Ma coloro stessi che rispondono alle sue parole non le comprendono. Alla rotta di Lipsia rompe il proprio bando per partecipare alle congiure di Milano contro Beauharnais, le quali invece di concludere alla libertà producono la ristorazione del patriziato milanese e dell'Austria colla più assassina delle sommosse. Laonde Foscolo, troppo tardi consapevole dell'inganno, s'invola nobilmente all'infamia di nuovi onori nella lontana Inghilterra. Ma nemmeno sulla classica terra della libertà trova pace. Perseguitato dalle calunnie di tutti, esaurito dalle proprie passioni, sfiduciato persino della storia d'Italia, si difende ancora dall'accusa di non combattere l'Austria col rispondere che ogni battaglia sarebbe inutile; finchè cessa di scrivere, e corroso dalla miseria si spegne silenziosamente nell'oblio. In questo periodo l'ira fantastica e rettorica di Alfieri è diventata passione in lui, senza che il concetto di una nuova Italia gli si sia abbastanza schiarito nella mente. Quindi egli la chiese egualmente alle sètte, a Napoleone, alla cisalpina, inconsapevole dei principii, dei modi che le sarebbero stati necessari; difese la republica di Venezia, forma esausta di più esausto principato; sostenne il papa contro Napoleone, non accorgendosi che l'abolizione del papato era il primo passo verso un futuro regno italico; non comprese il popolo e che dal popolo solo poteva uscire la nazione. Quantunque più vero del Monti, era anch'egli un classico ostile alla modernità, appartato nell'orgoglio che il pensare e il sentire sinceramente bastassero. Odiava la turba, il commercio, la volgarità rivoluzionaria; adorava la libertà senza sospettare che la democrazia fosse appunto il trionfo del numero sul genio e quella plebea uguaglianza, contro la quale aveva nobilmente protestato nei Sepolcri.
I poeti dialettali.
Fra la coscienza solitaria del Foscolo e l'incoscienza espansiva di Monti satireggiava l'istinto del Porta. Questi sorge improvvisamente entro la pesante atmosfera del dialetto milanese per diradarla. Prima di lui la Lombardia non ha poeti o tipi popolari consacrati alla gloria della satira. L'antico Beltramo di Gaggiano, cacciato nell'oblio dal Meneghino del Maggi, non è più ricomparso: ma lo stesso Meneghino, impantanato nelle quattro commedie attraverso le quali si era mostrato, sembrava presso a soffocare, malgrado tutti gli sforzi del Balestrieri per allungargli la vita. Senonchè colla rivoluzione francese Porta compare sulla piazza di Milano come uno sconosciuto onnipotente, al quale tutta la città appartiene tosto; le parole gli svelano le Idee, le idee gli disegnano le figure, le figure gli danno la scena. La sua strofa rapida ed aerea coglie a volo le rime, scintilla, trilla, si modula in tutte le gole, si adatta a tutte le intelligenze. Milano stupita impara i versi prima di conoscere il poeta; questa nuova poesia è così perfetta che naturalmente resterebbe anonima come i proverbi. Che importa il nome del poeta? Ma egli è al centro dell'anima popolare, pensa, sente, palpita, soffre, ride con essa. Porta, oscuro impiegato napoleonico, rovista in quel sommovimento della vecchia società per trarne fuori la caricatura. Il suo occhio è infallibile; la sua mano, schizzando la figura della marchesa Travasa, una discendente di donna Quinzia del Maggi, improvvisa un capolavoro. La marchesa Travasa parve una rivelazione e diventò un funerale: tutta la vecchia aristocrazia morì in lei. Ma il poeta nell'orgasmo della propria caccia colpisce monache, borghesi, preti, cardinali, scuole del Lancastro, romanticismo e liberalismo. Il suo buon senso inesorabile fa giustizia di tutto, la sua satira stende l'inventario di quel mondo in dissoluzione, obliandosi nella gaiezza dell'imprevisto e nella comicità dei difetti. Non è più la satira di Parini e non è ancora quella di Giusti; il poeta non condanna ma deride, non odia ma sberta, non strappa ma cincischia. Quel mondo, che si sgretola, non è più abbastanza importante per irritarlo; l'altro, che vi si sostituisce, non è ancora abbastanza organico per contentarlo. Quindi Porta, dopo aver ghignato sull'aristocrazia e sul clero, sorride sul popolo. I suoi due eroi Giovanin Bongée e Marchionn-di-gamb-avert, quest'ultimo tratto dai Dialoghi del Maggi, rappresentano non solo la minchioneria ma la viltà del popolo milanese, sul quale s'accavallano le onde sanguigne dell'immensa tempesta napoleonica senza che possa mai sollevarsi. Giovanin Bongée e Marchionn-di-gamb-avert non sanno farsi rispettare dai soldati francesi, che tolgono loro la moglie dopo l'amante; sono emancipati e non aspirano ancora a surrogare i padroni dispersi dalla rivoluzione. Il liberalismo dei democratici imploranti la libertà dall'imperatore, il dispotismo dei regii promettenti la libertà nella ristorazione, la nullaggine dei governi ridotti ad amministrazioni dai francesi, la buaggine dell'Italia più che mai in balia del caso, senza coscienza, senza stato e senza storia, fanno ridere il poeta; ma il suo riso, abbastanza forte per non sgomentarsi in tanto cataclisma, è già una speranza. Dietro al buon senso si prepara il carattere, dietro al buon cuore si addestra il coraggio; quindi pochi anni dopo Tommaso Grossi, nell'ammirabile novella dialettale La fuggitiva, dipingendo la tragedia di una fanciulla che fugge da Milano per seguire confusa nel tumulto della grande armata il proprio amante ucciso poi alla Moscowa, getta il ponte dalla satira alla drammatica. La coscienza ha trovato se stessa nell'eroismo dell'amore.
