Appena insediato, Giuseppe Bonaparte, piuttosto ministro di Napoleone che re, ordinava il regno alla francese tra le feste solite in Napoli per tutti i conquistatori. Stabiliva ministeri e consigli di stato, aboliva ventitre tasse indirette per sostituirvi la fondiaria senza esenzioni, ma purtroppo senza catasto; dava a censo il Tavoliere delle Puglie, toglieva giurisdizioni feudali e privilegi di nobili, svincolava fidecommessi, aboliva conventi, disciplinava la publica istruzione, sistemava giuoco e prostituzione, illuminava le strade, ne apriva di nuove. Il codice di Napoleone, quantunque senza giurati e con tribunali d'eccezione in quel primo trambusto, recava un indicibile miglioramento alla giurisprudenza e alla giustizia, semplificando ed irrobustendo l'amministrazione.

Ma il regno era sommosso da congiure e da insurrezioni. Carolina da Palermo e Saliceti primo ministro da Napoli combattevano un'orribile guerra di agguati e di assassinii; le bande dei briganti pullulavano; l'inglese Sidney Smith, sbarcato nel golfo di Sant'Eufemia, sconfiggeva il generale Regnier a Maida; Massena stesso, malgrado il terrore del proprio nome, non giungeva a quietare le Calabrie. Re Giuseppe poco amato e niente stimato, perchè fatalmente sottomesso ai voleri di Napoleone, non soddisfaceva ad alcun partito; la necessità delle feroci repressioni governative giustificava le crudeltà efferate del brigantaggio regio; la terribile dichiarazione di Napoleone: «i popoli di Napoli e di Sicilia sono caduti in poter nostro per diritto di conquista e come formanti parte del grande impero», neutralizzava tutti i benefici del nuovo regime. Se la memoria della teatrale ma nobile republica partenopea s'indeboliva nel popolo, il nuovo dispotismo faceva amare l'antico pieno di privilegi per tutti: il sentimento nazionale resisteva validamente alla minaccia di una francesizzazione, che avrebbe fatto discendere Napoli a grado di lontana e smembrata provincia francese. Ma come tutte le sventure dovessero raddoppiare di dolori in quella tragica transizione, la regina Carolina insaniva sui fedeli siciliani, spremendo loro ogni denaro, violando le loro antiche immunità parlamentari e sacrificandoli ai cortigiani fuggiti da Napoli. L'attitudine alle idee moderne imposte dalle armi francesi era dunque molto minore nelle Due Sicilie che nell'alta Italia, a giudicare dalla facilità onde questa si era sottomessa al governo napoleonico, e dall'entusiasmo col quale la sua miglior gioventù entrava nell'esercito del nuovo regno per partecipare alle guerre europee. Anzi le differenze storiche e politiche fra queste due massime parti d'Italia, specialmente nel grado e nella diffusione della cultura, vigoreggiavano talmente che una fusione di Napoli con Milano sarebbe parsa ad entrambe una conquista, e Napoli vi si sarebbe sentita degradare. Ma così grande fatto era impedito sopratutto dallo stato pontificio, che avrebbe tagliato in due il regno italico, e dal problema di Roma inevitabile capitale d'Italia, prima ed ultima condizione di una ricostituzione nazionale. La disperata resistenza delle Calabrie e l'indomabile perfidia della corte borbonica, discordi nel sentimento per quanto unite nell'intenzione contro lo straniero, non potevano quindi giungere a risultato di sorta perchè entrambe fuori dalla storia: il dispotismo regio, siccome contrario al diritto moderno, la ribellione popolare, siccome tendente a difendere in Napoli l'antica idea federale, mentre tutto quell'incalzare di mutamenti serviva a cancellare i confini e a sopprimere le differenze dell'antica federazione. Così il partito democratico, per giusto ed insieme erroneo odio allo straniero, ritornando a Ferdinando di Borbone per evitare Giuseppe Bonaparte, si suicidava nella più dolorosa contraddizione, per risorgere più tardi nella negazione d'ogni piccolo stato italiano entro la grande ideale repubblica di Giuseppe Mazzini.

Allo sbaraglio di questa terza coalizione europea il regno d'Italia comprende ormai tutta l'Italia superiore; la Toscana e lo stato pontificio stanno per sparirvi, quello di Napoli non appartiene che formalmente a Giuseppe Bonaparte; solo la Sicilia e la Sardegna restano a testimonio degli antichi stati italiani, ma sotto un protettorato inglese che ne viola la libertà e ne compromette l'indipendenza peggio dell'unificazione napoleonica.

Quarta e quinta coalizione europea: 1807-1809.

