Il vessillo tricolore ridesta l'entusiasmo, le aquile napoleoniche volano di campanile in campanile, i Borboni fuggono salvi, fra il disprezzo del popolo che sdegna colpirli, e la viltà dell'aristocrazia che non osa difenderli. L'imperatore entra trionfante a Parigi, vi concede una carta, ibrida mescolanza di idee imperiali e democratiche, e sembra atteggiarsi a sovrano costituzionale. Ma la sua natura e lo scopo inconscio del suo ritorno non mirano a questo: è necessario trattare di effimera la ristorazione borbonica, per riconfermare, nei popoli la fede alle idee della rivoluzione e alla grandezza della Francia con un ultimo miracolo contro tutta l'Europa. Borboni, aristocratici, preti, stranieri, tutti allibiscono. I re disputanti a Vienna si concordano nella paura e, suprema confessione d'impotenza, dichiarano Napoleone fuori dell'umanità, mettendo due milioni sulla sua testa. Così alla nuova sfida rivoluzionaria essi rispondono come tanti bargelli con una taglia. Ma in Francia i democratici parlamentari, benchè soli, non tacciono. La loro opposizione irrita il carattere tirannico di Napoleone, che si precipita alla guerra: i consigli di Carnot non gli giovano; la demenza dell'impero lo riprende così, che invece di difendere la Francia proclamandovi la libertà e la guerra nazionale, prende l'offensiva con 180,000 soldati.
Murat impaziente aveva già occupato Roma, donde il papa fuggiva, e le Marche con due colonne, la prima guidata dal Lechi e la seconda da lui stesso; quindi, continuando le proteste agli alleati, diramava agli italiani un manifesto per chiamarli all'indipendenza. Ma l'impresa non era possibile. Murat e i liberali si ingannavano reciprocamente colla stessa millanteria. Questi affermava di avere sessantamila soldati e ne guidava appena la metà; quelli promettevano immensi aiuti, e non ne fu nulla. Solo in Romagna v'ebbe qualche moto: le altre provincie stettero a guardare, lesinando i viveri. Nullameno gli austriaci ripiegarono sul Po. Forse passando in Lombardia Murat vi avrebbe trovato aiuto da sollevazioni parziali, ma lettere della moglie lo richiamavano a Napoli, minacciata dagl'inglesi. Allora tradito perdette ogni coraggio politico. Inseguito, si apre il passo a Macerata con un battaglione di cerne, quindi Bianchi lo batte a Tolentino, mentre Nugent per la Toscana si difila sul regno; una altra sconfitta lo prostra a Ceprano, obbligandolo a riparare fuggiasco e disarmato a Napoli. Finalmente, imitando Napoleone in ogni errore, concede la costituzione, e stretto da Campbell, commodoro inglese, il quale minaccia di bombardare Napoli, esula (maggio 1815), raccomandando al nuovo governo il debito pubblico, la recente nobiltà, gli onori e i gradi militari.
Un mese dopo Napoleone, malgrado che il Belgio siasi sollevato per lui e la Sassonia, la Baviera e il Würtenberg abbiano risposto al suo appello, soccombe per sempre a Waterloo dopo la splendida ed inutile vittoria di Ligny. Oramai la sua missione è finita: i Borboni possono essere daccapo reintegrati in Francia, il congresso di Vienna seguitare le proprie sedute, la santa alleanza saldare insieme tutte le monarchie di Europa con ferri benedetti, dacchè la lirica riapparizione di Napoleone nei cento giorni è bastata a togliere ogni credito di stabilità alla ristorazione.
Napoleone, abbandonato dai popoli, si desta dal lungo sogno imperiale, per riconoscersi sconfitto dalle idee liberali. La rivoluzione, rovesciando il suo impero, trionfa del proprio imperatore, mentre la legale Inghilterra con feroce impassibilità lo relega come un volgare delinquente in un'isola deserta. Là, solo sopra uno scoglio nel cospetto del mondo, agonizza cinque anni, vigilato da un carceriere più gelido d'un cadavere e più insistente di un'ombra, coll'oceano per compagno, meno vasto del suo pensiero ma eterno come il suo nome.
Murat, già obliato, approda in Corsica quasi tratto all'incanto della cuna di Napoleone. Una stessa fatalità lo condanna a perire, imitando da lungi l'imperatore come un paladino generoso ed infedele. Napoleone si era ripresentato improvvisamente alla Francia risollevandola nei cento giorni: Murat pensa di sbarcare nelle Calabrie per riaccendervi una guerra nazionale. Ma sperduto da una tempesta, discende a Pizzo con appena ventotto compagni e, bello ancora come un guerriero delle leggende malgrado i suoi quarantott'anni, grida all'Italia il comando di una di quelle irresistibili cariche di cavalleria, che lo avevano fatto credere ai cosacchi figlio della tempesta. Ma l'Italia non risponde; pochi gendarmi bastano a catturarlo, e lo fucilano.
La sua ultima parola: salvate la faccia! riassume la sua vita di cavaliere fortunoso, pomposo, sempre piumato, sempre in parata, più superbo della propria bellezza, alla quale una corona era necessaria come acconciatura, che del trono regalatogli dall'imperatore.
Il partito dell'indipendenza italiana, dopo aver perduto in Prina il suo ministro migliore, perdendo in Murat l'unico generale, non ebbe più rappresentanti.
Il secondo periodo della rivoluzione italiana era conchiuso. La restaurazione assettava l'Italia come prima della rivoluzione, ma lo spirito nazionale era profondamente mutato. L'Italia dei cicisbei, addormentata nelle riforme, stupidamente devota ai propri re, adorante il papa come un semidio, sferzata da Parini, schiaffeggiata da Alfieri, non esisteva più. Vent'anni di vita e di guerre europee l'avevano trasformata. Tutti gli antichi principi erano stati cacciati: nuovi governi, altre classi, un popolo più omogeneo l'avevano riempita. I soldati italiani si erano battuti in Spagna, in Germania, in Russia, dappertutto; costituzioni date, rimutate, tolte, riconcesse, avevano parlato di un'Italia intera: il papa aveva abiurato abdicando il papato; tutti i principi erano fuggiti sconfessando il proprio diritto; gli stessi ultimi conquistatori avevano publicato promesse di libertà, d'indipendenza e di unità.
Se Napoleone non aveva potuto serbare sulla fortissima testa la corona di ferro, e Murat era morto nello sforzo di ghermirla; se Genova e Venezia non esistevano più, e Pio VII tornava a Roma, Vittorio Emanuele a Torino, Ferdinando III in Toscana, Ferdinando IV a Napoli, i gesuiti dappertutto; nessuno di questi tornanti poteva vantarsi di riconoscere la società che li accoglieva. Una bufera di vent'anni, squassando tutti gli spiriti, vi aveva deposto germi di nuove idee: l'arcadia del secolo anteriore era già lontana quanto la scolastica di san Tommaso.
Un altro uomo era nato in Italia col cittadino. La patria non era più in nessuno di quei piccoli stati; si sentiva, si discorreva involontariamente d'Italia. La opposizione politica si disegnava; da un canto i re, dall'altro i popoli: quelli dietro al papa, questi intorno alla libertà. I governi dovevano mutarsi in congegni di polizia e in macchine di compressione contro il pensiero nazionale per aumentare la sua forza; il carattere uscirebbe temprato da questo attrito; tutte le scienze e le arti si preparavano già a cospirare nella politica e colla politica.