Capitolo Quarto.
Caduta di Napoleone
Campagne di Russia.
Il sogno dell'impero d'occidente, spingendo finalmente Napoleone contro la Russia, lo sfracella nella sola realtà imperiale ancora capace di avvenire in Europa. L'impero napoleonico svanisce, mentre la Russia, attirata dalla guerra sino a Parigi, entra definitivamente nell'orbita europea, iniziandovi il grande periodo slavo.
La incredibile guerra s'accende tra Russia e Francia quasi senza motivo: da un canto Napoleone, bruno condottiero dell'occidente; dall'altro Alessandro, candido e mistico, con tutto l'oriente ancora separato dalla storia d'Europa. La libertà, librata sulla tirannia militare dell'uno e sul dispotismo ieratico dell'altro, sfavilla. La guerra prepara alla storia battaglie, nelle quali interi eserciti spariranno senza traccia, incendi di città così vasti da illuminare tutto un regno, stragi che la neve sottrarrà col proprio bianco mistero, al computo inorridito della statistica. Napoleone s'avanza (1812) con seicento cinquanta mila soldati, cinquecento generali, centodieci aiutanti; polacchi, prussiani, austriaci, tedeschi, spagnuoli, portoghesi, svizzeri, italiani, marciano sconosciuti gli uni agli altri e fisi alle sue aquile: ottanta mila cavalli rumoreggiavano come turbine intorno ad esse. Un codazzo di re attende in timido silenzio gli ordini dell'imperatore.
La Russia aspetta intrepidamente il grande urto. I suoi soldati superano il milione, l'Inghilterra le profonde tesori; la Svezia attende un cenno da Bernadotte, suo nuovo re ed antico generale di Napoleone, per discendere terribile nella guerra; Dumouriez, l'implacabile traditore, suggerisce il piano della nuova campagna contro la Francia. Moreau accorre dall'America per eseguirlo. Lungi, a tutti i confini dell'immenso impero s'addensano orde di armati, che arriveranno forse a guerra finita. I cosacchi s'adunano e volano sulle steppe coll'impeto delle bufere, le popolazioni sciamano dalle città, il silenzio della solitudine circonda spaventoso la marcia degli invasori. Napoleone s'avanza da Varsavia verso Mosca, ma lentamente, attraverso campagne abbandonate e città vuote, dietro un nemico invisibile, che lo attira ritirandosi e lo inganna coi cosacchi, gli intorbida le già incerte cognizioni del paese, profitta di tutta la sua inesperienza. Invano i generali consigliano di svernare a Vitepsck: Mosca lontana affascina Napoleone come un miraggio. Smolensko soccombe all'invasione, ma vendica la propria resa incendiandosi. Centomila della grande armata sono già periti, gli altri soffrono la fame; Mosca è ad ottanta leghe. Da essa Napoleone spera dettare la pace. Kutusoff, supremo difensore della città sacra, battuto a Borodino è costretto a ritirarsi, e Napoleone entra vittorioso nell'inviolabile fortezza degli czar. Ma il medesimo eroismo, che aveva incendiato lungo la marcia dei francesi ogni villaggio, brucia Mosca; il più grande incendio della storia illumina la più breve delle sue conquiste. I russi, già chiedenti pace a Smolensko, la ricusano a Mosca; la ritirata è inevitabile ed impossibile. L'esercito cinque volte decimato riprende la via di Parigi lontana come un sogno; ma la Russia insta feroce ed innumerevole da ogni banda; a Malo-Jaroslavetz gl'italiani salvano il passo alla grande armata: la confusione del terrore penetra nelle file fracassate de' suoi reggimenti, che non trovano più nè generali nè bandiere, non hanno più nè armi nè viveri, ignorano le strade e non s'intendono l'un l'altro, non sanno ancora il perchè della prima vittoria e non impareranno mai la ragione di quella suprema sconfitta. Poi la neve bianca fredda incessante acciecante confonde cielo e terra, copre cavalli cannoni strade fossi fiumi villaggi città campagne; cancella gradi, gela armi mani occhi parole cuori pensieri. L'esercito non è più che un'orda; la Russia non è più che una bufera; la follia della morte sibila fra il silenzio della neve che cresce sotto i piedi e sulle spalle, abbattendo i vivi e seppellendo i morti. I cosacchi turbinano, si lasciano dietro qualche macchia di sangue che la neve nasconde prontamente, e scompaiono nella neve.
Solo Napoleone pallido, più terribile di quell'uragano, più freddo di quel ghiaccio, più grande di quel silenzio, cammina alla testa di tutti, pensando ancora. La sua guardia stretta dietro di lui pare un corteo di ombre dietro un fantasma.
Il suo XXIX bollettino all'Europa finisce con questa frase quasi inintelligibile nella sublimità del proprio orgoglio: «la salute di Sua Maestà non fu mai migliore».
Adsum qui feci!
Solo in tale procella di due mondi scatenati dalla sua volontà, non vinto ancora, quantunque abbandonato dagli alleati, tradito a Parigi da Malet, che in una notte s'impossessa della capitale ed annunziandolo morto sta per decretare la decadenza della sua dinastia, Napoleone diserta da quell'esercito di martiri, del quale la forza suprema sta ancora nel seguirlo, e, traversando la Germania insorta, accorre più rapido delle proprie aquile a Parigi.
Appena giunto loda, rimbrotta, sferza, rianima la devozione imperiale: a Fontainebleau (1813) circuisce Pio VII e gli appare così grande nell'estremo sforzo di quell'ora contro tutta l'Europa, che l'imbelle pontefice gli accorda la rinunzia al potere temporale e la facoltà pei metropolitani d'instituire vescovi, se Roma ritardi la loro instituzione oltre sei mesi. Era tutto quanto Napoleone gli aveva chiesto tempestando a Savona dall'alto di una potenza apparentemente invincibile; e allora il papa aveva balbettato concedendo, contraddicendosi, ritrattandosi. Adesso, dopo così formale abdicazione, appena sottratto al fascino di Napoleone, protesta daccapo contro la propria debolezza. Ma il grande atto è compiuto; il papato si è suicidato, il papa è ridisceso volontariamente dal grado di re a quello di primo vescovo della cristianità. Impero e papato soccombono alla stessa catastrofe, papa ed imperatore muoiono nella stessa abdicazione.