Nei trattati di Vienna, complemento a quello provvisorio di Parigi, l'Europa preparavasi a restaurare il prisco edificio politico, riponendo in bilancia come a Vestfalia tutti i propri interessi. La rivoluzione non era stata che una sommossa e l'impero napoleonico che un'avventura; ma poichè si riconosceva attraverso le antitesi delle loro due forme politiche come un medesimo principio li avesse prodotti lanciandoli vittoriosi sull'Europa, si mirava a contrapporne loro un altro, rinfiancato con unanimi affermazioni di alleanze e con trasposizioni arbitrarie di popoli soggetti. Naturalmente questo principio doveva essere l'autorità regia delegata da Dio e testimoniata dalla religione. La nuova importanza, ottenuta dalle monarchie colla umiliazione della Francia, parlava abbastanza chiaramente contro di essa, che da tanto eroismo e da tanto genio non aveva per colpa del principio rivoluzionario guadagnato se non un restringimento di territorio e una elemosina insultante di vita sotto lo scettro dei Borboni. Senza di questi si credeva che sarebbe stata smembrata.

Non si vedeva allora che i trattati di Vienna erano un altro effetto della rivoluzione francese, come già quello di Vestfalia era stato una conseguenza della rivoluzione protestante. L'accordo di tutte le monarchie per resistere al principio rivoluzionario finiva fatalmente a riconoscerlo più vitale che mai. Un profondo dualismo divideva quindi l'Europa: lo spirito rivoluzionario rimasto nei codici, nelle carte, nelle memorie, nelle fantasie e nelle coscienze, proseguiva la propria opera latente, disonorando negli animi più eletti quel congresso di sovrani, che per assicurarsi sul trono mentivano alle promesse di libertà prodigate ai popoli nel mattino delle insurrezioni federali. D'altronde il concetto politico della nuova santa alleanza, redatto in stile mistico dallo czar Alessandro, era peggio che inintelligibile ad un'Europa uscita dalla scientifica empietà del secolo antecedente. Questi quattro massimi re che si obbligavano diplomaticamente alle virtù evangeliche, giurando di amarsi di una indissolubile amicizia fraterna, governando i sudditi da padri, mantenendo sinceramente la religione e la pace, considerandosi come membri di una medesima nazione soggetta a Gesù Cristo supremo imperatore, e da lui incaricati di dirigere le varie parti della stessa famiglia, dovevano necessariamente sembrare stravaganti al vivido spirito del secolo già affrettantesi a rivoluzionare tutte le scienze naturali e sociali. L'abdicazione della personalità politica, imposta al popolo dalla santa alleanza in nome della beatitudine patriarcale e del dogma cristiano, era una demenza, alla quale gli stessi diplomatici del congresso dovevano segretamente concedere ben poco rispetto. Infatti l'Inghilterra, ormai vecchia nelle proprie libertà legali, vi si ricusò: lo czar, rientrando nel proprio immenso impero barbaramente ieratico ed esercitato da un continuo moto di espansione alle frontiere turche ed orientali, dovette invece riconfermarvisi senza poter insistere efficacemente al di fuori sull'Europa occidentale: la Prussia se ne giovò all'interno per disciplinare il nazionalismo dei propri popoli entro la forma monarchica e sotto la direzione della propria dinastia: l'Austria per posizione storica e per necessità dialettica rimase sola rappresentante della santa alleanza contro ogni innovazione rivoluzionaria. La sua politica fu quindi di reazione e di compressione. Ma siccome le conseguenze dei principii liberali sollecitate dall'inesauribile fecondità delle forme rivoluzionarie penetravano per ciascun vano delle leggi avvelenando ogni differenza del suo impero eterogeneo, la diplomazia austriaca assunse terribili modi inquisitoriali. Per impedire le manifestazioni del pensiero si impegnò contro di esso in una guerra universale senza requie e senza fine. Talleyrand, coll'inventare allora la parola legittimità in favore dei re, suggerì ai popoli quella di liberalismo: mentre la rivoluzione, condannata dall'inerzia nei fatti a raddoppiare di vigore nell'idea, trascinava la monarchia ad una discussione di principii, per imporle anticipatamente la sconfitta.

La nuova geografia politica d'Europa differì dalla vecchia, ma non rivelò abbastanza l'immenso mutamento avvenuto nella storia europea. La Russia si accrebbe della Finlandia, della Moldavia e della Bessarabia; la Prussia si raddoppiò quasi, divorando gli stati inferiori limitrofi; nella Germania, sempre unita federalmente, Prussia ed Austria si equilibrarono, traendola colla fatalità del loro inconciliabile dualismo a stringersi piuttosto intorno a quella che a questa, per formarsi in nazione. La supremazia onorifica della dieta restava all'Austria, quella politica cresceva alla Prussia.