A questo punto le segrete e trascendenti necessità della rivoluzione francese in Europa sembrano spingere Napoleone alla follia. Il demone della guerra lo attira a nuovi campi di battaglia, che coll'apparenza d'un disastro per le nazioni vinte non daranno alla Francia alcun vantaggio positivo. Così dopo aver sovvertito col trattato di Lunéville dalle basi la costituzione dell'impero germanico, Napoleone ne cancella persino il nome e sostituisce il protettorato francese alla supremazia dell'Austria. La nuova confederazione del regno sbozzata da Talleyrand sottomette la vecchia confederazione tedesca all'impero francese con un'alleanza nella quale Napoleone è padrone. Se il trattato di Lunéville aveva secolarizzati parecchi principati tedeschi, l'atto della nuova confederazione ne mediatizza molti altri piuttosto ad incremento dei sovrani che a favore dei popoli; ma, costringendo la Prussia ad impossessarsi dell'Hannover, e annettendo col trattato di Tilsitt la Pomerania alla Germania, Napoleone scaccia da questa l'Inghilterra e la Svezia. Il principio di nazionalità contenuto nella rivoluzione francese si verifica quindi per opera dell'impero attraverso i capricci e le necessità momentanee d'una politica personale. Se non che l'ascendente di Napoleone aumenta le sue prepotenze. Invano la Turchia si umilia, la Russia patteggia, e Pitt muore forse credendosi vinto nell'immane tenzone. La guerra, che si rinfocola presto colla Prussia violata nell'onore di nazione dai modi tirannici e sprezzanti di Napoleone, richiama la Russia ancora sanguinante per le vecchie sconfitte in campo a soffrirne di peggiori.

Napoleone, infiammato dalla rivalità con Federico il Grande, precipita gli armamenti e mena la guerra con tanta rapidità che in una sola settimana rovescia esercito e trono prussiano. L'Europa urla al prodigio; la rotta di Rossbach è vendicata, la spada di Federico II viaggia scortata trionfalmente a Parigi. Ma caduta la monarchia, il popolo insorge, e i russi avanzano. Napoleone a Posen ridesta tutte le speranze polacche per tradirle poi nella costituzione del piccolo ducato di Varsavia: quindi di fitto verno s'inoltra la prima volta per quei climi inospitali senza sole. I russi resistono ad Eylau e ad Heilsberg per soccombere a Friedland (1807) con tanta strage che la pace diviene necessaria. E questa fu maggiore della battaglia, giacchè a Tilsitt Napoleone ed Alessandro si divisero l'Europa in due immensi imperi d'oriente e d'occidente. Suprema illusione suscitata in loro dalla storia per annullare il valore ideale di tutte le monarchie e gettare i popoli offesi nella propria personalità in braccio a una democrazia più grande di tutti gl'imperi! Napoleone, trascurando i popoli nei rimaneggiamenti della carta europea, non si accorgeva di lavorare unicamente per essi. Infatti, esclusi dalla diplomazia, violentati nelle nazionalità, offesi nelle tradizioni, sollevati dalle idee rivoluzionarie, pareggiati dal codice napoleonico, accettano la libertà ed insorgono per l'indipendenza. Le vecchie dinastie abbattute si affratellano con essi promettendo le medesime libertà e la stessa uguaglianza della rivoluzione francese; le inversioni scoppiano dovunque. Austria, Russia, Prussia parlano di emancipazione e di democrazia: Napoleone, rappresentante della rivoluzione francese, diventa il tiranno, e deve violentare tutte le genti, spremendo loro sangue e denaro per guerre che rinnovano l'Europa rovesciandola. L'Inghilterra, instancabile nell'assoldare l'Europa regia e feudale contro la rivoluzione francese, diventa campione della libertà di commercio per resistere al blocco continentale; le sconfitte, che disperdono gli eserciti, adunano i popoli; le vittorie, che rovesciano le nazioni, le liberano contemporaneamente dal loro passato, ringiovanendole coll'insurrezione popolare; i trattati stretti e violati arbitrariamente tolgono ogni valore all'antico diritto publico e ogni credito alla diplomazia per render e la politica un interesse di popoli anzichè di gabinetti; mentre la Francia, sublime di eroismo e di pazzia, illumina e brucia, batte e ritempra, frantuma e ricompone tutta l'Europa. La lotta è fra due mondi; Napoleone enorme, inconsapevole e fatale, li fonde, per cadere poi soffocato, a un'ora prestabilita, sotto il loro peso.

La sua politica necessariamente assurda negli scopi e nei mezzi non arretra davanti alcun ostacolo; spezza la Prussia in quattro dipartimenti alla francese per poi restituirla smezzata al re Federico Guglielmo III: da Berlino, imitando il disperato provvedimento della republica americana e della convenzione, intima il blocco all'Inghilterra, audacia maggiore di quella da lui mostrata al ponte d'Arcole, gigantesca guerra economica che Proudhon solo nella implacabile temerità del proprio genio doveva ammirare trent'anni dopo. Quindi perduto come un poeta nel sogno dell'impero di occidente getta corone a tutti i propri fratelli: a Luigi quella d'Olanda, che era republica e aveva tanto combattuto per farsi indipendente; ad Elisa quella d'Etruria; a Girolamo quella di Vestfalia, regno improvvisato, assurdo come una chimera e greve come un incubo; a Giuseppe toglie Napoli per surrogargli Murat e dargli invece la Spagna. Nel Veneto costituisce dodici ducati, ricordo dei pari di Filippo Augusto e dei cavalieri della Tavola Rotonda, impegnandovi un quindicesimo delle entrate che ne caverebbe il regno d'Italia; si riserba sei grandi feudi nel regno di Napoli, altri nel resto d'Italia e in Germania. Rievoca il cerimoniale di Luigi XIV, scimmiotteggia l'antica etichetta, s'umilia agli inflessibili aristocratici.

