Ma si dimenticavano l'indomabile vivacità e le inesauribili risorse del popolo francese. Vinto dai prussiani in una delle più grandi guerre della storia, travolto nella rovina dell'impero napoleonico, riarso e lacerato dallo scoppio della Comune, combattuto da tutte le frazioni monarchiche, esso aveva nullameno in pochi anni pagato l'enorme debito di cinque miliardi, assicurata la propria republica, rinnovato l'esercito, rinsanguate le finanze. Una febbre di orgoglio e di lavoro lo spingeva a nuove conquiste per interrompere con qualche fatto glorioso l'ignominiosa tradizione di Sedan.
Il gabinetto Cairoli credette la Francia, come l'Italia, occupata solamente a rimarginare le proprie ferite. Ma il suo disinganno avrebbe potuto essere sollecito, quando ai primi accordi col bey per allacciare con un filo telegrafico la rete sicula alla tunisina, la Francia si oppose bruscamente col pretesto che la sua amministrazione algerina godeva già nella Tunisia il monopolio dei servizi telegrafici. Tale pretesto, fiacco politicamente, non era neppure sicuro in diritto. Nullameno il gabinetto Cairoli cedette e i telegrammi fra Roma e Tunisi seguitarono a passare per Parigi, Marsiglia, Algeri e Bona.
Poco dopo l'armatore Rubattino offriva al ministero di comprare il tronco ferroviario Goletta-Tunisi della società concessionaria inglese ridotta al fallimento, se il governo gli concedesse il medesimo trattamento di guarentigia in uso per le linee italiane. Cotesto breve tronco era il prolungamento naturale della linea italiana di navigazione sussidiata dal governo, poiché le nostre navi per le tristi condizioni del porto di Tunisi dovevano arrestarsi alla Goletta. II contratto era facile e tenue la somma. Il ministero annuì. Ma il contratto era appena firmato che già la società francese des Batignolles, proprietaria della grande arteria algerina di Bona-Guelma, prolungata in quel momento coi soccorsi della republica sino a Tunisi, ne stringeva un secondo ricomprando per maggior somma la linea già venduta. Evidentemente una intenzione politica aveva provocato questa truffa: la questione, recata prima ai tribunali ordinari, fu quindi riassunta dalla corte di cancelleria a Londra. Il magistrato inglese sentenziò imponendo una nuova licitazione fra i due contendenti. Il gabinetto Cairoli, tardi accorto del pericolo e impaurito della doppia responsabilità, chiamò a consiglio i migliori uomini parlamentari, che furono unanimi nel mantenere ogni appoggio al Rubattino. Laonde un disegno di legge (12 luglio 1880) fu presentato al parlamento per una rete complementare di linee di navigazione e per garanzia alla società Rubattino di un interesse chilometrico per la ferrovia Goletta-Tunisi. La camera con un silenzio più espressivo di ogni parola votò la legge.
L'onore nazionale era impegnato.
Ma la Francia passò oltre: avventurieri e speculatori parigini piombarono su Tunisi; i giornali francesi alzarono la voce. Non per tanto il gabinetto Cairoli, saldo nel convincimento che la Francia rifuggisse da pericolose avventure, e troppo credulo alle assicurazioni diplomatiche dell'ambasciatore marchese di Noailles, non badò a premunirsi. La sua politica del momento, chiamata poi ironicamente della mano libera, consisteva nel voler essere a qualunque costo in amichevoli rapporti con tutti: in fondo si voleva la pace non sentendosi pronti alla guerra. Ma siccome le voci di occupazione francese aumentavano, si dovettero chiedere spiegazioni a Parigi; il generale Cialdini, allora ambasciatore colà, diede nella pania; il ministero francese protestò sino all'ultimo contro ogni diceria; però pochi mesi dopo, inventando una tribù barbara di Krumiri, che dal territorio tunisino avrebbero fatto scorribande in Algeria, spedì contro di essi un corpo di truppe. Il gabinetto Cairoli, credendo ancora questo cattivo pretesto una buona ragione, non si mosse: la diplomazia francese affermava sempre di non pretendere tutto al più che una rettificazione di frontiere nel paese dei Krumiri, e mentre il suo ambasciatore lo ripeteva per l'ultima volta al Cairoli nel palazzo della Consulta, il generale Bréard s'impadroniva di Tunisi costringendo il bey a firmare un trattato, che lo riduceva a funzionario francese.
Si disse allora, e non senza fondamento, che il principe di Bismarck spingesse la Francia a questa violenza per impedirle ogni possibile alleanza coll'Italia e mantenerla nell'isolamento.
Per l'Italia questo avrebbe dovuto essere caso di guerra, ma Cairoli, altrettanto eroico patriota che insufficiente diplomatico, non sapendovela preparata, preferì dimettersi in mezzo ad una tempesta d'ingiurie, e tacere. La pubblica opinione giudicò che tutta la colpa fosse sua, ma non seppe di essere corsa sino alla guerra se non quando il pericolo ne fu passato. L'ultimo dei Cairoli aveva fatto alla patria l'ultimo dei sacrifici, immolando al suo interesse l'onore del proprio nome: Garibaldi, rimasto solo a comprenderlo fra l'equivoco di tutti, si dolse della sua opera e plaudì al suo silenzio.
Questo doveva essere il nostro primo insuccesso africano.
I partiti strepitarono, l'Africa divenne popolare. Dacchè tutte le nazioni europee vi davano l'esempio di continue imprese, si cominciò ad ammettere la possibilità di una conquista, che riaprisse la nostra gloriosa storia coloniale: il crescere della marina militare e mercantile secondava le speranze; i recenti rancori contro la Francia, eccitati dal governo per odio alla sua republica, spronavano ad una rivincita. Altri viaggiatori seguitavano a partire pel continente nero: Pellegrino Matteucci, che doveva poi disputare a Stanley la gloria di traversarlo da oriente ad occidente spirando a Londra vittorioso dell'incredibile viaggio, si avventurava in una prima spedizione ai paesi dei Gallas; il capitano Antonio Cecchi rimaneva per quattro anni prigioniero della regina di Ghera, che esigeva sultanescamente l'omaggio dell'amore da tutti i bianchi pellegrinanti pel suo regno; Giulietti e Bisleri ritentavano una nuova via per l'Abissinia; Chiarini, Bianchi, Diana, Monari, punti d'eroica invidia, si disponevano a partire e nessuno di essi doveva più ritornare.
Il governo si sentiva spinto.