La reazione italiana non poteva non concludere alla ristorazione dello stato anteriore alla rivoluzione.

Quindi al fracasso dei primi rovesci napoleonici le cospirazioni austro-liberali e regio-cattoliche cominciano a mostrarsi. Il massacro dell'esercito italiano in Russia giustifica per la sua inutilità nazionale il rinfocolamento degli sdegni; l'imminenza di nuovi padroni agghiaccia gli ultimi entusiasmi per la libertà e ravviva l'orgoglio codardo e perverso delle antiche servitù. Murat, disertando il comando supremo della grande armata per timori sul proprio regno di Napoli, appena giunto a Milano, assiepato dal partito dell'indipendenza, si gonfia alla speranza di conquistare tutta Italia, solo superstite della caduta di Napoleone. Contro questi già covava rancore per il contrastato sbarco in Sicilia e gli accordi segreti tentati colla regina Carolina contro di lui. Bentinck, risoluto quanto sottile diplomatico, scoperte tali velleità, badava ad infiammarlo per spingerlo in mezzo agli alleati; ma coll'orecchio teso al rombo delle grandi battaglie Murat esitava ancora per concordarsi al più forte. Intorno a lui molti suoi generali cospiravano per imporgli una costituzione: Guglielmo Pepe tentò di proclamarla a Sinigallia.

Intanto Eugenio di Beauharnais, rimandato da Napoleone in Italia per levarvi uomini e denaro, si avviluppava involontariamente nello stesso problema di Murat, quantunque più sinceramente devoto alla Francia e all'imperatore. La rotta di Lipsia, col togliere a Napoleone ogni ragionevole speranza di rivincita, obbligava Eugenio a discutere la propria posizione in Italia. Quindi il desiderio di rimanervi mutandoglisi fatalmente nel sogno di un proprio regno indipendente, pose anche egli una seconda candidatura regale e fece saggiare la publica opinione da fidati. Murat se gli accostò, offrendo di spartirsi fra loro amichevolmente l'Italia: Eugenio, diffidente dell'emulo, non abbastanza staccato dalla Francia e troppo poco risoluto per l'energia di un tradimento efficace, esitava. L'opinione publica gli era contraria; l'aristocrazia lo aborriva e infiammava l'odio popolare contro Prina e Méséan, ministro segretario. Murat infervorato seduceva il generale Pino per tentare un moto nel regno malgrado il principe vicerè, e fallito nel disegno si buttava finalmente all'Austria, avendo già occupato Roma e le Marche; mentre Eugenio, costretto a ritirarsi sull'Adige dinanzi al nembo dell'invasione austriaca malgrado alcune brillanti fazioni, sembrava dimenticare i sogni regali in più generosi propositi di vittorie campali. Ma anche questa gloria doveva essergli contesa. Nugent, sbarcato a Goro, invadeva il Ferrarese; Bellegarde instava da Verona; Bentinck, approdato a Livorno con quindicimila uomini, muoveva alla conquista di Genova; Murat minacciava da Bologna. Oramai del dominio francese in Italia non restava che la parte compresa fra il Mincio e il Po e le Alpi: i greci e i calabresi di lord Bentinck avevano conquistato Genova ripristinandovi ipocritamente l'antica republica; tutti i proclami degli alleati promettevano libertà, indipendenza, unità, confermando nella menzogna di questo espediente la verità della nuova ancora immatura idea politica di una terza Italia.

Alle novelle della presa di Parigi e della abdicazione di Napoleone, Eugenio pattuiva con Bellegarde, generalissimo austriaco, il ritorno dei soldati francesi in Francia e la facoltà agli italiani di conservare la parte di regno occupata sino a che i loro delegati, abboccandosi coi confederati a Parigi, stabilissero una nuova condizione politica. Questa convenzione di Schiavino Rizzino era l'atto mortuario del regno italico. Ma partiti i soldati francesi, dopo grandi e tristi saluti ai soldati italiani loro affratellatisi sui campi di tante vittorie, e dispostosi il vicerè a ritirarsi in Baviera presso la famiglia del re suo congiunto; alla notizia che l'Imperatore Alessandro consentiva a conservargli il regno italico, rinacquero in lui e nei partigiani le speranza. Si fecero brogli, l'esercito italiano aderiva, ma Milano tumultuò. La plebaglia, assediando il palazzo del senato, domandò la revoca di un dispaccio che riconosceva il governo di Beauharnais, e la convocazione dei collegi elettorali; la sala delle deliberazioni fu invasa; quindi si corse infuriando al ministero delle finanze. Prina sorpreso nel proprio palazzo, e strangolato, morto a colpi di ombrello. Questa sedizione, opera della nobiltà milanese, ingelosita dell'importanza politica acquistata nella nuova amministrazione dagli italiani convenuti d'ogni parte del regno, fu invano frenata negli ultimi eccessi dall'onesta energia della cittadinanza. Infatti, senza nè attendere che i collegi fossero in numero, nè convocare quelli dei dotti e dei commercianti, nè ammettere al suffragio gli elettori delle provincie conquistate dai tedeschi e presenti in Milano, si impose al regno d'Italia la decisione di centosettanta elettori del ducato di Milano, i quali, dichiarato vacante il trono di Napoleone, inviarono commissioni al campo degli alleati per chiedere ingenuamente l'indipendenza del regno d'Italia e la sua maggiore estensione possibile, sotto una monarchia costituzionale con un principe austriaco. Al solito la religione cattolica doveva essere l'unica religione dello stato.

