Nullameno il genio militare di Napoleone prevale ancora nel disaccordo delle due grandi potenze tedesche: la Prussia smembrata ed incerta fallisce alla guerra, l'Austria abbandonata vi soccombe, benchè Napoleone, tradito alla propria volta da Alessandro di Russia, sia solo a combatterla. Con un esercito quasi tutto della confederazione e con cinque battaglie respinge l'arciduca Carlo al di là del Danubio, marcia su Vienna e la prende in pochi giorni. Il popolo, poco compatto nelle troppe nazionalità e non ancora abbastanza rivoluzionario, s'accascia; dinastia e governo rimangono soli coll'esercito contro Napoleone. Questi da Schönbrunn ordina l'aggregazione degli stati pontifici all'impero. Se il papato incoronando Napoleone imperatore aveva tradito il principio della monarchia per diritto divino, il nuovo impero cesareo, formula sintetica ed effimera della monarchia e della democrazia, vendica quel tradimento, affermandosi con orgoglio antico e con empietà moderna padrone del papato. Così finisce il duello fra papato ed impero durato tanti secoli.
Napoleone trionfante a Schönbrunn crede di essere un imperatore, e non è che il condottiero della rivoluzione.
Mentre infatti medita di spezzare la monarchia austriaca per ridurla in provincie del proprio fantastico impero, la guerra lo obbliga a ripassare il Danubio; sorpreso ad Essling dall'arciduca Carlo, è quasi battuto e sarebbe catturato, se il suo mediocre avversario ne avesse il coraggio. Questa esitanza lo salva, permettendogli di ritirarsi sulla Lobau in mezzo al Danubio. La Germania urla freneticamente: il sorcio è nella trappola! ma l'arciduca Carlo, quasi atterrito dalla possibilità di tanta vittoria, dubita ancora. Napoleone improvvisa come Cesare un ponte sul Danubio, ne tocca l'altra riva, si congiunge all'esercito d'Italia vincitore dell'arciduca Giovanni, ripassa il gran fiume, e a Wagram, dopo orrendo macello, impone all'Austria la pace.
La Prussia, percossa di terrore, lascia esulare il duca di Brünswick e uccidere il maggiore Schill, che la chiamavano a guerra d'insurrezione; l'Olanda preparata dagli inglesi alla rivolta la procrastina; la Germania impreparata si vi addestra nelle società segrete e nelle canzoni; il Tirolo, insorto con Andrea Hofer a una crociata commovente di mistico eroismo «in nome di Dio e della Santissima Trinità», lascia fucilare piangendo il proprio generale, sublime natura di cristiano attardato nella storia; la Russia lontana, immobile alleata della Francia, scruta pensosa in quella sconfitta, che toglie all'Austria altre duemila miglia quadrate e tre milioni di sudditi, obbligandola a gettare una delle proprie principesse in braccio al vincitore per dargli una dinastia.
Mutamenti politici in Italia.
L'Italia aspettava da queste nozze il proprio re.
Infatti il regno d'Italia era venuto d'anno in anno crescendo. Quattro strade meravigliose aperte attraverso al Sempione, al Cenisio, al Monginevra e al Colle di Tenda, lo congiungevano all'impero; una corte, ministri, ambasciatori, un istituto, scuole, ospedali, fabbriche grandiose consolavano Milano della mancanza di vera libertà. D'altronde pochi erano a sentire tale difetto, e questi i giacobini. L'applicazione del codice francese rimutava quotidianamente tutta la società; l'abolizione graduale, poi totale dei conventi, la purificava; la coscrizione la rinvigoriva. Napoleone per i propri bisogni incessanti di guerre badava a questa sopratutto, ed era il massimo dei benefici per una gente snervata da due secoli di inerte schiavitù. L'abitudine delle armi ritemprava i caratteri; le idee rivoluzionarie ricostituivano la coscienza. Napoleone, ridiscendendo in Italia dopo la grande vittoria sulla Prussia, forse irritato egli stesso dalle troppe piaggerie, disse fieramente che le donne italiane non avrebbero dovuto permettere ai giovani di comparire loro innanzi se non recando onorevoli cicatrici. A Venezia sognava di formare una flotta, a Milano promise di accrescere il regno. Infatti il 22 novembre 1807 spodestò la regina reggente di Toscana, che cedette quasi ringraziando, per sostituirle la propria sorella Elisa, amazzone ariostesca sempre cavalcante fra generali e soldati: mutamento che tolse la Toscana alla segreta reazione bigotta di Luisa di Borbone. Il trapasso da una dinastia all'altra fu governato saviamente dal Degerando, buon amministratore quanto scarso politico; poco dopo Parma e Piacenza si fusero nel dipartimento del Taro. Al trono di Napoli, vacante per l'elezione di Giuseppe Bonaparte re di Spagna, fu eletto Gioacchino Murat, il cavaliero più impetuoso e pomposo del ciclo napoleonico. Napoli, terra di feste e di sommosse, magnificente e selvaggia, volubile e passionata, era fra tutti i regni dell'immenso impero quello che meglio conveniva a questo cognato dell'imperatore destinato a diventare re.
