Mentre la storia d'Italia nel medio evo e nel rinascimento aveva avuto a principio la federazione contro l'unità, e dal rinascimento alla rivoluzione francese invertendosi era passata all'unità colla formazione dei tre grossi regni dei Savoia, della Chiesa e dei Borboni; ora l'unità, diventando coscienza per la simultanea soppressione di tutti i regni operata dalla rivoluzione e dall'impero francese, esigeva una nuova forma unitaria republicana o monarchica.

La storia moderna d'Italia risulterebbe quindi dal contrasto dei residui stranieri, federali, regi e cattolici, alla sua unità.

Gli scrittori durante la rivoluzione e l'impero francese.

Se Parini ed Alfieri preludendo alla rivoluzione francese non ne compresero poi alcuno dei caratteri, Monti e Foscolo rappresentarono meravigliosamente la generazione da essa sorpresa. Appena l'Italia prese fuoco alla rivoluzione, la sua senile letteratura ammutolì. Le carneficine di Parigi e il rombo delle guerre francesi, caccianti austriaci, principi e papi per improvvisare republiche servili ma rivoluzionarie, sconvolsero il classicismo compassato dei retori, predisponendoli all'opposizione. Ma l'abitudine della servitù e l'apparire trionfale di Napoleone imperatore li riconciliò alla cortigianeria: allora tutti, capi politici ed amministrativi, ministri e deputati, scienziati e filosofi, poeti e prosatori adularono. L'oraziano Fantoni, che aveva protestato per l'annessione del Piemonte alla Francia, non osò continuare; Monti, di già glorioso per avere imprecato nella Basvilliana alla convenzione regicida, maledisse poco dopo al sangue del vile Capeto succhiato alle vene dei figli di Francia; Cesarotti, il bardo ossianico, sentì scoppiarsi alle labbra la tromba della gloria soffiandovi dentro il nome di Napoleone; solamente Alfieri, sopravissuto al proprio periodo e ributtato dal nuovo, proruppe ad un odio misantropo, che gli fece approvare persino gli inutili assassinii sui francesi e scrivere col sangue avvelenato del proprio cuore il Misogallo. Foscolo, classico e republicano, coll'anima onesta di Parini e il carattere sdegnoso d'Alfieri, si cacciò all'opposizione liberale, sognando una Italia republicana.

