In Toscana il ritorno di Ferdinando III, al quale l'Austria aveva preservato il ducato nel congresso malgrado le insistenze del Labrador legato spagnuolo che lo pretendeva per l'ex-regina d'Etruria, ricondusse il governo delle leggi leopoldine contro ogni innovazione republicana o napoleonica. Secondo le tradizioni della propria casa, il granduca fu mite e cominciò da un'amnistia generale; ma il suo concetto di uno stato patriarcale senza nè carattere nè idee politiche, frollato nella mansuetudine di una vita di obbedienza e di comodi materiali, era forse più nocivo delle feroci reazioni piemontesi e napoletane allo spirito nazionale. Una polizia vigile e destrissima chiamata per ironia buon governo, vi finì di avvelenare la publica coscienza, insidiandone tutti i pensieri: furono soppressi i monti di pietà, chiuse le scuole delle arti, richiamate al governo le nomine dei gonfalonieri e dei priori schiacciando così i resti della vita municipale, patteggiata con Roma la sanatoria dei beni ecclesiastici venduti, riaperti molti conventi ma ricusati i gesuiti. Il Fossombroni, il Corsini e il Frullani, nuovi ministri, resisterono nobilmente alla reazione, che avrebbe voluto retrocedere oltre le riforme leopoldine; quindi evitarono l'insidiosa offerta dell'Austria per una lega di tutti i principi italiani sotto l'alta direzione di Vienna, senza poterne però scansare l'alleanza: l'Austria doveva concorrere con 80,000 uomini e la Toscana con 6000 alla difesa dei reciproci territori.
E la Toscana parve allora modello di governo: infatti a Napoli, a Torino, a Roma le cose andavano ben peggio.
Re Vittorio Emanuele I, tornato dalla Sardegna, nella quale dimorando otto anni non aveva procurato miglioramento di sorta, quantunque la condizione del paese senza strade e senza commerci, colle terre incolte per difetto di bestiame e soggette quelle dei poveri a servitù di pascolo e ad imposte esorbitanti, mentre quelle dei ricchi e le città ne erano esenti e il clero dissanguava le popolazioni già esangui colle decime, fosse miserrima, non recava che odio alla rivoluzione in una mente chiusa ad ogni idea moderna. Vile e superstizioso, vano ed implacabile, circondato da ingorda aristocrazia, si accinse con un corteo di fantasmi a ricostrurre il passato.
Quindi ristabilì le dignità e i dignitari del 1798, prendendone i nomi nel vecchio calendario del Palmaverde, abolì le ordinanze dei francesi, ripristinò la nobiltà, le commende, i fedecommessi, le primogeniture, i fori privilegiati, gli uffici di speziale e di causidico, le sportule per i giudici, l'interdizione dei protestanti, i distintivi degli ebrei, le procedure segrete, ogni tortura. Dando forza retroattiva all'editto 21 maggio 1814, che richiamava le costituzioni del 1770, turbò le persone e i patrimoni, annullò i matrimoni contratti civilmente, cassò gli affitti non cessanti nel 1814, sbandì i francesi stanziati nel regno dopo il 1796, trattò di chiudere la via del Moncenisio e di abbattere il ponte sul Po, perchè costruzioni francesi. Destituì venticinque professori d'università nominati dalla Francia, e di demenza in demenza richiamò alle bandiere i coscritti del 1800 supplendo coll'ingaggio ai morti ed agli invalidi. Ipoteche, riforme amministrative, regolare graduazione di giudizi, tutto fu cancellato; imposti comandanti militari alle provincie con giudici mal pagati e costretti a vivacchiare colle sportule dei litiganti. Sola istituzione napoleonica conservata, la polizia, ma affidandola a gendarmi feroci ed irresponsabili. Non più sovranità di legge: lettere regie limitarono contratti, ruppero transazioni, annullarono sentenze per arricchire la nobilaglia impoverita; infamie e brogli imperversarono fra iattanze militali ed aristocratiche, al di sopra delle quali l'implacabile egoismo del re faceva pensare alle peggiori mostruosità dei governi orientali.
La cosa giunse a tale che i governi di Francia, d'Inghilterra, persino di Russia, ne fecero rimostranze consigliando a Vittorio Emanuele un temperato regime costituzionale. Ma solamente il minaccioso dilatarsi dell'influenza austriaca arrestò questa pazza reazione del Piemonte, e persuase al re la necessità di ordini più vitali. Infatti per riordinare l'esercito ricorse al generale Gifflenga di scuola napoleonica, e col conte Prospero Balbo surrogò agl'interni l'inettamente reazionario Borgarelli. Poco dopo, alle insistenti proposte dell'Austria per una lega di principi italiani, potè, validamente patrocinato dallo czar, non solo ricusarsi come la Toscana, ma tentare contro la stessa santa alleanza una lega segreta di stati minori, quali la Sassonia, la Baviera, Napoli e Roma, che naturalmente abortì. In questa iniziativa e nella resistenza opposta all'Austria, intesa ad ottenere dal vecchio re l'abolizione della legge salica per trasportare sul capo di Francesco d'Este, duca di Modena e marito della sua unica figlia Beatrice, la corona contro i diritti del ramo Carignano, giacchè nemmeno Carlo Felice, fratello di Vittorio Emanuele, aveva figli, fu la salvezza e il grande avvenire del Piemonte.
