La restaurazione borbonica, meno sanguinaria questa seconda volta, fu però così inetta da togliere al regno ogni carattere di indipendenza. Oramai Ferdinando non era più che un vicerè austriaco, difeso da truppe austriache e solo in esso fidente. Ai reclami di Pietroburgo e di Vienna destituì Canosa; cedette a Roma, al clero, all'aristocrazia, ai lazzaroni, alla Francia, all'Inghilterra, alla Spagna, a tutti; la corte onnipotente non comandava più, mentre in essa si organizzava per interessi di casta l'opposizione al partito rivoluzionario. La monarchia borbonica era piuttosto una negazione della rivoluzione che una istituzione indipendente: serviva alle due classi estreme della società contro la media, senza regnare con programma proprio. La stessa unificazione della Sicilia, giovevole agli scopi ancora lontani dell'unità nazionale, era stata meno un atto d'energia che una conseguenza della uniformità legislativa lasciata da Napoleone come necessità a tutti i governi. La bestialità di Ferdinando, barattante persino i papiri in kanguros per arricchire il proprio serraglio, e le ecatombi compiute nelle prime reazioni toglievano alla corte e al governo ogni speranza di coscienza; i regi non erano più che una camorra e i liberali una setta, entrambe egualmente bisognose del re: l'una per difendere in lui i propri interessi, l'altra per incarnare in lui le proprie idee costituzionali. Ferdinando invecchiato non rappresentava più che l'inanime senilità della monarchia.

Roma stessa non era più Roma.

Quantunque Pio VII, ritornandovi, passasse di trionfo in trionfo, e Murat a Cesena, Carlo IV di Spagna alle porte della città, la ex-regina d'Etruria Maria Luisa e l'ex-re di Sardegna Carlo Emanuele a quelle del Quirinale, gli si prosternassero in umili ossequi, e quest'ultimo, geloso di essere il primo nell'avvilirsi, volesse baciargli il piede mentre le popolazioni superstiziose assiepavano le vie osannando; il pontefice riedeva troppo sminuito nell'autorità per riatteggiarsi davvero a re. Già l'Austria aveva più volte accennato ad insignorirsi di tutto il regno pontificio nelle guerre napoleoniche, quasi accettandone la decadenza pronunciata dalla rivoluzione e da Napoleone: al trattato di Parigi Metternich consegnava a lord Castlereagh una protesta contro il ristabilimento del potere temporale, chiedendo la cessione dei territori romani all'Austria pei diritti del sacro romano impero e per gli accordi stipulati dianzi coll'Inghilterra. Più tardi insistette gagliardamente per impossessarsi delle tre legazioni, e tutta la diplomatica abilità del cardinale Consalvi, legato al congresso di Vienna, non sarebbe bastata a contrastargliele, se Napoleone, fuggendo dall'isola d'Elba e largheggiando di promesse col pontefice per farsene un alleato, non avesse persuaso al congresso che bisognava cedere al papa. Nullameno l'Austria conservava diritto di guarnigione a Ferrara e a Comacchio.

Il regno papale distrutto dalla rivoluzione francese, assorbito dall'impero napoleonico, veniva dunque negato dall'Austria in nome di quello stesso sacro romano impero, al quale essa medesima aveva rinunciato. Il papa ridiventava un principotto italiano soggetto al protettorato austriaco, senza maggior prestigio politico degli altri. Infatti il suo ritorno a Roma si macchiò di tutte le colpe reazionarie, che infamarono quello dei Borboni e dei Savoia. Il cardinale Rivarola, focosa natura di prete condottiero, mandato a Roma in qualità di legato a latere, inaugurò la propria amministrazione provvisoria abolendo con publico bando ogni legge e contratto napoleonico. Le antiche ottantaquattromila leggi risuccedevano al codice francese; i vecchi tribunali ecclesiastici alla corte di cassazione, i cardinali ai prefetti, il monopolio dei prelati, l'inquisizione e la tortura agli ordini liberali della rivoluzione. Si costituì una setta di sanfedisti, fanatici ed assassini, che dovevano poi disonorare inutilmente religione e governo papale. L'amministrazione dello stato, già migliorata dagli altri principi prima della rivoluzione e dai papi invece conservata nel vecchiume medioevale, si volle a questo ricondotta, cancellandovi ogni traccia delle recenti migliorie; le milizie vennero racimolate per le strade; il commercio e l'industria furono sottoposti all'arbitrio di concessioni camerali; la censura peggiorò d'ignoranza fanatica; si misero al bando tutti gl'impiegati liberali per sostituire loro chierici in ogni uffizio laicale; si distrusse qualunque vita municipale; si tolsero tutte le forme di elettorato politico ed amministrativo; si perseguitarono patrioti, scienziati, scrittori, quanti per pensiero e per opera si stimassero favorevoli alla passata rivoluzione. Rivarola, in onta ai capitoli del trattato di Parigi, con una sola sentenza ne colpiva 508.