Gli scienziati blanditi da Napoleone, o solitari nei propri studi, poco intesero e sperarono nel movimento; i più si appagarono di vani onori e del più vano grado di deputato nel collegio dei dotti, limbo nel quale Napoleone chiudeva anticipatamente qualunque pensiero potesse resistergli. Filosofi veramente degni di questo nome e che potessero dare alla loro filosofia la importanza raggiunta dallo Spallanzani, dal Volta e dal Lagrange colle moltiplicate scoperte alla scienza, l'Italia non aveva. Mentre il Soave trionfava dietro Condillac malgrado la forte opposizione del Gerdil, e Draghetti cercava di fondare la psicologia sull'istinto, e Miceli respingendo l'ontologia di Wolff s'affrettava a un sistema di tutte le scienze, e Pino, Palmieri, Carli, Borrelli combattevano oscuramente per soccombere sotto la fama di Tracy, Romagnosi e Gioia, poco letti e meno stimati, guidavano il pensiero italiano verso il secolo XIX. Superiore al Janelli, che si era smarrito entro la vastità di Vico, Romagnosi tentò di naturalizzare le idee straniere, ripensandole nel metodo italiano. Quindi Bonnet, Smith, Condillac, Bentham ripassarono per il suo sillogismo entro interminabili esposizioni polemiche, per naufragarvi in spiegazioni non abbastanza originali e male sorrette dalla logica stecchita degli enciclopedisti. Il suo ingegno, mezzo italiano e mezzo francese, sorpreso nell'affacciarsi al secolo XIX dall'immenso moto napoleonico, perdette il coraggio della propria rivoluzione malgrado l'oscura necessità dialettica, che lo spingeva a geometrizzare tutte le idee per assicurare la filosofia nella scienza. Infatti, sempre più giurista che filosofo e miglior analitico che sintetico, Romagnosi dovette smarrirsi nella storia; derise Hegel conoscendolo appena da alcune pagine di Lerminier, comprese male Vico e lo combattè peggio per concludere a questo concetto spaventato e spaventoso: che la civilizzazione in sostanza non è che un'arte arbitraria e la storia una composizione del caso. Così, spiritualista nella ricerca delle cause assegnabili, si mostrò inconsciamente positivista nelle scienze morali; e le sue opere migliori rimasero la Genesi del diritto penale e il Diritto publico universale, quantunque il fondamento filosofico ne sia scarso e la modernità troppo annebbiata. Mentre la Germania aveva Hegel e la Francia Comte, l'Italia soccombeva ancora con Romagnosi alla fatica di assimilarsi le idee europee, o brancicava con Melchiorre Gioia tutti i fatti, studiando invano il metodo per disciplinarli. Questi pure, seguace del Bentham nell'economia e del Locke nella logica, tentò coll'istinto delle terre lontane di fondare la Filosofia della statistica e radunò nel Prospetto delle scienze economiche sopra ogni materia i giudizi dei dotti, le opinioni dei popoli e gli esperimenti dei governi. Se non che il numero dei fatti lo imbrogliò; dai fenomeni non giunse ad indovinare le cause, teorizzò arbitrariamente su fatti pochi e talvolta incerti: non comprese la morale, trascurò il popolo, e, proclamando la tirannide amministrativa, obliò troppo spesso i rapporti fra l'economia politica e la legislazione, fra i periodi della storia e i caratteri della società. Vero economista dell'epoca napoleonica, maneggiò i numeri come soldati, lanciandoli alla conquista del mondo senza più cura degli errori che dei morti se la vittoria gli sottomettesse la ragione su fatti futuri, o se nel circuire un'idea coi propri calcoli, come un esercito blocca una fortezza, potesse far pompa di molte forze. Però, come impossessandosi di una città non se ne conquista nè la storia nè lo spirito, così dilatando le condizioni e le conseguenze materiali di un'idea non se ne ottiene l'essenza.

Nullameno Romagnosi e Gioia furono i due spiriti più moderni del periodo napoleonico, nel quale, influenzando sull'educazione della gioventù, quantunque senza rivolgersi direttamente al popolo, prepararono più efficacemente d'ogni altro scrittore la sua nuova coscienza alle idee rivoluzionarie.

Vincenzo Monti

Il poeta della loro epoca, lirico, pomposo, sonante, è Monti. Nella sua fantasia infatti le nozze di un principe romano assumono la importanza d'una battaglia europea, la scoperta di Montgolfier provoca lo stesso entusiasmo che la nomina a cardinale di un protettore. Ignorando la Grecia e il greco traduce nullameno Omero nella musica di un endecasillabo rimato sulle guerre napoleoniche; quindi, sferzato dalla nobile ira di Alfieri, improvvisa tragedie, nelle quali il pensiero si spampana in aforismi morali e la passione si squaglia nell'incandescenza delle parole. Dall'assassinio di Ugo Basville prende argomento ad un poema, che dovrebbe significare la lotta fra Roma e la rivoluzione francese, ma non comprende nulla alla loro antitesi: e sogna, immagina, sentenzia con vena inesauribile, nascondendo il voto del pensiero nel rombo della frase, perdendosi nel volo del proprio estro che uguaglia spesso quello dell'aquila. Lo dissero un Dante redivivo, e somigliava a Dante come uno stucco somiglia ad un marmo. Dante è la coscienza costretta a diventare poesia dalla propria intensità; Monti è la fantasia inconsapevole, aperta a tutti gli spettacoli, abbandonata a tutti i venti, satura di tutti i colori, vibrante di tutti i suoni. La confusione europea, gettandolo dalle imitazioni classiche alle romantiche, non gli toglie nè scioltezza, nè arditezza; ma Prometeo, la grande tragedia dell'anima, si muta nel suo canto in una novella mitologica, le battaglie entro i dizionari per la classicità delle locuzioni diventano le più vere di tutta la sua vita; vede sempre in Napoleone un Giove, e lo maschera col paludamento degli imperatori romani, mentre Canova egualmente classico, capovolgendo l'errore, lo scolpisce nudo col mondo in mano nel cortile di Brera. Le violenze delle amministrazioni rivoluzionarie gl'inspirano la Mascheroniana, nella quale vibrano robusti sdegni patriottici; poi Napoleone cade, e questa immane caduta che trascina seco un mondo, questo immenso bolide, forse il maggiore apparso nella storia, che traversando il cielo di due continenti va a precipitare sopra un'isola deserta in mezzo all'oceano, gli suggerisce appena una canzone, il Ritorno di Astrea per gli austriaci riconducenti la reazione e la schiavitù. Del suo tempo, della Francia, dell'Italia, dell'Europa, Monti non ha che veduto la fantasmagoria, ascoltato i suoni, ripetute le parole; idee e passioni non lo hanno toccato. Ma nullameno riassume, come ogni grande poeta, il proprio paese, nel quale la rivoluzione era piuttosto importata che originale, e le idee si combattevano come gli eserciti per trionfare altrove. Monti non riflette, non ama, non odia, ma si scalda a tutti i fatti, s'interessa a tutte le scene, applaude tutti i vincitori, incita tutti gli sdegni, dà il volo a tutte le speranze, e per evitare rimpianti crede sempre a quello che appare. Quindi l'arcadia, calpestata da Parini e da Alfieri, rifiorisce con lui in una poesia, nella quale l'uomo è fuori del poeta.

