati e preti venivano riammessi, surrogandosi per questi ultimi il giuramento civico con una semplice promessa; il bisogno del culto e della pace religiosa cresceva tutti i giorni. Accordandosi con Roma, la rivoluzione trionfava una seconda volta della monarchia, alla quale non era rimasta altra forza che la devozione di alcune campagne.
Così Bonaparte, che tre giorni dopo la vittoria di Marengo ne aveva fatto parola col cardinale Martiniana, rinnovò abilmente le pratiche, blandendo la vanità del pontefice e minacciandolo al tempo stesso con un concilio nazionale di vescovi giurati, da lui medesimo adunato in Parigi. Roma, desolata per la sospensione di ogni culto cattolico in Francia, si vedeva minacciata da un nuovo scisma gallicano, nel quale la maggior parte dei credenti francesi avrebbe potuto gittarsi, trascinando coll'esempio l'Italia ridotta a potestà di Napoleone e già da gran tempo inquinata di giansenismo. Il moto, provocato dal Ricci vescovo di Pistoia, erasi piuttosto allentato che estinto: Degola, Palmieri, Zola, Tamburini, Gauthier, Vailna, combattevano ancora per simile dottrina; alcuni vescovi italiani, come il Solaro di Novi, parlavano perfino di aderire al concilio parigino. Roma piegò. Il cardinale Consalvi, l'arcivescovo di Corinto e il teologo Caselli trattarono a Parigi del concordato con Giuseppe Bonaparte, Cretet e Bernier curato di San Lodo. Le condizioni gravissime per Roma ribadirono molte delle vecchie contraddizioni politiche e religiose del papato. Questo concedeva al governo francese di regolare l'esercizio del culto con norme di polizia, riconosceva le nuove circoscrizioni rivoluzionarie delle diocesi e i vescovi nominati ad esse dal console, imponeva le dimissioni ai vescovi profughi che avevano nobilmente ricusato di giurare, ordinava a tutti i vescovi di non eleggere a curati che persone ben accette al governo; ogni alto e basso funzionario ecclesiastico doveva giurar fede alla republica; si riconoscevano al primo console tutti i diritti e le prerogative degli antichi re cristianissimi; si assolveva finalmente la vendita dei beni ecclesiastici. Per questo articolo gli scrupoli di sua santità furono maggiori che per tutto il resto, ma gli argomenti usati dall'Albani e dal Merenda per vincerli rivelarono colla loro casistica sottigliezza l'inanità della sua coscienza politico-religiosa. I due teologi infatti poterono persuadergli che, con la promessa di non molestare nel possesso i compratori di tali beni, ne conferiva loro immediatamente la proprietà invece di riconoscerla come un fatto giuridico anteriore. Ma riconquistando la Francia al cattolicismo e patteggiando così col primo console, il papato acquistava un'importanza politica che lo rimetteva alto sull'Europa. Il vecchio principio monarchico rappresentato dalla famiglia del re decapitato soccombeva daccapo al principio ieratico di Roma, mentre la rivoluzione stessa, costretta ad entrare attraverso il consolato nella forma imperiale per organizzare le proprie idee, sembrava nuovamente sottomettersi alla più antica autorità religiosa contro la quale era insorta. L'avvenire era dunque signoreggiato dal cattolicismo come il passato. Roma imperava; Napoleone dopo tante vittorie rivoluzionarie doveva ripristinare il regno e capitolare col pontefice per fondare il proprio governo. Il fatto pareva ed era enorme. Non si vedeva allora che il papato separandosi dal principio monarchico si suicidava, per non rimanere che un semplice pontificato religioso. Ma Napoleone, che, confessando contro i giansenisti la propria ammirazione per la podestà unica ed universale del papato, aveva già scoperte le proprie tendenze all'impero, si affrettava a conquistarlo coll'aiuto morale di Roma. Tutto gli giovava, lo splendore di tante vittorie, l'improvvisa irresistibile fortuna, il codice promulgato, il governo assodato, la pronta ed uniforme amministrazione, la stessa tradizione monarchica e l'oscura necessità della rivoluzione di contraddirsi nella forma imperiale per conquistarvi l'unità indispensabile ad una lotta decennale contro l'Europa. L'Inghilterra, rimasta ultima nella guerra, rovesciava Pitt e piegava alla pace di Amiens; Paolo I di Russia, supremo ostacolo per l'annessione del Piemonte alla Francia, moriva strozzato dai satelliti di suo figlio Alessandro. Quindi Napoleone, con un decreto antidatato per nasconderne al nuovo czar l'impertinenza, annette immediatamente il Piemonte alla Francia, dividendolo in sei dipartimenti; e blandisce la vanità del giovane imperatore, pregandolo di associarsi a lui per dare finalmente pace al mondo travagliato.
Saliceti, secondo ordini segreti, riforma daccapo Lucca con più aristocratica costituzione e ne reca il governo in mano ai più grossi proprietarii e negozianti; Moreau di Saint Méry viene mandato a reggere Parma scaduta alla Francia per la morte del duca Lodovico.
Consulta di Lione.
Riconciliatosi col papato, vinta l'Austria, adescato lo czar, pacificatosi coll'Inghilterra, adorato dall'esercito e dal popolo, Napoleone si servì astutamente dell'Italia per saggiare in Francia i primi effetti d'un'apparizione imperiale. Laonde, fingendo di cedere a supplicazioni di popoli italiani, convocò a Lione una consulta straordinaria per dare stabile ordinamento alla cisalpina, facendone al tempo stesso un vero stato e un forte baluardo contro l'Austria. Vi convennero rappresentanti di tutte le città allora affratellate, e ne uscì senza discussione, perchè imposto dal console e vegliato da Talleyrand, uno statuto col quale si stabilivano tre collegi elettorali permanenti e a vita completantisi da se medesimi: cioè trecento grossi proprietari, duecento grossi negozianti ed altrettanti letterati. Era ufficio loro nominare i membri della censura, della consulta, del corpo legislativo, dei tribunali, della camera dei conti: i possidenti dovevano sedere a Milano, i commercianti a Brescia, i dotti a Bologna. Come magistrato supremo, la censura composta di nove possidenti, di sei dotti e di sei commercianti sedeva invece a Cremona, adunandovisi cinque giorni dopo lo scioglimento dei collegi e sciogliendosi dieci giorni appresso. Il corpo legislativo non poteva nè proporre nè discutere, ma solo squittinava. Era unica religione la cattolica, e con incredibile regresso venivano ripristinati i fori ecclesiastici. Presidente per dieci anni, rieleggibile, quindi a vita, Bonaparte; vice-presidente Melzi.