La politica cavouriana aveva concluso al peggiore dei disastri, malgrado una incontestabile abilità. Fatalmente falsa nei principii e nei mezzi, giacchè mirava ad una rivoluzione rinnegandone l'idea per giungere ad una impossibile conquista regia, aveva dovuto combattere i mazziniani ed accodarsi quasi inutilmente alla fortuna dell'impero napoleonico. Laonde l'idea piemontese soccombeva. Venezia restava in mano all'Austria; la confederazione dei principi colla presidenza del papa era impossibile; il duca di Modena e il granduca di Toscana, rientrando nei propri stati, dovevano scacciarne i commissari piemontesi; e il Pallieri era già stato inviato da Cavour a Parma, Luigi Carlo Farini a Modena, Massimo D'Azeglio a Bologna. Il loro ritiro secondo la convenzione di Villafranca avrebbe coperto d'infamia il Piemonte. Infatti la sua politica sottomessa agli ordini di Napoleone aveva fin troppo umiliato l'onore italiano: malgrado il voto delle popolazioni per una annessione immediata e la dittatura conferitagli, Vittorio Emanuele non aveva osato affermarsi re di quelle Provincie. Perugia, sollevatasi generosamente contro il governo papale, aveva subìto dagli sgherri pontifici saccheggi e massacri, mentre Cavour faceva insultare gli insorti dai propri giornali, e riconosceva altamente il diritto sovrano del papa; la persecuzione dei mazziniani era stata spinta all'assurdo: si era espulso Aurelio Saffi e carcerato Alberto Mario. Le grandi promesse della Società Nazionale racchiuse nel triplice motto — Unità, Indipendenza e Casa Savoia — svanivano: il trattamento usato a Garibaldi diventava ridicolo dopo quello inflitto da Napoleone III a Vittorio Emanuele. La guerra era stata inutile. Il Piemonte vi avrebbe guadagnato il Milanese, ricevendolo come una elemosina dalle mani del potente alleato che lo aveva conquistato, ma avrebbe dovuto poi cedere a questo Nizza e Savoia, giacchè l'imperatore sarebbe stato presto o tardi costretto ad esigerle, malgrado la propria rinuncia verbale, per giustificarsi davanti alla opinione publica francese.

Cavour sentiva tutto questo.

L'edificio alzato in dieci anni d'instancabile operosità crollava improvvisamente, seppellendolo sotto una rovina senza poesia. La sua mirabile politica della preparazione piemontese, il coraggio di tante iniziative parlamentari, la splendida temerità della spedizione in Crimea, il trionfo al congresso di Parigi, il forte esercito ricostituito, le Alpi traforate, l'arsenale della Spezia, la stessa guerra franco-sarda si ritorcevano contro di lui. Invano, durante questa egli aveva preso tutti i portafogli della marina, dell'interno, della guerra, delle finanze, ed era bastato a tutto compiendo ogni giorno miracoli di lavoro e di espedienti; invano il suo patriottismo non aveva indietreggiato davanti a nessun rischio del Piemonte; più invano la sua destrezza aveva sottratta al mazzinianismo i migliori elementi, ora che la sua idea piemontese cadeva miseramente davanti all'idea italiana.

Mazzini, l'indomabile suo avversario, si rialzava contro di lui come un profeta vendicatore.

La politica di Cavour, concentrata nello sforzo dì espellere l'Austria dall'Italia, mentre invece questa vi restava formidabile nel quadrilatero minacciando la Lombardia se la convenzione di Villafranca non fosse rispettata, diventava assurda. Come mai Cavour non aveva previsto che la Germania si opporrebbe alla conquista della Venezia, dichiarata intangibile dalla Dieta di Francoforte nel 1848, e, sospettando in un eccessivo ingrandimento dell'impero francese un pericolo per le proprie provincie renane, avrebbe potuto durante la guerra di Lombardia minacciare la Francia sul Reno? Come mai Cavour aveva potuto accettare il disegno della confederazione italiana tracciato da Napoleone? Perchè aveva sollecitato, ed invano, l'alleanza del Borbone e del granduca di Toscana nella guerra contro l'Austria? Perchè aveva tanto mortificato la rivoluzione italiana e sottomesso il Piemonte a Napoleone III per essere poi da questo abbandonato, e lasciare l'Italia in un disastro peggiore di quello del quarantotto, sotto la minaccia di una confederazione, che le avrebbe tolto ogni avvenire?

La pubblica opinione tempestava.

I rivoluzionarii reclamavano contro il vinto ministro colla nobiltà della loro fede unitaria e democratica: essi non avevano creduto a Napoleone III, il carnefice di Roma, l'uomo del 2 dicembre, ed avevano avuto ragione. Avevano sempre proclamato che la formula monarchica tradirebbe l'Italia, e il fatto dava loro fin troppo ragione, giacchè il Piemonte stesso veniva diminuito. La Lombardia non valeva Nizza e Savoia e il vassallaggio francese.

La fede d'Italia nel Piemonte arrivava alla stessa spasimante delusione della fede in Pio IX dieci anni prima.

L'avaro e piccolo stato non aveva mai inteso che ad ingrandire se stesso: Cavour, incredulo nell'unità ed avverso per istinto alla rivoluzione democratica, non aveva seguitato che la politica tradizionale di casa Savoia nella conquista della valle del Po. Il suo ultimo grido alla convenzione di Villafranca raccolto da Kossuth, «io sono disonorato in faccia al mio re!», mentre trattavasi invece dell'onore d'Italia, aveva tradito il segreto del suo spirito. Non si credeva più alla sua abilità, si rideva amaramente del suo patriottismo.

Mai posizione di ministro dittatore fu più triste; egli la comprese, e si dimise, abbandonando il portafoglio ad Urbano Rattazzi.