Intanto Napoleone non perde un minuto: la sua prodigiosa attività, aiutata dalla mirabile organizzazione delle prefetture, riprepara nell'impero sconvolto un nuovo esercito; la publica opinione, stordita dal rombo di tanti disastri e dalle nuove grida di rivincita, non sa più come giudicare: il linguaggio dell'imperatore suona altero come nei giorni della vittoria. Napoleone batte moneta con ogni espediente, deferisce la reggenza a Maria Luigia, e alla testa di un esercito di coscritti si riavventa sulla Germania, pigliando l'offensiva. Murat, al quale abbandonando i resti della grande armata aveva ceduto il comando, inquieto per il proprio regno di Napoli, diserta vilmente; Eugenio, che gli succede, non vale di più; Ney, che basterebbe forse contro tanta rovina, non è che generale e deve ubbidire al vicerè. Ma la sesta coalizione è già stretta. Prussia, Austria, Germania si rivoltano: Blücher è il nuovo eroe prussiano, Schwartzenberg il generalissimo aulico dell'Austria. Tutte le nazioni sono in piedi contro Napoleone al grido d'indipendenza e nel nome della libertà; nullameno il terrore del suo genio è tale che gli si offre ancora per confine il Reno conquistato dalla rivoluzione. Egli non può accettarlo: la follia dell'impero lo costringe a volerne i confini all'Oder e all'Elba; la storia ha bisogno della guerra nazionale per svecchiare e chiarire la coscienza europea. Quindi Napoleone, dimentico della Francia, non campeggia più che per il proprio impero; a Lützen, a Wurschen, a Bautzen la vittoria gli sorride ancora: l'Austria ingelosita del movimento tedesco diretto dalla Prussia propone una pace per impedire la formazione di una nuova Germania: Napoleone, più superbo che mai, ripretende l'integrità dell'impero dall'Illiria ad Amburgo, e la guerra si rinfocola. Castlereagh invelenisce col proprio odio inglese lo sdegno di tutta l'Europa, Bernadotte e Moreau parricidi combattono contro la Francia, Jomini dotto stratega svizzero la diserta; l'eroismo germanico emula quello della convenzione: filosofi, scienziati, poeti, diplomatici, donne e fanciulli si gettano alla guerra. Napoleone resiste invano: battuto a Lipsia, è già vinto; costretto a ritirarsi in Francia, la difende colla foga di una improvvisazione, che ripete i miracoli del 1796; ma tutto crolla intorno. Il suo impero si sfascia come un scenario; i re improvvisati si spogliano come tante comparse al finire del dramma. Wellington minaccia i Pirenei, il principe di Orange solleva l'Olanda, le città anseatiche insorgono, la confederazione del Reno è spezzata, Illiria e Tirolo si scuotono; Murat, stupidamente traditore, s'accorda coll'Austria; la Svizzera, giustamente ribelle, scrolla il protettorato francese.
Proposizioni di pace rallentano indarno questa guerra che deve congiungere con due campagne inverse Parigi e Mosca; Napoleone ricusa tutti i patti, non promette nessuna libertà, non domanda che soldati per vincere. La Francia non ne ha più. Gli alleati, vinto il Reno senza colpo ferire e violati gli antichi confini francesi, si congregano ancora a Châtillon incerti sul come ordinare la Francia: la loro esitanza in faccia alla rivoluzione li fa somigliare a gufi esposti al sole. Napoleone delirante adesso esige il Reno e compensi per i propri fratelli spodestati: suprema pretesa feudale, che solamente egli, estremo imperatore militare, poteva affacciare! Ma Pozzo di Borgo, il suo terribile rivale còrso, persuadendo agli alleati di marciare su Parigi, dà la formula finale di questa guerra delle nazioni e spezza l'incanto dell'impero.
Parigi disonora nella propria capitolazione se stessa e Marmont: Napoleone, separato dal popolo per la fatale follia dell'impero, non può, come Alessandro di Russia e la convenzione, bandire la guerra nazionale; quindi abdica (1814) a Fontainebleau, riserbandosi la sovranità dell'isola d'Elba e stipulando il ducato di Parma e Piacenza per la moglie. Così il ridicolo si mesce al sublime. Il suo ultimo addio non è alla nazione, ma ai soldati.
I Borboni rientrano in Francia sottomessi ad una costituzione, che tradiranno, ma che ha già distrutto il principio della loro monarchia divina.