Nei due ducati di Lucca e di Parma, scaduti all'infanta Maria Luisa di Borbone e a Maria Luisa d'Austria moglie di Napoleone, con diritto di riversibilità di Lucca alla Toscana e di Parma ai Borboni di Lucca nella morte delle due duchesse, la reazione somigliò piuttosto a quella della Toscana che di Piemonte. L'ex-imperatrice, perduta in ignobili amori, mentre Napoleone grandeggiava ancora alto sul mondo dallo scoglio di Sant'Elena, non ebbe maggior coscienza politica che morale e concesse all'Austria facoltà di presidio in Piacenza, lasciando il governo del ducato agli amanti.
Del marito e del figlio, fra un poema conchiuso e una tragedia che incominciava, ella non sentì nè la grandezza nè la pietà: cattiva sposa e madre peggiore, non si ricordò di essere stata imperatrice e s'accorse appena di essere duchessa; anodina nipote di Carolina di Napoli e di Antonietta di Francia passate attraverso la rivoluzione, quella coll'eroismo disperato della tirannia, questa col romanticismo infelice della regalità, ebbe i difetti di entrambe senza il prestigio del loro carattere.
Maria Luisa di Borbone, traslocata dall'effimero ducato a Lucca, mutò i capricci amorosi della gioventù nei capricci bigotti della vecchiaia, senza lasciare del proprio estremo passaggio politico altra traccia che l'aver ricusato per suggestione dei preti l'offerta delle tre legazioni come nuovo ducato, prima e indarno pretese dall'Austria.
Francesco IV di Modena invece, gareggiando nella reazione con Vittorio Emanuele I e Ferdinando IV, l'inaugurò con publico bando, nel quale ripristinava il governo anteriore al 1797. Quindi vennero ristabiliti cogli antichi codici i tribunali ecclesiastici e i privilegi dei nobili, rimessi i gesuiti affidando loro l'istruzione della gioventù. Una persecuzione poliziesca insidiava tutti coloro segnalatisi per valore o per impieghi nella rivoluzione e nell'impero napoleonico; si violavano case e coscienze, si compravano segreti, s'inventavano congiure. Francesco IV, ghibellino a Vienna, guelfo a Roma, gesuita dovunque, concepiva politica e stato come gli antichi signori del rinascimento, risognando impossibili combinazioni che gli dessero tutta l'Italia. Si era tenuto così sicuro della successione di Piemonte per la propria moglie Beatrice, che nel 1814 aveva fatto ai collegati formale domanda del porto della Spezia, a fine di avere aperta una via facile e sicura per l'isola di Sardegna. Bazzicava preti per mutarli in istrumenti di politica, come avrebbe trattato coi carbonari per comprometterli nei propri disegni; ma altrettanto vile nell ingegno che nel carattere, così inetto generale che angusto statista, parodiando inconsapevolmente gli antichi signori, non era più che una caricatura fra i nuovi despoti.
Degno di lui Ferdinando di Borbone, IV a Napoli e III in Sicilia, profittò della propria reintegrazione a re delle due Sicilie per intitolarsi I. Quantunque sotto la pressione di Bentinck avesse conceduto agli isolani una costituzione imitata sul modello inglese, poscia diffuso contro l'ultima impresa di Murat un proclama al popolo napoletano, nel quale riconosceva la sovranità popolare promettendo ogni libertà costituzionale, appena sicuro di sè cassò la costituzione siciliana invisa all'Austria e non più difesa dall'Inghilterra, la quale spinse l'abbiezione fino a consegnare nelle mani del tiranno i nobili siciliani recalcitranti. A Napoli invece il re, dimentico di tutte le promesse, rientrò nella reggia con aspetto così grullo che gelò l'entusiasmo stesso dei lazzaroni usi alla teatrale maestà di Murat. Si ricostruì l'antico governo: il regno continentale fu diviso in quindici provincie, la Sicilia in sette valli; nuovi codici compilati a cura del Tommasi, miglior ladro che giureconsulto, tolsero quasi tutti i benefici dei codici napoleonici, s'introdussero delitti di lesa maestà e quattro gradazioni nella pena di morte; degli antichi tre bracci parlamentari non fu più parola. Il Tavoliere delle Puglie, distribuito dai francesi fra piccoli possessori, fu ridato in possesso comune, danneggiandone i recenti agricoltori ed inceppandone per sempre l'agricoltura. Il governo affidato al Canosa infuriava con ogni sorta di ribalderie e di ribaldi, opponendo la setta assassina dei calderari alla setta politica dei carbonari: rifermentavano le ferocie della prima reazione, bande armate infestavano con tanta spavalda sicurezza che si dovette patteggiare con esse quasi con nemico regolare, per scannarle poi violando la capitolazione. Col concordato di Terracina (1818) si riconcessero alla curia romana pressochè tutti i privilegi cassati dal Tanucci insino alla rivoluzione, indietreggiando di mezzo secolo in un giorno; le finanze esauste per mala amministrazione, per peggiore assetto d'imposte e per depauperamento del paese non bastavano più alle ingenti spese, dacchè l'alleanza dell'Austria era costata 25 milioni di lire ed altrettante e più ne costavano le truppe austriache stanziate nel regno. Inoltre le codarde liberalità del re, fra le quali 60,000 lire al Metternich come duca di Portella, 40,000 al Talleyrand duca di Dino e al Bianchi generale austriaco nominato duca di Casa-Lanza dal paese dell'ultima convenzione con Murat, 70,000 ducati d'oro a Nugent, ottenuti colla vendita a vilissimo prezzo dei vastissimi tenimenti di Castelvolturno, e i trattati commerciali coll'Inghilterra, colla Francia, colla Spagna, finivano d'immiserire un erario che non era stato mai ricco.