Quasi contemporaneamente Carolina d'Austria doveva esulare dalla Sicilia.

Il suo governo nell'isola, peggiorando ogni giorno per la necessità di una lotta senz'idea e senza speranza, aveva stancato prima l'affetto, poi la pazienza del popolo. Murat da Napoli, sempre intento alla conquista dell'intero regno borbonico, manteneva intelligenze con bassa gente, specialmente in Messina. Carolina, avvertitane, vi spedì il marchese Artali, uomo dei peggiori anche in quell'epoca, il quale vi menò tanta strage di rei, di sospetti e di innocenti, da provocare per disperazione la stessa rivolta che intendeva prevenire. Ma gl'inglesi, annettendo capitale importanza all'occupazione della Sicilia, nella quale tenevano quindici mila uomini e dalla quale padroneggiavano il Mediterraneo, avvisarono, per non alienarsi affatto il popolo, d'infrenare le sevizie e lo sperpero della corte. Era allora ministro delle finanze il Medici, destro e dispotico e nullameno inetto a fronteggiare tante spese; i napoletani ricoverati a corte, gentiluomini, banditi e spie, divoravano ogni rendita; le fazioni di Calabria, le spedizioni di Castellamare e di Procida avevano dissestato irreparabilmente i bilanci: le trecento mila lire sterline date a sussidio dall'Inghilterra non bastavano nemmeno al lusso della corte.

Il parlamento di Sicilia convocato nei tre bracci dal Medici (1810), mise per opera dei baroni sdegnati contro la corte tanta difficoltà all'esazione dei così detti donativi che non fu possibile ricavarne alcun partito. Capitanava l'opposizione il principe di Belmonte, che per staccare il popolo dalla devozione al re persuase ai baroni di rinunziare agli ancora vigenti diritti feudali. Era questo un espediente politico ed insieme un irresistibile influsso dei tempi. Si riformarono pure, sebbene con criteri più polizieschi che giuridici, gli ordini giudiziari. Medici dovette dimettersi, la regina inviperiva alla imprevista opposizione. Tommasi, succeduto nella direzione delle finanze, propose due espedienti: una tassa dell'uno per cento su tutti i contratti e una vendita a lotto di alcuni beni pii; e l'uno e l'altro fallirono per accordo unanime del popolo. Quindi i baroni, ingagliarditi dal successo, precipitano le mosse: la regina più feroce ancora imprigiona i loro capi e li separa nelle prigioni delle varie isole meditando di spegnerli; se non che gl'inglesi, gelosi del possesso delll'isola, attraversano così ribaldo disegno. Lord Bentinck, succeduto a lord Amherst, accorgendosi che la regina tratta con Napoleone già scontento di Marat e abbastanza abile per servirsi di Carolina stessa e del suo nuovo odio agli inglesi per la conquista dell'isola, spiega un'ammirabile risolutezza. Minaccia d'imprigionare tutta la corte, si reca in mano il governo dell'isola, costringe Ferdinando ad abdicare in favore del principe ereditario, libera i baroni, convoca il parlamento, e da questo fa promulgare una costituzione all'inglese. Libertà eccessiva ed incomprensibile in un paese ancora feudale, che volle invece il cattolicismo unica religione di stato e la deposizione del re qualora non la professasse! Nullameno l'abolizione dei gravami feudali e la soppressione delle bandite rianimava il paese. Ma la regina, relegata a Castelvetrano, anzichè impaurirsi, riannoda intrighi e congiure, aduna i malcontenti, crede alle promesse di Napoleone, galvanizza il codardo Ferdinando irritato per la soppressione dei suoi privilegi di caccia, lo spinge a Palermo perchè, affermandosi ristabilito in salute, riassuma l'autorità regia. Nella città scoppia una sommossa; agl'inglesi, odiati come stranieri ed oppressori malgrado l'imposta costituzione, anzi forse maggiormente per questo, si minaccia un altro Vespro. Senonchè Bentinck raccozza i propri soldati, occupa militarmente Palermo, cinge di forte assedio la villa del re, lo spaventa, gl'impone, oltre una nuova rinuncia, lo sfratto della regina.

L'indomabile donna era vinta, però nell'ultim'ora non piegò e non pianse: tutto l'orgoglio feroce della sua razza le bruciò in cuore come sopra un altare sacro agl'idoli sanguinosi dell'antico dispotismo, senza che nessuno potesse vantarsi di aver mai potuto spegnere tale fiamma. Laonde, tedesca, parve rampollata di Sicilia, terra di vulcani e rifugio di banditi, nei quali circola ancora il sangue voluttuoso e crudele degli antichi libici, dei mori, degli arabi, dei normanni, dei turchi, degli spagnuoli.

