Quanti miliardi di vittime in quante migliaia di anni ha consumato questa preistoria africana, che, immobile nelle proprie idee rudimentarie, si ripete, colla disperata monotonia di un vagito e di un rantolo, di un bambino che nasce e di un uomo che muore?
Ma l'Europa dopo molti secoli di assedio ha potuto penetrare tutte le contrade dell'Africa e sta per sostituirvi la propria storia: tutte le grandi nazioni europee si sono gettate a questa conquista sfogando magari in essa le loro antiche rivalità: denaro, sangue, genio, tutto vi è profuso. Le ferrovie cingono fin d'ora tutte le sue coste con un monile di ferro, entro il quale l'Africa prigioniera della civiltà non può più ricusarne i benefizi: dopo il grande taglio del canale di Suez un disegno anche più grande allaga già il deserto di Sahara, e vi crea sulle sponde fecondate una cintura di città pari a quella del Mediterraneo; un altro congiunge i corsi dello Zambese e del Congo, spezzando il continente in due grandi isole per meglio irradiarle da tutto il litorale e dal centro. L'Italia risorta nazione non poteva ricusarsi a questo problema africano, che domina la politica estera dell'Europa: il suo concorso doveva anzi rappresentarvi il primo risultato della sua nuova vita internazionale.
Iniziativa italiana.
Quindi, prima ancora di aver ripreso agli stranieri tutta la propria terra, l'Italia si torse verso l'Africa.
Già il conte di Cavour nel periodo della grande preparazione piemontese, sentendo l'attrazione di questo nuovo mondo, aveva cercato di avviare un servizio postale fra Cagliari e Tunisi; Garibaldi, esiliato dal governo sardo dopo la difesa di Roma, aveva scelto per residenza Tangeri; un illustre cappuccino, il padre Massaia, testè morto cardinale, era penetrato da molti anni nell'Abissinia, recandovi nel fervore dell'apostolato religioso parecchi intendimenti civili. Altri viaggiatori, còlti improvvisamente dalla nostalgia del deserto, approdarono in Africa, e la percorsero superando indicibili difficoltà: Beccari, Piaggia, Antinori, Gessi, senza aiuti di governo, vi compierono miracoli d'eroismo; quest'ultimo, ammirabile fibra di romagnolo antico, vi si mutò in generale, e vinse nelle guerre del Sudan più d'una battaglia. Allora nel fermento lasciato dalle imprese garibaldine, crebbe istantaneamente una passione misteriosa per il terribile continente nero: si fondarono società geografiche, si organizzarono come in tutto il resto d'Europa spedizioni di nuovi esploratori, i giornali si appassionarono di racconti africani, come quattro secoli prima tutte le conversazioni favoleggiavano dell'America e delle Indie. Un'indefinibile poesia trasfigurava agli occhi della moltitudine i giovani viaggiatori che partivano per l'Africa; una pietà inconsolabile si destava alla novella della loro morte.
Pareva a tutti che questo fervore di scoperte e di iniziative fosse una prova di nuova gioventù nella nazione, che stava ricostruendo con temerità pari all'ingegno nella propria flotta la prima armata del mondo. La marina mercantile cresceva, e cresceva pure l'emigrazione. Chè se a questa, salita ora all'altissima cifra annuale di 200,000 emigranti, era in molte provincie sprone la miseria agricola, in molte altre tale coraggiosa facilità ad abbandonare la patria per un mondo ignoto e lontano, era ancora un sintomo della nuova vita italiana. Pochi anni addietro, nella stessa miseria, al popolo sarebbe sembrato un suicidio l'emigrare. Ma l'emigrazione si dirigeva di preferenza sull'America del sud dominata da colonie latine.
Nell'Africa, tanto più vicina, Cairo ed Alessandria erano le stazioni predilette dagli italiani.
Ma la nazione sentiva oscuramente la necessità di uscire di se stessa per affermarsi politicamente nell'opera internazionale delle maggiori potenze. L'Italia aveva scritto in Africa troppi capitoli della propria storia antica, per non ritornarvi nella guerra di conquista ripresa così vivacemente dall'Europa al principio del secolo. La via aperta alle Indie per il canale di Suez, l'ampliamento del porto di Genova, il doppio traforo delle Alpi le suggerivano le prime ragioni: la storia spingeva colla propria fatalità.
Però le coste africane non presentavano in alcun punto facilità e ricchezza di conquista: l'Italia, ultima cooperatrice, vi troverebbe forse le maggiori difficoltà nelle gelosie delle nazioni che ve l'avevano preceduta. D'altronde nè il suo popolo, nè il suo governo erano ancora abbastanza consapevoli per gettarsi con molta fortezza d'animo e larghezza d'intendimenti ad imprese coloniali.