I Paesi Bassi furono ceduti all'Olanda come doppio freno per la Francia e per il settentrione; l'Italia ricadde sotto il protettorato austriaco.

Condizioni italiane.

Tutte le vaporose speranze suscitatevi dal trambusto rivoluzionario erano svanite ai primi venti freddi della reazione: le promesse russe nel 1805 di unirla in una confederazione di tre soli stati, alla quale sarebbero alternativamente capi il re di Piemonte e quello delle due Sicilie col papa gran cancelliere; le altre dell'arciduca Giovanni nel proclama del 1809, quelle del Nugent e del Bentinck nel 1813 e 1814, le ultime del Murat e del Beauharnais più segrete e credibili, tutte erano egualmente dimenticate. L'Austria rassicurata nelle sue prime menzogne all'Italia dal trattato di Praga (1813), libera ora per quello di Vienna, si disponeva a stendere sulla penisola il sudario gelato della propria tirannide.

Gli stessi principi avrebbero forse con unanime codardia invocato il suo appoggio, se con pronto ed insidioso proposito non si fosse ella stessa affrettata a porgerlo. I popoli, ancora senza vera opinione politica, rientravano inconsciamente sotto la ristorazione quasi a riparo della troppo lunga procella rivoluzionaria, mentre i principi, annullati dalla rivoluzione, ritornavano al potere con un odio esasperato da umiliazioni ventennali, preceduti da uno sciame di aristocratici ingordi ed abbietti, intolleranti ed intollerabili. I preti, deliranti di ignobile entusiasmo per il ripristinamento del potere temporale, si accingevano a riconquistare sulle coscienze l'antica autorità medioevale; la stessa borghesia, più implicata nella rivoluzione, per l'impossibilità d'intravedere salvezza in qualunque sistema politico avvenire, si lasciava andare ad una rassegnazione suaditrice ai nuovi despoti di ogni assolutismo.

L'imperatore Francesco, gelida natura di tiranno, si era affrettato a dichiarare coi delegati lombardi e col marchese di San Marzano legato sardo a Vienna, che i lombardi dovevano dimenticare di essere italiani. La costituzione, se può così chiamarsi, conceduta al Lombardo-Veneto dichiarato regno, consisteva nel governo di un vicerè e in due ordini di congregazioni provinciali e centrali, diciassette le prime e due le seconde. Le congregazioni centrali si componevano di un deputato nobile e di un borghese, mandati da ciascuna provincia e da ogni città regia: le città regie erano tredici in Lombardia e nove nel Veneto. Non vi si era eleggibile che possedendo un reddito annuo di quattro mila scudi in beni stabili, mentre per le congregazioni provinciali bastavano soli duemila. Ineleggibili i sacerdoti e i publici funzionari; gli eletti duravano in carica sei anni; per l'elezione alle congregazioni provinciali ogni municipio proporrebbe un nobile ed un borghese; ogni congregazione provinciale trarrebbe da quei nomi la terna da proporsi alla congregazione centrale, e il governo nominerebbe. Per le congregazioni centrali i municipi proponevano, le congregazioni provinciali facevano la terna, e il governo sceglieva. Questa rappresentanza senza rappresentanti doveva dare avviso sulle operazioni censuarie, sulla distribuzione delle imposte, sulle rendite e sulle spese dei comuni, sull'amministrazione degli istituti di beneficenza: il governo l'ascolterebbe o no. Il governatore adunava, presiedeva, proponeva il lavoro, decideva, licenziava; anche per indirizzare suppliche all'imperatore occorreva il permesso.

Queste le massime concessioni. Poi nel 1815 l'Austria, fatta più sicura dalla calma apparente di ogni spirito rivoluzionario, introdusse la coscrizione militare e i propri codici, secondo i quali bastava un indizio solo a togliere la libertà ad un accusato: a questo si negava qualunque conoscenza sugl'indizi dell'accusa nei casi urgenti, e tutti i casi potevano esserlo egualmente; il giudizio era statario.

L'arciduca Antonio, preposto al governo del regno, sembrò vergognarsene e si dimise: l'arciduca Ranieri suo successore, meglio scelto dal Metternich, non intese che a far danaro, lasciando facoltà di ogni ribalderia ai governatori che ne commisero siffattamente da indignarne persino storici tedeschi come il Gervinus.