Una incertezza fastidiosa agitava paese e governo. Era impossibile e ridicolo restare a Massaua senza acquistarvi un vasto territorio con sbocchi sicuri per il commercio interno. La bandiera egiziana sventolante ancora daccanto alla nostra toglieva credito al nostro indefinibile diritto di occupazione; ogni altro acquisto ci susciterebbe contro l'Abissinia; la Russia, aspirante a coprire quest'ultima del proprio protettorato, teneva già verso di noi una riserva di mal augurio; la Francia aizzava la Turchia alle proteste e alle armi; l'Inghilterra, minacciata bruscamente dalla Russia verso l'Afganistan, sospendeva in Africa ogni lotta.

Il ministero pensò quindi di premunirsi contro il maggior pericolo, seducendo con larghe promesse di pace e di commerci il negus d'Abissinia, presso il quale legati di Francia e di Grecia s'argomentavano a crearci diffidenze e difficoltà. Gli si deputò in missione con molti regali il capitano Ferrari, ma se le assicurazioni di questo parvero calmarlo un istante, non poterono togliergli il sospetto della conquista da noi iniziata sul confine del suo impero. Infatti all'annunzio del nostro continuo dilatarci ad Arafali ed Arkiko, e dell'intenzione di occupare Saati e Amba, il negus s'irritò nuovamente: razzie di abissini nei pressi di Massaua parvero prodromi di guerra. Nel parlamento e nel paese le apprensioni divennero più vive; il ministero, incapace di dare all'impresa africana un rapido ed imponente sviluppo militare, si sentiva trascinato alla guerra, e volendo nasconderne la fatalità si imbrogliava ad ogni interpellanza. Nei partiti l'idea africana era non meno torbida che nel governo, le discussioni tiravano all'accademico. A complicare la situazione venne il ritiro di Gladstone dal ministero inglese, nel quale successe il marchese di Salisbury pertinacemente ostile sino dalla prim'ora ad ogni nostro intervento in Africa.

Il ministero Depretis ne fu scosso, il ministro Mancini dovette dimettersi.

L'occupazione di Saati da noi compita con basci-buzuck assoldati dal comando superiore di Massaua produsse nuovi scoppi di ira alla corte d'Abissinia. Tale villaggio preso dagli egiziani nel 1866, quando posero piede a Massaua, da essi abbandonato nei disastri del 1875-76, rioccupato al tempo della missione Hewett, ritolto loro alla firma del trattato che ne derivò e nullameno rimasto loro, era ancora difeso da alcuni buluck di basci-buzuck, quando il colonnello Saletta decise d'impadronirsene contro ogni possibile sorpresa degli abissini su Monkullo, che è la chiave di Massaua. Per quanto il danno immediato di questa occupazione fosse degli egiziani, e gli abissini considerassero questi come i loro più antichi nemici, era impossibile al negus non sospettare gravi pericoli da questa nuova espansione degli italiani sui confini del proprio regno. Il nostro contegno verso le tribù degli Habab, dei Belad-el-sek e dei Mensa, sui quali l'Abissinia pretendeva esercitare una assoluta supremazia e alle quali noi concedemmo il nostro protettorato, punse oltre l'orgoglio del negus anche le gelosie di ras Alula, il suo miglior generale. L'imperatore Giovanni scrisse a Menelik re dello Scioa, suo tributario, per lagnarsi degl'italiani e denunziargli la loro imminente cacciata dall'Africa; agenti egiziani e greci soffiavano su queste ire.

Intanto a reggere il ministero degli esteri il Depretis chiamava il conte di Robilant, generale ed ambasciatore a Vienna, di credito superiore al valore poichè aveva consigliato la visita di re Umberto a Francesco Giuseppe e da questo non restituita con grave sfregio di Roma. I primi atti del nuovo ministro furono nullameno abbastanza risoluti: unificò il comando militare di Massaua sino allora diviso fra le forze di terra e di mare, vi mise a capo il generale Genè imponendogli di profittare del primo conflitto colle autorità egiziane per impadronirsi del governo e dell'amministrazione diretta sui territori da noi occupati, ma vietandogli categoricamente di allargarne i confini. Tale minimo colpo di stato avvenne senza difficoltà da parte degli egiziani: la Sublime Porta cessò da ogni protesta alla prima minaccia di guerra.

