Così l'Italia in quindici secoli di una storia, la più complessa fra tutte, aveva potuto raggiungere la propria individualità politica costituendosi in nazione.
Splendidi e squallidi i suoi avvenimenti si erano succeduti con foga precipite attraverso le scene di un dramma, nel quale tutte le leggi della vita per lungo tempo erano sembrate capovolgersi. Nessuna unità apparente fra tante avventure, nessun carattere dominante nel suo popolo composto dalla sintesi di tutte le razze. Già prima ancora che Roma, dilatandosi a città universale, desse al mondo la prima unità politica, quando nell'Europa la barbarie era più antica e più fitta, il popolo misterioso degli Etruschi aveva improvvisato fra il Tevere e il Po una civiltà meravigliosa d'arte e di scienza, di politica e di religione. Roma, costituita in una immensa città militare, che imporrebbe poi a tutto il mondo la propria giurisprudenza, non aveva potuto fondere in un solo getto le troppe genti d'Italia: la sua azione politica restava loro fatalmente esterna, mentre il suo orgoglio quiritario considerandole come materia di conquista, le respingeva dall'eguaglianza civile dei suoi cittadini, che era tutto il resultato della sua vita storica. Ma quando Roma, cresciuta ad impero universale, dovette diventare come il centro neutro del mondo, e le sue legioni composte di sudditi ribellandosi al governo dei Cesari nominarono i propri imperatori e s'impadronirono dell'orbe, una nuova eguaglianza avvenne fra cittadini e concittadini, fra capitale e provincie.
Naturalmente queste, conservando contro quella un residuo di originalità etnografica, si giovarono dei suoi elementi civili per rinnovellarsi in nazioni indipendenti. La grande religione del cristianesimo aiutò singolarmente col principio della propria eguaglianza morale e della libertà di coscienza questo processo d'individuazione già affrettato dalla decadenza imperiale cogli orrori di una corruzione, nella quale con Roma sembrava perire la coscienza umana. E quando per l'inevitabile spostamento di governo determinato dalla necessità di resistere alle frontiere orientali più vivamente minacciate dai barbari, la capitale da Roma emigrò a Bisanzio, l'Italia, pur conservandosi nominalmente centro dell'impero occidentale, non fu più che una provincia come tutte le altre. Roma passava per lungo ed incerto tramite dall'impero al papato, dal paganesimo al cristianesimo, mentre Ravenna, antico villaggio lacustre e mediocre stazione navale, s'ingigantiva con improvvisa ed effimera fortuna a capitale d'occidente. Allora irruppero le invasioni che rinnovarono il mondo antico preparando il moderno. Popoli barbari cresciuti in una selvaggia verginità dilagarono sulle terre romane, e ne assorbirono la civiltà, disparendo per dar luogo ad una razza più mista, nella quale un sangue giovane beveva tutti gli aromi vaporanti dalla rovina di una antica civiltà. Il mondo fu quindi e dovunque federale.
Bisanzio, perduta sul confine dell'Asia, cessò quasi di appartenere alla storia europea per attendere fra gli orrori e gli splendori della più spirituale decadenza quella rinnovazione mussulmana, che doveva poi imporre al cristianesimo d'occidente l'ultima e più difficile prova.
Ma se nell'Europa il mareggiare delle invasioni sembra ubbidire piuttosto alle leggi fisiche della gravitazione che a quelle ideali della storia, nell'Italia, ove a Roma dura ancora l'idealità dell'impero e splende più pura ed universale l'altra della chiesa, le invasioni s'illuminano d'incandescenti chiarori, e si sottopongono quasi con umiltà di olocausto a questi due supremi poteri. Senonchè il loro tumulto è così sanguinario, le loro battaglie così spaventevolmente effimere, le loro stratificazioni storiche sul suolo italiano così confuse, la loro inconsapevolezza così ingenua, le loro catastrofi così ritmiche, mentre i due concetti della chiesa e dell'impero s'alzano sempre nelle tenebre medioevali sino a parere due stelle di una medesima costellazione, che nè cronisti, nè storici, nè vincitori, nè vinti, nè barbari, nè latini, nè politici, nè sacerdoti, nè poeti, nè filosofi possono comprenderne l'idea o apprezzarne almeno approssimativamente il risultato.
Al momento, in cui s'attendono le conseguenze più previste nel dramma dei personaggi e nella tragedia dei popoli, altre invasioni irrompono, nuovi prologhi scompongono gli epiloghi, la narrazione s'interrompe nello sbigottimento di un nuovo racconto, altre geste disperdono le immagini delle quali la leggenda stava rivestendo le imprese degli ultimi trionfatori. Goti, Longobardi, Franchi, Alemanni si succedono scacciandosi, schiacciandosi, sovrapponendosi gli uni agli altri: Normanni, Angioini, Aragonesi, Francesi perpetuano queste invasioni, che interventi pontifici e discese imperiali trasformano in disastri periodici. Ogni mattina i popoli sembrano ricominciare la trama della propria storia: le loro città si trasformano in teatro di glorie straniere, i loro campi servono a battaglie di una guerra scoppiata nella Scandinavia o nella Germania, nella Francia o nella Spagna.
