Non si comprendeva allora che gli errori della politica cavouriana erano una conseguenza inevitabile della formula monarchica, e che il fallimento dell'idea piemontese, provocato dall'abbandono di Napoleone III, era la sconfitta definitiva del federalismo. L'idea piemontese non doveva e non poteva essere l'idea italiana; la rivoluzione nazionale non poteva e non doveva esser fatta dalla Francia. L'immenso doloroso garrito della publica opinione era ancora una prova umiliante dell'insufficienza italiana. Se la Francia avesse scacciato l'Austria oltre l'Adriatico senza che l'Europa vi si fosse opposta, l'Italia sarebbe caduta dalla servitù austriaca al vassallaggio francese: il Piemonte avrebbe avuto tutto il Lombardo-Veneto; la Toscana si sarebbe mutata irresistibilmente in un grosso regno d'Etruria; a Napoli avrebbe regnato un altro Murat troppo inferiore al primo; dopo i principi prefetti dell'Austria, l'Italia avrebbe sopportato i re luogotenenti di Francia; il papa, già subordinato all'impero per l'occupazione francese di Roma, non sarebbe stato che un presidente nominale della confederazione; tutta l'Italia una seconda Algeria.
Il trionfo della politica cavouriana avrebbe concluso ad un disastro peggiore della sua sconfitta.
Così il Piemonte non veniva meno all'Italia, ma a se stesso: gl'impegni assunti colla guerra all'Austria verso la nazione lo costringevano ora a mutare di idea e di processo. Dopo le sue alleanze coi governi doveva venire quella del popolo: lo spirito di Mazzini correggerebbe l'intelletto di Cavour, e Garibaldi prenderebbe il posto di Napoleone III come alleato di Vittorio Emanuele.
Infatti, mentre il gran ministro piemontese si ritira vinto non prostrato nella solitudine di Leri quasi ad attingere altre forze in seno alla natura, Bettino Ricasoli a Firenze, e Luigi Carlo Farini a Modena riprendono intrepidamente l'idea dell'unificazione; Garibaldi, ingrossato di truppe, instà già ai confini dello stato pontificio coll'audacia di un ribelle, che non conosce altra autorità che il diritto, altra patria che la nazione, altro dovere che la guerra; Mazzini, già penetrato incognito a Firenze urla: «al centro, al centro», mirando al sud! La Sicilia sta per scoppiare in aperta rivolta; a Napoli i murattiani, atterriti dalla diserzione di Napoleone, perdono terreno, mentre il nuovo re Francesco II non trova ancora una politica per difendersi. Alla progettata confederazione nessuno crede; si comincia a comprendere che Napoleone non potrà indire guerra all'Italia se questa ricusi di seguire la convenzione di Villafranca, che l'Austria ancora indolorita dalle recenti percosse non potrà riprenderla. L'Inghilterra ora si chiarisce favorevole; di governi reazionari non restano che il papa e il Borbone, quegli fatalmente difeso dalla Francia, questi pressochè abbandonato da tutti.
Il minacciato ritorno del granduca, del duca di Modena e della duchessa di Parma diventa problematico, giacchè a Villafranca l'intervento militare per ristabilirli sul trono, qualora le popolazioni si mantenessero salde nella ribellione, non era stato deciso. Quindi, sbolliti i primi rancori contro il Piemonte, l'istinto delle masse afferra prontamente la necessità di sostenerlo: impossibile pensare adesso a Venezia, più impossibile ancora proseguire la rivoluzione nello stato pontificio. Lo sforzo di tutti, prima diretto all'espulsione dell'Austria, si riunisce ora a procurare le annessioni della Toscana e dei Ducati al Piemonte. Se qualche velleità di autonomia federale contrasta ancora, non è più che un ultimo tremito di vanità di qualche quarantottista in ritardo. Il sentimento nazionale urge tutte le coscienze; il Piemonte ingrossato della Lombardia, della Toscana, dei Ducati e delle Legazioni diventerà lo stato più forte d'Italia, e ne sarà il nucleo per un'altra riscossa.
Cavour, vinto e maledetto, sta per essere invocato direttore supremo: la sua destrezza è necessaria alle imminenti complicazioni. Mentre tutto il paese sta per abbandonarsi alla rivoluzione, egli, che ne era l'avversario, deve diventarne il complice e la guida.
Capitolo Terzo.
Prime integrazioni rivoluzionarie
I governi provvisori nell'Italia centrale.
La situazione dell'Italia, all'indomani della pace di Villafranca, era tale che nessun diplomatico avrebbe saputo definirla e nessuno statista dominarla. Il federalismo, vinto nella coscienza nazionale, sembrava risorgere per la volontà tirannica dei due imperatori; ma una federazione di principi italiani, mentre il Piemonte aveva già commissari propri nelle provincie insorte, e Venezia restava sotto l'Austria, e il papa dopo aver massacrato Perugia arruolava nuovi crociati per tutta l'Europa, era impossibile. Se i popoli insorti odiavano i principi, questi esecravano anche maggiormente il Piemonte.