La corte romana, timorosa dell'Austria e de' suoi maneggi per l'abolizione del regno temporale, non ebbe il coraggio, e non poteva averlo, di appoggiarsi alle idee liberali. Si ricusò all'alleanza richiestale, ma non osò stringere contro Vienna l'altra col Piemonte; fulminò i carbonari, nei quali il liberalismo era ancora inceppato da troppe idee cattoliche e dal tradizionale rispetto alla monarchia, e non pensò a propiziarsi le popolazioni con miglioramenti amministrativi.

Così il motu-proprio, col quale il Consalvi, unico uomo di stato a Roma, intendeva a frenare la ridicola ed esosa reazione, non produsse alcun effetto, e Pellegrino Rossi, futuro ministro di Pio IX, forse anche allora propenso a un moderato governo papale, dovette scampare esulando da Bologna.

Colle altre corti italiane le relazioni di Roma non furono senza difficoltà. La Toscana, ancora imbevuta di idee giansenistiche e di tradizioni leopoldine, ricalcitrava; a Napoli, Ferdinando intitolandosi primo re delle due Sicilie intendeva rimangiarsi i vecchi tributi alla Santa Sede, ma si lasciava poi trascinare al concordato di Terracina, pel quale i beni ecclesiastici invenduti dovevano essere divisi fra i conventi ripristinati, e sui libri introdotti nel regno si riammetteva l'appello al papa. Vittorio Emanuele I parve resistere un istante alle pretensioni di Roma ridimandante l'omaggio del calice pel ricavato apostolico dei reali di Sardegna sui feudi di alcune diocesi; quindi, cedendo alle paure religiose, disfece il concordato di Bonaparte e ne strinse col Consalvi un altro poco meno grave di quella di Napoli. L'Austria invece, fedele alle tradizioni giuseppine, non solo nominava vescovi nella Lombardia esercitando poteri competenti a Roma, ma li pretendeva anche nei nuovi acquisti di Ragusi e di Venezia, e li ottenne per privilegio dal papa nel 1817.

Nullameno Roma si mostrava diminuita. In molti paesi stessi del concordato restava colpa pei dignitari ecclesiastici il comunicare direttamente con Roma; in nessuno si erano ripristinate intere le immunità reali personali e locali; limitato il diritto di acquisto delle mani morte; quasi tutte le prelature di nomina o di proposizione governativa, sorvegliati i possessi ecclesiastici, necessario l'exequatur regio; distrutti gli ordini e i feudi militari ecclesiastici. Il clero sentendosi indebolito si appoggiava naturalmente ai re, ma questi, sicuri dal liberalismo in quel primo fervore della reazione, si sottraevano all'aiuto di Roma per memore timore della sua pertinace tirannia. Le tradizioni del principato nel periodo delle riforme risorgevano, giacchè i pericoli erano ancora remoti, la rivoluzione lontana e Roma troppo vicina.

Il principio religioso di questa non era ormai più attivo che come superstizione di volgo cortigiano o plebeo; se parlamenti e corti vi aderivano, i fatti che avevano distrutto il governo dei papi vivevano ancora nella coscienza di tutti. D'altronde lo stesso pontefice Pio VII aveva abdicato, e Napoleone e l'Austria credendogli si erano impossessati o volevano impossessarsi di Roma; la rifioritura dei privilegi chiesastici sbocciava fra quella dei privilegi aristocratici e ne acquistava tutta l'antipatia e l'irragionevolezza. Poi la monarchia sola si riaffermava assoluta, mentre aristocratici e preti non erano che suoi valletti.

Roma era così avvilita, malgrado ogni superbia di concordati, che il suo unico pensatore, capace eroicamente di proclamarla ancora signora del mondo sulle rovine fumanti della rivoluzione, fu un laico, il conte Giuseppe De Maistre, savoiardo per la cupezza della politica, francese per l'impeto irresistibile dell'eloquenza. Infatti, gigantesco e fosco come il medio evo del quale riassume l'anima e condensa la voce, De Maistre nega ogni civiltà e progresso; per lui l'uomo è malvagio, nato nel peccato, vivente di peccato e nel peccato malgrado ogni redenzione. La vita dell'individuo e della società è quindi soggetta alla doppia legge della espiazione e della riversibilità: «La terra è un immenso altare, dove tutto ciò che vive deve essere immolato senza termine, senza misura, senza interruzione, fino alla consumazione delle cose, sino all'estinzione del male, sino alla morte della morte». Il giusto soffre dunque per il peccatore, le rivoluzioni scontano le pene del passato e le proprie in eccessi inevitabili. Le costituzioni debbono essere suggerite da Dio, che non parla ai popoli che per mezzo dei re: il re è il legislatore, carnefice e sacerdote della legge. Tutto è quindi rivelazione, e poichè anche i re sono uomini e possono fallire, la verità è a Roma depositata da Dio nel papato eterno, universale, onnipotente. alto sul mondo come un faro, nebuloso e fiammeggiante come un Sinai, dal quale s'ode di secolo in secolo la voce di Dio.