Ugo Foscolo.

Ma poeta e uomo sorgevano contro Monti in Foscolo; se quegli era stato il più numeroso poeta per tutti i vincitori; questi è l'eroe più nobile del partito rivoluzionario, e la poesia deriva in lui dalla politica e viceversa. Materialista ed entusiasta, scettico e credulo, egli si dibatte già nel grande dramma del nostro tempo, fra le necessità atee della scienza e quelle mistiche della religione. Come erede del secolo XVIII, Foscolo è miscredente, come profeta del secolo XIX, sentendo che la fede sta per riapparire nel mondo, soffre di non poterla accogliere e la rimpiange come una illusione. Non è nemmeno italiano: l'Italia è per lui una patria d'accatto. Ma alla sua coscienza la patria è più necessaria della luce per gli occhi. Foscolo non può sentirsi uomo che riconoscendosi ed essendo riconosciuto cittadino. La tragedia spirituale gli si muta quindi in dramma politico. Questo si acuisce al punto da comunicargli nel Jacopo Ortis la malattia del suicidio; senonchè la forte natura del poeta trionfa, l'esercizio della vita militare lo risana, le crisi della politica lo irrobustiscono. Fin dal 1795, essendo imprigionato dalla inquisizione di Venezia per cospirazione, e già degno di ricevere dalla madre, una greca di Zante, l'eroico consiglio: «muori, figlio mio, piuttosto che denunciare i tuoi amici». Il tradimento di Campoformio contro Venezia lo sprofonda sempre più nella democrazia; più tardi soldato volontario nelle truppe della cisalpina, vagheggiando l'impresa d'Italia, la riconosce immensa, desolante, impossibile. Ma quando l'astro di Napoleone sta per abbacinare il poeta, e Monti brucia verso l'imperatore tutti gli aromi delle proprie strofe, e Giordani disonorando la dignità della prosa italiana gli tesse il più ignobile dei panegirici, Foscolo, smanioso di patria e di libertà, gl'impone di mutarsi in un Washington per creare l'Italia, come un impresario avrebbe potuto chiedere a Goldoni di mutare lo scioglimento di una commedia. Il segreto, dell'epoca gli sfugge, le improvvisazioni effimere delle violenze imperiali e la viltà di tutte le insufficienze democratiche lo sbalestrano fuori del mondo fra i Sepolcri, ispirandogli il carme più sublime del secolo. Quindi, ammalandosi di quella stessa miseria d'Italia che vorrebbe guarire, Foscolo dalla cattedra di Pavia predica e sferza, grida nelle liriche, protesta sul teatro colla Ricciarda e coll'Ajace.