Quindi una confusione inestricabile di forme e di periodi politici rende inintelligibile la storia di questi primi tempi. Guerre ed invasioni sono così continue che non si discernono più nè vincitori nè vinti, nè invasi nè invasori: chiesa ed impero sovrastano, municipii romani e città militari si osteggiano, il moto indigeno è come una corrente di fiume nel mare, che vi diventi inavvertibile a pochi passi dalla foce. I governi, che s'improvvisano sul suolo ancora tutto pregno di elementi romani e solcato da tutti gl'istrumenti della nuova religione cristiana, sono qua comunali, là feudali, normanno in Sicilia, bizantino a Venezia, teocratico a Roma, regio a Pavia: o s'irrigidiscono in fragili regni, si stemperano in labili republiche, si distaccano in villaggi indipendenti, si sminuzzano in gruppi abbaziali, urtandosi coi più imprevedibili contrasti nella più abbacinante fantasmagoria.
Un dualismo riprodotto dappertutto dalla più eterogenea multiplicità rovescia l'alta Italia sulla bassa, municipii contro municipii, città contro città, castelli contro castelli: gli odii s'invertono per rianimarsi, le guerre stancano i secoli senza una tregua, gli eserciti compaiono talora come indipendenti dai popoli, questi vigoreggiano sballottati da convulsioni troppo lunghe per essere un morbo, l'anarchia rinnova tutti i governi senza soccombere ad alcuno di essi, l'impero è impotente come la chiesa e non per tanto chiesa ed impero sono le due sole idee e i due unici poteri invincibili.
L'Italia ha dimenticato il mondo sul quale regnava con Roma, e ridotta Roma sede del pontefice e capitale di una piccola regione turbolenta quanto Genova, meno colta di Firenze, più povera di Milano, quasi nulla politicamente di fronte a Venezia.
Ma dopo quattro o cinque secoli la lava delle invasioni si è già solidificata amalgamandosi col terreno, dal quale germoglia una nuova flora. Una razza mista di sangue e di colore, di tendenze, d'abitudini, di tradizioni, d'ideali è disseminata per l'Italia in tanti piccoli stati con governi di tutti i modi, con dimensioni che sfuggono a tutti i calcoli. Un particolarismo angusto e fratricida costituisce la loro forza e la loro originalità: il comune è una idea, che vale quella dell'antica urbe e la supera potendosi riprodurre da per tutto, mentre Roma era condannata ad essere unica nel mondo e contro il mondo. Il comune nega inconsciamente la tradizione pagana, le invasioni barbariche, le trasformazioni dell'impero romano, la feudalità, il papa, la nazione, il mondo. La sua vita, circoscritta al suo territorio, si fortifica nell'oblio di ogni universalità: i suoi nuovi cittadini imbevuti di tutte le superstizioni medioevali, oppongono una indipendenza capace di qualunque bassezza e di qualunque eroismo a tutte le autorità religiose e politiche; la loro tenacia stanca tutte le inimicizie, la loro passione li mette a paro con tutte le idee, la loro originalità li sovrappone a tutti i poteri. Quindi il nuovo federalismo si organizza nei comuni attraverso rivoluzioni, nelle quali i partiti pullulano e le sètte si suddividono; dittatori, tiranni, signori, si moltiplicano; le epopee si specializzano, le politiche si frantumano, e ogni comune diventa un governo, uno stato, una nazione, un mondo separato ed antagonista, che solo la legge arcana della federazione avvince a tutti gli altri, e che nell'orgoglio della propria individualità pretenderebbe ad una storia speciale come Roma ed Atene. La guerra, che come una bufera sbatte gli uni sugli altri i comuni, sprigiona dalla loro idea scintille che rischiarano ed incendiano: la loro prima vittoria è contro i castelli, la seconda contro le città militari, la terza dei comuni più grandi e spirituali sui più piccoli e meno intelligenti. Laonde la loro storia riproduce a distanza di secoli quella dell'antica Grecia; la Toscana supera l'Attica nella molteplicità del genio, e basta da sola ad iniziare una terza epoca di incivilimento mondiale. Tutti i borghi hanno grandezze che illustrerebbero una grande nazione: la loro vita resiste a tutte le sventure, prospera fra tutti i delitti, si decora di tutte le virtù, si scinde in tutte le varietà per riunirsi in unico risultato. Nè la chiesa nè l'impero possono prevalere contro i comuni, che sono il nocciolo infrangibile della patria e della nazione futura.