Era una creazione dispotica con governo dittatoriale: di sovranità popolare, di elettorato, d'indipendenza e di libertà nemmeno un cenno. Ma a questa mostruosa republica, campata fuori della storia e del diritto come un'assurda transazione fra la rivoluzione e l'impero, la conquista e l'autonomia, si appose il nome di italiana. Questa grande parola, finalmente pronunciata, compensava col proprio valore ideale tutti gl'inevitabili e inestricabili errori dell'opera.
Bonaparte stava lontano, Melzi presente si obliava nella pompa della propria carica: il ministro Prina rinsanguava le finanze, si sviluppavano le armi, si cassavano gli ultimi privilegi aristocratici, si favorivano gl'ingegni, crescevano le speranze di vera indipendenza, quantunque represse dal governo ligio agli ordini del primo console. Molti furono carcerati per ciò solo che parlavano troppo di libertà. Intanto il nuovo benessere materiale aumentava, giustificando in parte le impudenti adulazioni di tutti gli scrittori al nuovo padrone. Naturalmente Genova, fra il Piemonte divenuto provincia francese e la recente republica più napoleonica che italiana, dovette riformarsi, supplicando con servile ipocrisia il primo console a darle nuova costituzione. E la grazia fu concessa, e la costituzione fu coi tre collegi dei possidenti, dei negozianti e dei dotti, che rappresentavano sovranità ed elettorato con un senato di trenta membri ed un doge eletto per sei anni: i distretti nominavano le consulte giurisdizionali, e queste eleggevano i membri della consulta nazionale. Il protettorato francese stava al disopra di tutto, e più alta di esso la volontà del primo console.
Mentre gli aristocratici, lusingati con ogni maniera di uffici, aderivano in massa al nuovo regime, e i democratici, spesso carcerati od espulsi, vedevano vanire sotto la prepotente ingerenza dei proconsoli di Bonaparte il proprio sogno di una vera republica italiana, re Carlo Emanuele di Savoia, ramingo per l'Italia in preda a nere malinconie, abdicava davvero il perduto regno al fratello Vittorio per consacrarsi tutto alle pratiche religiose, e Murat scacciava con tirannica crudeltà dalla Toscana i proscritti napoletani. La restaurazione napoleonica pigliava l'andatura di tutte le altre: si ordinava a Soult, accantonato sul Tronto, di condurre l'esercito a messa nelle domeniche: si ricercavano fra le macerie della rivoluzione e il disordine di tutti quei governi e quei costumi improvvisati i resti dell'antico rispetto all'autorità, invocando Dio e incensando il papa, distinguendo i marchesi e dispettando ogni uomo di carattere, abituando al dispotismo coi benefizi dell'uniformità amministrativa e dell'uguaglianza legale.
Ma la segreta dialettica della rivoluzione incalzava il consolato all'impero, costringendo Napoleone a farsi gridare imperatore.
Capitolo Terzo.
I regni francesi in Italia
L'impero francese.
Da console vitalizio ad imperatore il passo non parve enorme, poichè l'elezione plebiscitaria, per quanto equivoca nel modo, salvava la democrazia, e la rivoluzione, uscendo dal costume, restava nelle leggi. Pio VII, sempre rimorchiato da tutti i grandi avvenimenti, venne sino a Parigi per incoronare il nuovo imperatore nella chiesa di Nostra Donna (1804), rinnegando così l'antica monarchia del diritto divino. I Borboni adunati a Colmar per protestare vi gettarono invece le basi di un sistema rappresentativo da concedere alla Francia quando cadesse Napoleone, senza accorgersi di uccidere così una seconda volta il proprio principio tradito dal papa. Plebe e soldati esultavano, l'Europa ammirava ed armava, l'Italia al solito invitava. I delegati della republica italiana andarono a Parigi per scongiurare Napoleone a ridurli sotto la propria monarchia, cingendosi la corona ferrea; ed egli, incalzato dai ricordi di Carlomagno, ridiscese a Milano con un esercito di cortigiani fra gli osanna del popolo. Si disse allora che, strappando di mano all'arcivescovo Caprara la corona, mentre questi si disponeva ad incoronarlo, e calcandosela alteramente sul capo, Napoleone esclamasse minaccioso: «Dio me la diede, guai a chi la tocca!» Lirica sfida che la storia contemporanea raccolse, e alla quale la storia posteriore non credette.
Nullameno una specie di regno d'Italia era fondato: Eugenio di Beauharnais, figliastro di Bonaparte, vi dominava vicerè; il ducato di Parma vi diveniva semplice dipartimento, la republica di Genova colla solita forzata spontaneità vi si annetteva, Lucca e Piombino costituivano un principato per Elisa e Felice Baciocchi, che doveva presto assorbire tutta la Toscana. Intanto l'Europa eccitata dall'Inghilterra, spergiura alla pace d'Amiens, e alla quale Napoleone aveva già risposto coll'insensata minaccia del campo di Boulogne, preparava contro di lui una terza coalizione. Austria, Russia, Napoli, Svezia, Turchia risorgono a difesa del diritto publico europeo conculcato dall'usurpatore; Pitt è il tesoriere della nuova guerra, la Russia forma il retroguardo dello immenso esercito. Ma Napoleone, sollecitato da Fouché ad una pronta vittoria, viola con incredibile temerità il territorio prussiano, piglia il generale austriaco Mack alle spalle, lo chiude in Ulma, lo fa prigioniero, marcia su Vienna, vi penetra, emana decreti dall'imperiale Schönbrunn. L'arciduca Carlo, incalzato da Massena vincitore a Caldiero, si ripiega invano sull'Austria, giacchè l'esercito italico, congiuntosi con quello di Napoleone, prostra ad Austerlitz con maggiore vittoria tutta la massa degli austro-russi.
L'Austria fiaccata patteggia a Presburgo (1805), abbandonando il regno d'Italia, la Venezia, la Dalmazia e l'Albania; la Russia retrocede, la Prussia scende a nuove cessioni, i Borboni di Napoli allibiscono. La regina Carolina, che vantavasi ancora impudentemente di avere ingannato Napoleone con una finta neutralità, resiste sola fra lo sbigottimento generale. All'annunzio della battaglia di Austerlitz e del decreto di Napoleone che annunciava al mondo: «i Borboni di Napoli hanno cessato di regnare», gli inglesi e i russi sbarcati nel regno per difenderlo si ritirano, il re preparandosi a fuggire ordina ai generali di morire piuttosto che cedere una sola fortezza, la regina ostinata all'ultima resistenza è travolta dalla fuga generale. Giuseppe Bonaparte, nominato da Napoleone re di Napoli, si avanza con Saint-Cyr e Massena. Tutto piega; Gaeta sola resiste, intanto che gl'inglesi occupano Capri, e la regina riparata in Sicilia scatena le vecchie bande di Rodio e di Fra Diavolo sul continente. Ma i tempi sono mutati: l'entusiasmo superstizioso ed anarchico della prima reazione non si rinnova.