«È concessa d'ambe le parti piena ed intera amnistia alle persone compromesse in occasione degli ultimi avvenimenti nei territori delle parti belligeranti».
Vittorio Emanuele, apponendovi la propria firma, v'aggiunse questa, inintelligibile riserva: «Accetto per ciò che mi riguarda»; Cavour mormorò con mal represso sdegno rivoluzionario: «Torneremo a cospirare». Napoleone III, accomiatandosi, disse al re: «Il vostro governo mi pagherà le spese e non penseremo più a Nizza e a Savoia; ora vedremo che cosa gl'italiani sapranno fare da soli».
Queste ultime parole parevano al tempo stesso una sfida ed un sarcasmo.
Nullameno la condotta politica dell'imperatore, fra l'odio dell'inattesa delusione che riuniva contro di lui moderati e rivoluzionari, non rivelava nè l'una nè l'altro. Se discendendo alla guerra di Lombardia, egli aveva promesso solennemente di respingere gli austriaci al di là dell'Adriatico, aveva del pari negato ogni unità italiana riaffermando il diritto supremo del papa su Roma e respingendo ogni partecipazione rivoluzionaria. Nel suo segreto disegno bonapartista d'insediare il principe Girolamo a Firenze e Luciano Murat a Napoli, riunendo l'Italia in una confederazione, della quale il papa sarebbe presidente onorario ed egli il padrone, la guerra all'Austria non poteva essere che una espansione dell'impero napoleonico sottoposto non già alle leggi storiche d'Italia, ma alla necessità del proprio assetto europeo. E tutto gli era mancato. Aveva lasciato in Alessandria il principe Napoleone ad organizzarvi un quinto corpo d'armata per ignota destinazione; poi lo aveva mandato in Toscana, malgrado tutte le istanze di Cavour come rappresentante di Vittorio Emanuele, dopo aver proibito a questo di accettarne la dittatura. Il principe Napoleone si era presentato a Firenze come un pretendente inviato dall'imperatore, ed aveva dovuto ritirarsi davanti all'invincibile avversione del popolo. Il ritorno dei whigs al potere, favorevoli all'unificazione italiana ed ostili all'impero, toglievano all'imperatore ogni speranza sul reame di Napoli; il suo disegno con Kossuth per sollevare l'Ungheria contro l'Austria, e pel quale erasi già costituita una forte legione ungherese con soccorsi francesi e con contratti favoreggiati a Torino da Cavour, aveva urtato nei disegni dello czar sui Principati Danubiani; la Germania, ostinata come nel '48 nelle idee della propria confederazione, considerava il possesso austriaco del Veneto come necessario alla sicurezza della sua frontiera meridionale; la Prussia, che prima della guerra aveva indarno proposto all'Austria di garantirle con una mediazione armata i possedimenti italiani secondo i trattati del 1815 se le fosse ceduta la primazia sulla confederazione, ora, sollecitata d'alleanza offensiva e difensiva dall'Austria, pur ricusandovisi, aveva ottenuto dalla dieta di Francoforte d'incorporare nel proprio esercito le milizie federali sotto il comando del reggente, e con una così rapida mobilitazione, che parve allora un miracolo del suo grande generale ancora sconosciuto von Moltke, ammassava in pochi giorni duecentomila soldati sul Reno. L'Austria, anche dopo la disfatta di Solferino, quantunque accettasse la pace per diffidenza dell'Inghilterra e per non lasciare alla Prussia il vantaggio di frenare la Francia conquistando così un primato morale nella confederazione germanica, rimaneva intatta come potenza militare. Il suo imprendibile quadrilatero le avrebbe dato tempo a rifare l'esercito e ripiombare più forte sulla Lombardia.
Il disegno napoleonico sull'Italia doveva dunque svanire, dacchè l'impero bonapartista era minacciato.
Una guerra francamente rivoluzionaria, che avesse sollevato Italia ed Ungheria associandole alla Francia, poteva solo permettere a Napoleone di correre i nuovi rischi di una coalizione europea: ed era l'impossibile idea di Mazzini. La guerra iniziata col re di Piemonte nel proposito di una federazione italica su tipo giobertiano e con minacce contro ogni iniziativa rivoluzionaria per conquistare al Piemonte tutto il Lombardo-Veneto, non poteva proseguirsi nelle mutate condizioni della politica europea.
La guerra d'Italia non era più che una brillante avventura del secondo impero da interrompersi alla massima vittoria. Vittorio Emanuele, diventato vassallo nell'alleanza e subalterno nel comando, non meritava riguardi di pari; l'Austria, cedendo la Lombardia a Napoleone, dava all'Europa la misura del proprio avversario italiano; questi, costretto ad accettarla dalle mani di un alleato, che aveva concluso la pace senza nemmeno avvisarnelo, confessava la propria impotenza; la rivoluzione italiana veniva francamente negata, dacchè la guerra iniziata dall'imperatore con una alleanza segreta, quindi da lui ritardata nelle diplomazie e guidata finalmente sino al Mincio, era stata vinta quasi dalle sole armi francesi. Il valore delle truppe sarde e l'eroismo dei pochi volontarii garibaldini non aveva potuto decidere della campagna; il numero dei francesi periti in essa non solo superava di troppo quello dei piemontesi, ma vi uguagliava l'altro di tutti gli italiani morti per la rivoluzione, dal ventuno sino alla gloriosa giornata di San Martino.
Lo smacco del disegno napoleonico produceva la catastrofe dell'idea piemontese.