Partita la regina per Vienna, l'opposizione di regia si mutò in popolare. Si capì subito che Bentinck voleva comandare al parlamento, e che le tasse da lui levate per mantenere il proprio esercito erano un tributo della Sicilia all'Inghilterra; i democratici si urtarono ai baroni e ai preti; questi, perduto l'appoggio della corte e aborrendo dallo straniero, non seppero a che o a chi puntellarsi: la stessa contraddizione di tutti gli stati italiani, emancipati dalle idee liberali e sottomessi da occupazioni forestiere, si aggravò sull'isola.

Da questa Bentinck minacciava tutta l'Italia; Pellew signoreggiava l'Adriatico.

Intanto il regno d'Italia politicamente non progrediva. Al sud dominava Murat; Roma discesa a dipartimento francese, contraddiceva a tutta la propria importanza italiana; Milano, sede del vicerè e capitale della Lombardia, stava sottomessa a Parigi come un capoluogo dell'impero. La costituzione republicano-dittatoriale, accettata piuttosto che data dalla consulta di Lione, si era mutata in monarchica senza bisogno di ritocchi: si era affermato che la corona d'Italia resterebbe sempre disgiunta da quella di Francia. Ma avendo Napoleone un solo figlio, tale separazione diveniva peggio che problematica. Intorno a questo problema s'affaticavano già Eugenio di Beauharnais e Gioacchino Murat, entrambi inutilmente gelosi e perduti nello stesso sogno. Gli antagonismi federali della penisola per quanto domati dall'ammirabile amministrazione unitaria dell'impero, ringhiavano ancora. Genova e Venezia odiavano Milano; Roma non comprendeva nulla al gran moto, attardata ancora nella lentezza del governo dei papi; Torino si rammaricava per il perduto onore di capitale; Palermo esecrava Napoli; questa desiderava più che non comprendesse la conquista di tutta l'Italia. Unità vera nazionale non era ancora che nello spirito di pochi, ed anche in essi piuttosto fede poetica ed eroismo sentimentale che concetto organico. Roma sola avrebbe potuto imporre silenzio al regionalismo, ma nella mente di tutti era sempre la città del papa. In ogni costituzione italiana il primo articolo affermava immutabilmente unica religione la cattolica. Ferveva negli animi un forte desiderio d'indipendenza piuttosto prodotto dalle violenze, colle quali Napoleone strozzava ogni iniziativa nazionale, e dalle terribili imposte di denaro e di sangue, che da coscienza politica. Non si aveva alcuna idea sul come fondare la unità o stringere una confederazione. Le promesse tentatrici dell'Austria e dell'Inghilterra sviavano gli sguardi verso altri padroni: i regii sognavano un principe tedesco che prendesse il posto del Beauharnais e del re di Roma; i liberali aspettavano ancora libertà ed indipendenza dalla Francia, o disperati di questa si univano ai regi sperando poi di sopraffarli. Murat, insano imitatore di Napoleone, negava ogni costituzione, anche quella giurata a Bajona.

Il regno italico non si sarebbe potuto costituire allora che contro Napoleone, il quale lo spezzava in dipartimenti conquistati, e contro tutta l'Europa combattente l'impero francese in nome della libertà, ma non disposta ad applicarla rivoluzionariamente colla soppressione in Italia di tutti i principati a vantaggio della sovranità popolare. L'antitesi politica dell'Europa era allora più che mai diametrale. Napoleone, portando inconsciamente la rivoluzione in tutti gli stati, ne aveva perduto il senso, al punto di non essere più che un imperatore del basso impero, vivente nell'esercito e per l'esercito; il suo impero non era che un assurdo mosaico geografico, sempre ricomposto e male unito da grumi di sangue. Le monarchie feudali invece, risollevandosi dall'urto delle sue conquiste, rispondevano col grido della rivoluzione francese: indipendenza e libertà! Così, alla vigilia dell'ultima campagna di Russia, Napoleone restringeva il proprio dispotismo, per ottenere dall'artificiale unità del comando i miracoli della spontaneità rivoluzionaria del 1793; e i re largheggiavano di concessioni e di promesse ai popoli. Ma, caduto Napoleone, le ricomposizioni nazionali riprodurrebbero quasi tutta l'antica geografia politica, mentre la contraddizione dell'immensa tragedia si schiarirebbe improvvisamente: da un canto la reazione della santa alleanza, dall'altro la rivoluzione.

Per ora il regno d'Italia guadagnava nell'aggregazione all'impero francese idee, costumi, congegni amministrativi, forme politiche, ordini giudiziari, coscrizione e milizie, unità d'imposte e di leggi, e sopratutto la coscienza della propria inanità storica. Il bigottismo regio e cattolico vi era ancora profondamente radicato, la servilità agli stranieri mantenuta dalla necessità di servire ad essi anche pei migliori spiriti e pei più forti caratteri, le provincie separate e rivali non sognavano che governi separati, mentre tutta l'Italia non era ancora che uno dei tanti satelliti dell'astro francese.