Naturalmente l'Austria largheggiò di equivoche promesse, delegando la reggenza a Bellegarde e riducendo Lombardia e Venezia a provincie austriache. Genova, indarno invocante l'indipendenza garantitale dal trattato di Aquisgrana (1748), fu ceduta al re di Piemonte, talmente fortunato nel trambusto che per poco non ottenne a confine degli stati restituitigli il Mincio. Invece gli fu assegnato il Ticino. Francesco d'Este, cugino e cognato dell'Imperatore d'Austria, dopo aver sperato anch'egli la corona d'Italia o almeno di Piemonte, dovette contentarsi di quella di Modena. Maria Luisa di Borbone ex-regina d'Etruria ebbe Lucca, e Maria Luisa d'Austria Parma in vitalizio. Ferdinando III tornava in Toscana dal trilustre esilio e, cassando tutti i mutamenti della rivoluzione francese, la rimetteva quale ai tempi di Pietro Leopoldo; Pio VII, reintegrato a Roma, vi cancellava ogni traccia rivoluzionaria.

Murat solo restava, estrema comparsa d'un dramma finito.

Intanto che il congresso di Vienna discuteva per ricomporre la carta politica d'Europa, Napoleone dal ridicolo regno dell'isola d'Elba tendeva occhi ed orecchi ai subiti rumori di malcontento scoppiati colla sua caduta. Parigi, dopo di essersi degradata in così festosa accoglienza agli alleati che lo stesso Alessandro di Russia se ne sdegnò, pentita e fatta accorta della impenitente malvagità dei Borboni, rammentava melanconicamente le glorie napoleoniche fra le umiliazioni dell'occupazione straniera; l'Austria, gelosa della nuova importanza della Prussia, le contendeva ringhiando la Sassonia; la Russia s'accaparrava la Polonia; intorno alla Francia temuta quantunque vinta ingrossavano Piemonte, Olanda e Svizzera con nuovi territori. Talleyrand, con suprema abilità di diplomatico francese, seminava gelosie fra i re per indebolirli: i principotti della Germania esclusi dal Congresso reclamavano; Murat, prima riconfermato da Alessandro, poi minacciato dall'Austria e istigato dall'Inghilterra intesa ad intorbidare il congresso, insorgeva con ottantamila uomini per combattere i Borboni di Francia e domandava il passo.

In Italia, il fermento cresceva. I soldati, i venturieri, i liberali, i politicanti addestrati dall'impero, si buttavano a congiure; congiuravano Austria e i Borboni contro Murat, per lui Francia, Russia e Prussia segretamente ostili all'Austria: questa, dopo aver guadagnato in Italia col Lombardo-Veneto un regno quasi uguale al napoleonico, mirava a soggiogarla tutta, o a dominarla almeno con un protettorato pari a quello di Napoleone; Murat, quantunque incapace di signoreggiare col pensiero tanto tumulto di combinazioni politiche, stringeva convulsamente la spada. Una vasta cospirazione, secondo la quale si dovevano catturare i realisti, il generale austriaco Bubna a Torino, Bellegarde e Sommariva a Milano, mentre Murat invaderebbe Roma e le legazioni, fu tramata. Talleyrand vi mestava, Romagnosi e Gioia, i due migliori ingegni italiani, v'entrarono. Ma Talleyrand, che avrebbe voluto in Italia un moto francese in favore dei Borboni contro l'Austria, denunziò la congiura a Bellegarde.

I Cento giorni.

In quell'istante medesimo Napoleone, fuggito dall'isola d'Elba, approdava in Provenza.