Ma l'utopia dell'impero occidentale, dopo averlo spinto sino ai confini della Russia, lo trascina all'estrema punta del Portogallo. Questo e la Spagna sono retti da due dinastie esaurite, che Napoleone vuole naturalmente sostituire. Così, dopo aver concesso pace alla Spagna entrata nell'ultima coalizione e rimasta scoperta dopo la grande vittoria di Jena, la tenta diabolicamente coll'offerta del Portogallo scaduto a Maria I, pazza, e a Don Giovanni per essa reggente, principe peggio che imbecille. La Spagna governata da Godoy, ignobile guardia di corpo diventato amante della regina e padrone del re, morde all'amo: un esercito francese con Dupont snida la dinastia dei Braganza da Lisbona, Murat occupa militarmente la Spagna. La corte vi si smarrisce nelle più nauseanti sozzure: la regina minacciata di perdere il trono non pensa che all'amante, Ferdinando principe ereditario insidia la vita al padre Carlo IV, questi preferisce il drudo di sua moglie al figlio; Napoleone li coglie tutti a Bajona con uno stesso tradimento e li spodesta. I Borboni di Spagna finiscono peggio che quelli di Francia: Luigi XVI ebbe la gloria del patibolo, Carlo IV pattuì il castello di Compiègne e trenta milioni di reali, Ferdinando si congratulò persino con chi gli occupava il trono. Murat, facile vincitore di quella scenica guerra, avrebbe ambito alla corona di Carlo V che toccò invece a Giuseppe Bonaparte, tolto a Napoli come un fattore ad una masseria.

Ma la Spagna è la prima nazione che si solleva contro Napoleone: Austria, Prussia, Italia non avevano avuto che volontari; qui tutto il popolo diventa esercito. Napoleone moltiplica invano generali, battaglie, vittorie; il suo genio militare sfolgoreggia più abbagliante che mai nel disegno della campagna (1808), cui viene egli stesso a dirigere e che gli riapre le porte di Madrid; nullameno il popolo spagnuolo ha ferito Achille al tallone. L'Inghilterra aiuta l'insurrezione con Wellington, generale mediocre e perfetto, che dovrà vincere fra non molto il grande condottiero. Ogni siepe si muta in baluardo, ogni casa in fortezza, ogni uomo in soldato, ogni frate in eroe, ogni parroco in capitano. Il marchese La Romana, disertando alla testa di tutti gli spagnuoli dalle rive del Jutland per venire al soccorso della patria insorta, emula la ritirata di Senofonte, Saragozza offusca la gloria di Numanzia, Mina risuscita Viriate. Intanto re Giuseppe e Napoleone sbarazzano la Spagna dal secolare fardello dei privilegi ecclesiastici e feudali: il governo è liberale ma tiranno, la nazione reazionaria ma indipendente; antitesi insolubile allora e che si risolverà dodici anni dopo colla rivoluzione del 1820, quando libertà ed indipendenza si saranno fuse nella democrazia. Questa guerra originale di popolo rende egualmente insignificanti le sconfitte e le vittorie: i francesi non posseggono mai che il campo sul quale combattono, o la città nella quale si fortificano. La loro gloria militare si appanna, l'eco della resistenza spagnuola traversa la Germania e la solleva.

Dumouriez, già traditore della convenzione e assoldato ora dai nemici della Francia, scrive il manuale della guerra per bande, la Prussia si prepara al riscatto, l'Austria alla rivincita: intorno ad esse, ancora informe ma immensa, una nuova Germania unitaria freme guerra e libertà; le idee rivoluzionarie e francesi, che l'hanno desta, la spingono già contro la Francia conquistatrice e tiranna con Napoleone. Questi, pronto al pericolo, si restringe con Alessandro di Russia, e al colloquio di Erfurt, nel quale riconfermando il trattato di Tilsitt, assodano la divisione dei due imperi orientale ed occidentale, può mostrargli stipata sotto i loro piedi nel gran teatro una platea di re. Ma questo accordo dei due imperatori, assurdo nell'idea quanto falso nell'intenzione, non sgomenta l'insurrezione tedesca, che spinge l'Austria a farsi assalitrice per la libertà d'Europa. I re hanno già imparato dalla rivoluzione come ricorrere alle masse: il loro linguaggio è mutato quanto il loro diritto; la nazione sola può dare la vittoria, essendo la ragione e la forza della guerra.