Laonde fu accolto da ogni sorta di luminarie e di adulazioni appena annunziò di accettare la costituzione largita in Bajona dal suo antecessore. Firrao, cardinale di Napoli, sorpassò Gamboni, patriarca di Venezia, nelle servilità al nuovo re: il tradimento di Pio VII verso i Borboni di Francia si ripeteva per tutta la gerarchia della chiesa contro tutti i re spodestati. Per prima impresa Murat, miglior soldato e sovrano più altero di Giuseppe Bonaparte, assalta a Capri e costringe alla resa Hudson Lowe, futuro carceriere di Napoleone; quindi, imitando da lontano l'equivoco esempio dell'imperatore, vezzeggia i baroni e dispetta i republicani memori ancora contro di lui dello sfratto dalla Toscana, finge dimenticare la riconosciuta costituzione per regnare dispoticamente a mezzo dell'antica feudalità: errore enorme che annullava tutto il pericolo anteriore delle riforme e l'altro della republica partenopea contraddicendo a tutte le idee del momento. E siccome le Provincie al solito non quietavano, costituì legioni provinciali, una per ognuna di esse, abituando ed addestrando il popolo alle armi. Ma se questo era un grande vantaggio per l'educazione dei caratteri mediante l'abitudine della disciplina e il tonico dei pericoli, non bastava nullameno a compensare i danni e i dolori di una incredibile licenza soldatesca.
Su questi malumori soffiava la corte di Palermo avaramente fissa al riconquisto del regno. Calabrie ed Abruzzi battagliavano ancora con intendimenti diversi: alcuni, implacabili nemici di ogni straniero, vi agognavano, il ritorno di Ferdinando; altri, indomabili amanti della republica, si ostinavano contro ogni re: fra questi e quelli scorazzavano ignobili e feroci banditi per vaghezza di sacco e di sangue.
I carbonari, nuova setta destinata a grande celebrità, scesero dalla purezza del loro principio religioso-politico secondo il quale consideravano Gesù come primo dei republicani e prima vittima del dispotismo, sino a trattare per mezzo del duca di Moliterno colla corte borbonica. Erano stati introdotti nel regno dal Menghella ministro di polizia; ma, quantunque avessero dovuto poco dopo rifugiarsi in fondo alle Calabrie, dimenticarono per odio allo straniero Murat la perfidia anche troppo provata della regina Carolina. Fra le tante inversioni di quel periodo politico si videro quindi i carbonari associati come rappresentanti del liberalismo colle vecchie bande borboniche, che avevano assassinata la republica partenopea. Tale falsa alleanza, inintelligibile per il popolo, non potè naturalmente giovare troppo nè all'idea democratica, nè alla causa regia, mentre Murat spiegava invece la più ammirabile energia alla conquista della Sicilia. Che se la viltà dei nuovi soldati napoletani guidati dal Cavaignac rese inutile uno sbarco ben riuscito, e gl'inglesi poterono preservare l'isola dall'invasione, nullameno la rivolta delle bande regie carbonare nelle Calabrie fu domata dal generale Manhès con sì tremenda ferocia che i luoghi purgati rimasero deserti. Capobianco, capo dei carbonari, vi perì miseramente in un'insidia.