Milano, la città più avanzata d'Italia, è quindi la sola che con Porta arrivi a dare la satira di se medesima. La poesia dialettale veneziana, dal primo periodo del Calmo e del Veniero attraverso l'altro ricchissimo del Baffo, del Labia, del Gritti e del Lamberti, finisce nella insignificanza del Buratti ostile al regno italico e plaudente ai tedeschi come il Monti. La poesia meridionale invece ha nel Meli un poeta degno di rivaleggiare con Porta, e che rabbrividisce egli pure al solo pensiero della rivoluzione. Ma poichè la Sicilia ha sempre sognato la propria autonomia, il Meli ne tratta il dialetto come una lingua. Nulla di più soave e di più elegante della sua poesia: Petrarca pare grossolano e Poliziano sgarbato al confronto. Se non che il Meli, natura riflessiva e sentimentale quanto il Porta era caustico ed espansivo, sembra vivere tuttavia nel tempo di Rousseau e così soffre ancora di quella sua triste malattia che vedeva nella natura un rifugio dalla società. Il suo pessimismo si placa solo nell'idillio, o prorompendo invece di fare la critica alla società, come nel grande ginevrino, discende nel fondo della coscienza per processarvi amaramente l'opera di Dio. Meli, contemporaneo del Porta, gli è anteriore di un periodo. La bufera della rivoluzione, che caccia da Napoli Ferdinando e Carolina, non basta a trarlo dal suo sonnambulismo: anzi il poeta entra nella villa favorita dell'ignobile tiranno per baciargli la mano e chiedergli come prezzo dei propri versi una pensione. Quando un fulmine colpisce la statua dell'Europa a Palermo, Meli, spaurito dell'augurio e temendo che le genti collettizie della rivoluzione giungano anche in Sicilia, prega santa Rosalia di preservare l'isola da tanto flagello: finalmente nel Sogno di venticinque anni racconta d'aver sognato che l'Europa era sossopra con tutti i troni rovesciati e un milione di uomini morti e morenti, e di essersi destato felicemente perchè tutto era ancora a posto.
Ecco l'incomparabile poeta del mezzogiorno in faccia alla rivoluzione.
Il popolo italiano, cacciatovi dentro a colpi di baionetta, non la cantò nè per amore nè per odio, non vi sentì la propria vita rinnovata, non vi scorse il ritorno della gloria colle guerre, non vi distinse l'arrivo di nuovi principii fra le catastrofi: quindi a Milano, la città più avanzata e nullameno soccombente nell'ultima ora ad una reazione della propria aristocrazia austriacante, Porta, cogliendo l'assurdo di quella prima ricomposizione italica fra un patriziato senza carattere politico, una borghesia senza carattere nazionale e un popolo senza carattere morale, non potè scrivere che una satira sana ma incosciente, irresistibile e leggera, nè amara, nè tonica.
Capitolo Quinto.
L'Italia sotto la reazione della santa alleanza
Il trattato di Vienna.
Apparentemente la rivoluzione francese è vinta. Sulla republica e sull'impero si rialza stranamente la antica monarchia dei Borboni, che, accettando una Carta, sembra prestarsi ad un giuoco troppo breve per essere pericoloso. Le invettive alla rivoluzione scrosciano ancora da ogni parte d'Europa: l'Inghilterra, rispettata rappresentante della libertà, insinua con Castlereagh le diffidenze più caparbie contro i principii rivoluzionari; la Prussia, già sospinta nel nuovo periodo della nazionalità germanica e quindi forzata ad irrobustire la propria dinastia per mutarla in pernio storico, seguita a blaterare con ingenua magnanimità contro l'invasione napoleonica; l'Austria, ridivenuta suprema mediatrice nelle ultime coalizioni e cresciuta nella longanime resistenza a massimo impero, si instituisce depositaria dell'autorità; la Spagna, rientrata nell'indipendenza, s'infervora intorno all'ignobile Ferdinando VII ricantando l'eroismo della propria guerra contro i francesi; la Russia, attirata dall'immensa cometa napoleonica nell'orbita europea, vi porta un misticismo politico oscillante con ritmo misterioso fra libertà e servitù.