Era l'ultimo sublime sforzo della reazione medioevale, al quale Roma non poteva prestarsi: Pio VII non era Gregorio VII.
Roma invece patteggiava nei concordati, accattando pel proprio regno, destreggiandosi nella diplomazia, riorganizzando i gesuiti per lanciarli di nuovo alla conquista di tutti i piccoli interessi e di tutte le piccole coscienze. Il suo periodo di supremazia politica era passato, il suo tempo religioso proseguiva adattandosi inconsciamente alla nuova epoca storica; mentre la filosofia tedesca, riprendendo il lavoro della filosofia francese nel secolo antecedente, invece di abbattere il mondo della religione ne creava un altro, nel quale questa non era più che uno fra molti elementi spirituali.
Roma abbandonò il proprio teologo o seguendolo da lungi lo diminuì nelle interpretazioni col Cavedoni, col Leopardi, esoso genitore del grande poeta, col Canosa, poliziotto stupidamente feroce, coi sanfedisti inettamente superstiziosi e inutilmente assassini. La corte di Savoia, dopo essersi giovata di De Maistre come ambasciatore a Pietroburgo, non ardì servirsi di lui quale politico.
Il liberalismo.
Ma se il liberalismo non aveva ancora un ingegno così ardente di scrittore come il De Maistre, si dilatava sotto le pressure della reazione monarchico-religiosa con ammirabile celerità. Le idee di uguaglianza, di sovranità popolare, di diritto civile e politico si allargavano nelle coscienze: l'abbiezione del presente, malgrado i vantaggi della sua pace, rendeva belle le memorie delle agitazioni rivoluzionarie, quando esisteva il regno d'Italia, e le legioni italiane si addestravano nel campo di Boulogne, battagliavano in Ispagna, in Germania, in Russia, dappertutto; s'udivano in cuore le antiche fanfare, agli occhi sventolavano le bandiere vittoriose. Impiegati, soldati, politicanti, professori, mercanti, industriali, borghesi, popolani, molti anche dell'aristocrazia malvisi alle corti, si rinfiammavano nelle visioni del passato, beffando e contrastando alla ristorazione; gl'interessi offesi si coalizzavano, la fugace unità della dominazione napoleonica aveva interrotto la tradizione e scemata la certezza delle divisioni federali. Criticando i nuovi governi si opponeva loro inevitabilmente l'utopia di una Italia intera, poichè nella negazione di ogni fatto politico deve contenersi l'affermazione di un fatto maggiore. La partecipazione alla vita europea nei vent'anni della rivoluzione aveva dato alle coscienze una elasticità, che soffriva della nuova compressione. Tutti coloro abituati a pensare e ad agire odiavano quindi una ristorazione, che non avendo passato da riprodurre interdiceva l'avvenire. Mentre Napoleone, costretto ad amministrare con violenta dittatura, manometteva i diritti di tutte le amministrazioni da lui stesso liberate dei vecchi ceppi, i nuovi governi per imitare il suo assolutismo richiamavano ogni ordine e diritto sotto l'arbitrio della polizia. Una tirannide minuta ed odiosa soffocava così quelle speranze, che già promettevano all'Italia la personalità nazionale.
Poi le confessioni di Napoleone prigioniero a Sant'Elena, nelle quali riaffermava la necessità per l'Europa di ricostituire l'Italia, le risollevavano.
Mentre gli stati prima della rivoluzione poggiavano su privilegi e gerarchie immobili di classi, la rivoluzione, richiamando in disputa ogni principio di autorità ed aprendo la società come una carriera libera a tutte le forze individuali, aveva per sempre sommosso il loro vecchio assetto. Nulla poteva più riaddormentare la svegliata individualità. Ma poichè la rivoluzione era venuta dall'estero, le coscienze italiane accogliendola non potevano intenderla ancora che molto imperfettamente; i sentimenti anticipavano sulle idee; queste, imbrogliandosi fra abitudini incorreggibili ed irrefrenabili velleità, concordavano ad affermazioni fantastiche. Le monarchie, accolte con ovazioni quasi unanimi da principio, ripugnarono ben presto; il malcontento si accrebbe d'altre cagioni; infierirono pestilenze e carestie, alle quali i governi non seppero in alcun modo provvedere. Il bisogno di libero scambio fra tante dogane, di strade praticabili, di leggi discusse, di giudizi publici, di sicurezza nel debito publico, di uguaglianza nelle imposte, di pubblicità nell'amministrazione, di libertà nel pensiero, nella parola e nei viaggi, di azione politica nella vita, divenne passione, accumulando speranze e rancori, studi ed armi, propositi di vendetta e di emancipazioni.