Il governo negava sempre ogni intenzione di conquista territoriale affermando che solo le colonie commerciali sono veramente utili e che il porto di Massaua, come emporio necessario dell'Abissinia, ce ne offrirebbe una delle più utili. Intanto si era dovuto allargare sensibilmente il raggio del suo territorio; si temeva già una guerra e non si ardiva prevenirla con spedizioni di nuovi soldati e coll'occupazione dei luoghi più strategici.

Un futile orgoglio aristocratico rendeva il conte di Robilant sprezzante verso le barbare potenze africane. Tuttavia, uomo piuttosto di diplomazia che di politica, pensò di spedire presso il negus in più vistosa missione il deputato generale Pozzolini perchè coll'aiuto del capitano Harrison Smith, mandato per accordo segreto dall'Inghilterra, potesse ammansirlo. Ma ras Alula moltiplicando le razzie intorno ai nostri territori, ed essendo scoppiata una insurrezione all'estrema parte meridionale dell'Abissinia, il ministro temette che un altro massacro di una missione capitanata da un generale deputato potesse impegnarci in una guerra col negus, e telegrafò a Massaua ordini di soprassedere. Ne venne che il negus, avvisato della missione e non vedendola arrivare, si stimasse sbertato, e che il capitano Harrison, presentandoglisi solo dopo venti giorni di marcie, gli facesse involontariamente giudicare molto timide le ambascerie italiane.

Alla camera questo nuovo smacco provocò critiche a destra e scherni a sinistra. La democrazia rettorica, impigliandosi nelle contraddizioni del diritto politico col diritto storico, non avrebbe voluto nessuna guerra coll'Africa: si paragonava la nostra occupazione di Massaua a quella austriaca di Trento e di Trieste, si dimenticava che se i più civili non avessero sempre conquistato i più barbari la civiltà non sarebbe mai cresciuta. La scoperta di Colombo non giovò all'America già scoperta dai groenlandesi, dai giapponesi e dagli indiani, se non perchè fu susseguita dalla conquista europea. I brevi calcoli dell'interesse nazionale e la minuta scienza d'analisi economica sui vantaggi e sui danni delle colonie non bastavano a giudicare di questa impresa africana, giacchè ogni colonia deve trovare la propria giustificazione non nel presente ma nel futuro, non nell'utile della nazione che la fonda, ma in quello della nazione che da essa deve sorgere.

Senonchè il governo, quasi sperando di rendere inavvertita la propria azione in Africa col diminuirla, vi aveva sospeso i lavori di una piccola ferrovia di congiunzione fra i pochi posti militari, e malgrado l'esempio del cavo telegrafico sottomarino gettato dall'Inghilterra fra Suakin e Perim all'indomani della sua occupazione nell'Egitto, lasciava per ingiustificabile gretteria Massaua senza mezzi di comunicazione diretta telegrafica, dopo avervi diminuito il già scarso presidio.

Una stessa politica di riserbi e di iattanze faceva credere che con due battaglioni si sarebbe resistito a tutto l'esercito abissino, mentre non si voleva guerra con esso a nessun costo; si dichiarava di voler attirare un grande commercio a Massaua assicurando le vie di terra dai predoni, e si lasciava ras Alula fare stragi e razzie sulle popolazioni sottomesse al nostro protettorato; si sconfessava con crudele indifferenza ogni rapporto colla spedizione Porro, massacrata nell'Harrar al mese di aprile del 1886, e se ne permetteva un'altra al conte Salimbeni, al maggiore Piano e al tenente Savoiroux presso il re del Goggiam con carattere quasi officiale.