Catastrofe dei regni francesi in Italia.
In Italia il disastro della campagna di Russia aveva ingagliardito la vecchia opposizione regio-cattolica.
Già da tempo questo partito, aiutato da Palermo, da Roma e da Vienna, intendeva ad una restaurazione. Per esso il codice francese era una tirannia e l'amministrazione napoleonica un saccheggio. Colle guerre del 1805 crebbe l'agitazione: il Polesine si dichiarò in favore dell'Austria; l'anno seguente Parma si ammutinò nel nome del papa; nel 1807 i regii di Napoli sconfitti si unirono agl'insorti delle Calabrie; nel 1809 tutta Italia rispose all'insurrezione del Tirolo. La polizia di Beauharnais, sequestrando le carte al conte di Goess, emissario austriaco, vi scoprì compromessi tanti nobili lombardi, che non ne osò il processo; a Como un montanaro organizzò una banda d'insorti; ad Arezzo il clero ordinò una vasta insurrezione, che pochi gendarmi bastarono nullameno a domare; a Lugo un'associazione teocratico-antinapoleonica disciplinava l'assassinio sui francesi e sui franchi muratori. Le società cattoliche assalivano la rivoluzione in Napoleone, quelle democratiche combattevano in Napoleone la contro-rivoluzione della sua dittatura militare; quindi le necessità del combattimento strinsero le due parti, mentre la sollevazione spagnuola sembrava giustificare tale mostruosa alleanza, provando ai regii come si potesse ritorcere la rivoluzione contro Napoleone, e ai democratici come battersi momentaneamente sotto l'infamata bandiera dei vecchi signori.
Poi la rivoluzione operata dal Bentinck in Sicilia contro la regina Carolina, avendolo reso popolare, gli permise di capitanare la propaganda regia e rivoluzionaria contro Napoleone. La carboneria calabrese, dianzi smarrita in un misticismo evangelico, si trasformò per la nuova influenza britannica in partito costituzionale, infiammandosi al contatto di tutte le feroci passioni meridionali. Murat le oppose Manhès e giustiziò Capobianco; naturalmente questa repressione sanguinosa accrebbe la forza della setta. Intanto Bentinck trattava con Genova e con Milano, a quella promettendo l'antica repubblica, a questa un regno italico indipendente.
Il partito dell'indipendenza italiana, che nel 1799 osteggiava austriaci e francesi, regii e democratici, costretto all'assurdo dalla forza delle circostanze, doveva ora sostenere i governi di Beauharnais e di Murat. Quegli, figliastro di Napoleone e a lui fedele, non avrebbe mai osato in tempo utile la rivolta necessaria a costituirsi indipendente; questi, piuttosto generale di cavalleria che re, impetuoso ed inetto, teatrale ed inconsapevole, non si era ancora fuso col proprio popolo, dandogli la costituzione giurata di Bajona, e non intendeva nulla nè di governo nè di storia italiana. D'altronde avrebbero avuto nemici l'Austria e il papa nell'ora imminente della grande restaurazione europea.
Il partito democratico rifugiato nelle sètte non aveva nè un fatto nè una forma politica entro cui operare in nome proprio, mentre tutta la storia era allora occupata dalla dittatura militare di Napoleone e dalla reazione nazionale europea contro la medesima. L'Italia, non essendo ancora nazione, giacchè il regno italico sbozzato dalla rivoluzione nella cisalpina era di fatto diventato un dipartimento dell'impero francese, e quello di Napoli successivamente conceduto a Giuseppe Bonaparte e a Murat appariva come un'usurpazione contro i Borboni ancora saldi in Sicilia e riconosciuti da tutta Europa, e Roma tolta al pontefice non era divenuta capitale d'Italia, e il neonato re di Roma non bastava nemmeno al vacillante impero paterno; l'Italia non poteva compiere la propria reazione nazionale assicurandosi l'indipendenza o guadagnandosi una costituzione come la Francia, la Prussia, la Spagna, la Germania. La forma politica del regno, dovuta esclusivamente alla rivoluzione francese, doveva sparire sotto la grande reazione europea, perchè nella storia le forme di accatto non sono vitali; d'altronde la nazionalità italiana, costretta ad essere per l'inevitabile soppressione del papato la più rivoluzionaria d'Europa, non poteva derivare da una reazione monarchica imitante i gridi liberali solo per odio alla dittatura soldatesca di Napoleone.