Quindi i principii dell'impresa furono meno che modesti.
Prima ancora che le camere di commercio, riunite in congresso a Genova nell'ottobre del 1869, proponessero al governo di stabilire in un porto del Mar Rosso una fattoria di commercio e di transito, il professore Giuseppe Sapeto, che aveva lungamente soggiornato nelle regioni dei Danakil e dei Somali, insisteva in una relazione al generale Menabrea, allora presidente dei ministri, per un acquisto di tal genere. Vittorio Emanuele protesse l'idea spingendo ad un contratto col sultano Berehan, indipendente dalla Porta e dall'Egitto, per la compra della baia d'Assab e dell'isola Darmakieh. Il pagamento della somma abbastanza esigua di L. 47,000, fornite dal governo, venne eseguito dal genovese Rubattino, il più ricco e patriottico fra gli armatori d'Italia. Quindi l'11 marzo 1870 due pali solidamente conficcati ai capi nord e sud del terreno acquistato e portanti su due tasselli di legno l'epigrafe — Proprietà Rubattino — segnavano dopo tanti secoli il nuovo ingresso dell'Italia nella storia coloniale.
Questo grosso e quasi deserto podere era a 64 chilometri da Perim e a 240 da Aden.
Il fatto rimase inavvertito: appena Nino Bixio, sempre fervido di avventure marinaresche e militari, se ne congratulò vivamente col governo, augurando bene per l'Italia e chiedendo subito che si occupasse soldatescamente Assab per guarantire le persone e le merci, che vi avrebbero affluito.
Ma il khedivè d'Egitto aveva già protestato contro l'occupazione di Assab: il Visconti-Venosta, allora ministro degli esteri, oppose l'indipendenza di questo piccolo territorio da ogni alta giurisdizione, poichè le caimacanie di Suakin e di Massaua, delle quali il khedivè era stato investito dalla Sublime Porta, non giungevano sino ad Assab; questi replicò nominando governatore di Massaua lo svizzero Munzinger ed estendendo i limiti di quella provincia sino a Berbera. Allora il governo italiano, troppo presto impacciato da così piccole difficoltà, rinunciò ad ogni assetto pratico e definito dello stabilimento di Assab, per consigliare alla compagnia Rubattino di ampliare i propri servizi marittimi verso Oriente.
Difficoltà diplomatiche.
Così durò per parecchi anni sino agli ultimi mesi del 1879.
All'indomani del trattato di Berlino (marzo 1878) una più grossa questione minacciò di rompere le relazioni fra l'Italia e la Francia. Poichè il congresso aveva scartata la proposta russa di una grande Bulgaria accampata fra l'Egeo e il Danubio, mentre all'Austria si sarebbero date la Bosnia e l'Erzegovina con grave offesa dell'Italia, che avrebbe così veduto crescere senza aver partecipato alla guerra turco-russa la sua secolare nemica ancora padrona di Trento e di Trieste, si credette che fra le quinte del congresso fosse stato offerto all'Italia Tunisi per compenso. La Francia, che già vi mirava, stimò invece favorevole ad una propria iniziativa su questa reggenza posta ai confini dell'Algeria il disinteressarvisi unanime di tutte le potenze. Vero è che a Tunisi la colonia italiana, molto più numerosa ed importante delle altre, e cresciuta di speranze col crescere della madre patria, chiedeva a questa una più efficace protezione.
Una convenzione marittima stretta nel 1877 col governo beylicale aveva riconfermato l'antica linea Genova-Cagliari-Tunisi; un'altra linea era stata instituita in partenza da Palermo: la vicinanza della costa africana, visibile nei giorni limpidi dagli estremi monti siculi, consigliava a proteggervi i nostri interessi mediterranei. L'Inghilterra, insignorendosi di Cipro, aveva ferito le suscettibilità francesi, e ne temeva per il suo canale di Suez qualche rappresaglia collo stabilimento di nuove stazioni militari sulle coste vicine per parte della Francia; quindi consigliava all'Italia di occupare Tunisi e Tripoli. Naturalmente, vicino per vicino, essa preferiva l'Italia perché meno temibile. Ma il ministero Cairoli, repugnante per convinzioni democratiche a qualsivoglia forma di conquista estera, non osava assumerne la doppia responsabilità della spesa e del rischio. La Francia, sino allora in relazioni poco amichevoli coll'Italia, mutava improvvisamente di maniere, affermando replicatamente con documenti e colloquii officiali di non mirare ad occupazione di sorta sulla costa africana, o, mirandovi un giorno, di non vi si disporre se non d'accordo coll'Italia.
Queste assicurazioni sorpresero l'ingenua lealtà del Cairoli: egli credette che la republica francese, fatta accorta dell'errore commesso coll'inimicarsi l'Italia, intendesse a riconquistarne l'amicizia: infatti tutto sembrava consigliarle tale condotta.