La carboneria, mescolatasi invano a tutte le congiure per costituire un regno italico nelle ultime ore della rovina napoleonica, diramò le proprie propaggini per ogni città ed ogni villa, cosicchè un rapporto del governo austriaco l'estimò in breve ad 80,000 membri. Vi si era rifugiata la maggior parte dei bonapartisti sdegnanti la ristorazione o da essa ricusati. Nell'alta e nella media Italia le società degli Adelchi e degli Adelfi, nate dal bonapartismo liberale, si moltiplicavano, mentre i liberi-muratori già aderenti a Napoleone si rivoltavano contro i nuovi governi legittimi; nelle Calabrie interi municipi erano ordinati in Vendite di carbonari; queste avevano già guadagnato le Romagne, il Piemonte, la Lombardia, i ducati di Modena e di Parma. Altre sètte pullulavano. Maggiore fra esse l'Ausonia, che giurava formare una republica italiana divisa in ventuno stati, ciascuno dei quali manderebbe un deputato annuale all'assemblea sovrana; assemblee provinciali nominerebbero corti di cassazione, consigli dipartimentali, distretto e cantone, capi delle guardie nazionali, arcivescovo, prefetti dei seminari e dei licei. Il potere esecutivo sarebbe affidato a due re di terra e di mare eletti per ventun anni dall'assemblea senza distinzioni ereditarie; imposta progressiva, il più povero pagherebbe un settimo della propria rendita, il più ricco sei settimi; il papa sarebbe pregato di diventare patriarca della republica dietro risarcimento dei beni temporali toltigli; il collegio dei cardinali non risiederebbe nella republica, ed eleggendo un nuovo papa questi risiederebbe altrove; conservati degli ordini monastici solo i mendicanti.
Tale il concetto fantastico e bigotto dei settari di allora.
I carbonari non erano molto più pratici, benchè a contatto della Francia, nella quale Buonarrotti socialista discepolo di Baboeuf li aveva trapiantati, assorbissero idee più positive. Alti personaggi come Lafayette, Dupont de l'Eure e Luigi Bonaparte, figlio del re di Olanda, vi mestavano; ma l'arcadia politica dominava ancora tutte le sètte. Il romanticismo diffuso dalla letteratura si compiaceva nel segreto e nel terrore d'iniziazione teatralmente tragiche: si tenevano adunanze misteriose, si lanciavano minaccie ai sovrani e si colpiva raramente qualche poliziotto; s'inventavano lugubri scherzi per atterrire le fantasie e spaventare i governi. Ma questi, inseverendo nella reazione, spingevano allo scoppio: le sètte reazionarie spalleggiate dalle polizie cercavano a sfida le liberali, i moti rivoluzionari della Grecia accendevano gli animi, si attendevano esplosioni in tutta l'Europa. Un mondo sotterraneo si agitava sotto il mondo politico della ristorazione; piccole ribellioni a Macerata e nel Polesine (1817) represse ferocemente dal papa e dall'Austria iniziavano la guerra, mutando le forche in labari e i condannati in eroi. La santa alleanza, congregata ad Aquisgrana (1818), stringeva i freni del dispotismo, stabilendo di impedire ogni governo costituzionale e spronando a repressioni implacabili; il dispotismo nel precisarsi schiariva la libertà; il duello segreto delle sètte colle polizie assumeva proporzioni europee. Spagna, Francia, Germania fermentavano; l'Italia era tutta minata, e nullameno l'imminente esplosione non doveva fare che poco fumo e fracasso.