La guerra, invece di distruggerli, li amalgama in corpi sempre maggiori, che vittorie e sconfitte consolidano: alleanze ed esigli stringono le prime fratellanze politiche; le stesse rivalità inconciliabili, incatenandoli l'uno all'altro, li preparano a sempre maggiore unità.
Mentre i loro cronisti sembrano chiudersi ognuno nella cerchia angusta delle proprie mura, la storia invisibile li appaia e li coordina: il loro racconto inintelligibile diventa chiaro proseguendo oltre i confini dei loro territori e della loro epoca nel racconto degli altri: malgrado l'intrattabilità degli odii, che lo esagerano, nell'assenza di ogni preconcetto e di ogni giudizio morale riesce quasi sempre vero.
Coll'impero, col papato e coi comuni l'Italia è ancora il centro della nuova civiltà. Ogni moto viene all'Europa dall'Italia: Cesari e pontefici debbono incoronarsi a Roma; da Roma si diffondono il diritto e la religione, la tradizione e l'avvenire. Tutti gli altri popoli, usciti appena dalla preistoria e oscillanti ancora nella marea delle invasioni, aspettano da Roma e dall'Italia le idee: il loro istinto non può diventare coscienza che per mezzo di una rivelazione italiana, la loro bravura mutarsi in virtù che al contatto del sentimento italiano, la loro forza essere creatrice che sotto la direzione del genio italiano. L'Italia sola è classica: impero, papato, religione, scienza, arte, politica, tutto prosegue in essa e la trascende senza stremarla. L'Italia basta al mondo, e si serve indifferentemente dei Cesari e dei papi, doma la propria religione coll'incredulità, respinge l'ateismo coll'arte, sgretola tutti i dispotismi con una libertà, alla quale concede l'efferatezza di tutte le tirannidi; è dotta, marinara, tribunizia, bancaria, agricola, democratica, mentre l'Europa non ha ancora che barbari alle prese colla propria gerarchia militare e colla nuova religione cristiana.
Il numero delle rivoluzioni italiane è così enorme che oggi stesso la scienza storica stenta ad accettarlo, la gamma delle sue forme politiche così ricca che nessun progresso vi può essere impedito, la folla de' suoi grandi uomini così densa che la fortuna e non il merito deve assegnare loro l'immortalità. Appena i suoi comuni, respingendo come un cuneo la doppia barriera del papato e dell'impero, arrivano alla grande libertà di potere decorare se stessi, una primavera di bellezza comincia per tutta l'Europa: l'epoca della barbarie è conchiusa, l'Italia ha trionfato del mondo.
Le altre nazioni riunite dalla guerra a grandi unità con pochi ma potenti e contrari caratteri potranno dietro l'impulso italiano proseguire nell'opera dell'incivilimento. L'Italia, come stanca della propria immensa elaborazione, si riposa in un'orgia di bellezza, moltiplicando i propri artisti ed imponendo loro come a soldati la conquista quotidiana di un capolavoro. I suoi comuni divenuti signorie stanno per sparire nei principati, la sua religione romana per essere spezzata da uno scisma, del quale la coscienza umana si coprirà come di uno scudo; il suo Cesare non è più che un simbolo, il suo papa un vescovo, le sue republiche non sono più una libertà, i suoi regni non hanno ancora unità, perchè il federalismo necessario alla sua vita per la produzione di tante idee e di tante forme non può sparire che sotto l'azione di un'idea maggiore della chiesa e dell'impero.
Ma l'Italia, indietreggiando dall'avanguardia della civiltà, copre la propria ritirata col lanciare Colombo alla scoperta dell'America e Galileo a quella del cielo: così, dopo aver dato al mondo l'unità romana e cristiana, vi aggiunge quella geografica e l'universalità planetaria sorpassando lo stesso cristianesimo, col quale l'aveva salvato dalla barbarie medioevale.
La sua immensa storia di venti secoli s'impicciolisce quindi in quella del Piemonte e della Sicilia; Firenze non è più che una stazione ove le belle arti essendosi troppo a lungo fermate, hanno perduto ogni energia di progresso; Venezia s'irrigidisce in una inutile difesa contro i turchi, dando al proprio governo l'immutabilità dei marmi, coi quali ha costrutto i propri incantevoli palazzi; Milano decade a provincia francese o spagnola; Roma è appena la capitale di uno stato pontificio senza potere, senza nazionalità e senza governo.
La storia italiana, mutata in eco della storia europea, deve ripetere le voci di Francia, di Germania, d'Austria, di tutti. Il suo federalismo si è arrestato all'ultimo termine, e s'inizia segretamente il periodo dell'unità. L'Italia, che colle proprie idee universali ha dato all'istinto individualistico degli altri stati la profondità di una coscienza nazionale, attende dai contraccolpi della propria opera l'energia di organizzarsi in nazione. Per ora la diffrazione delle sue tendenze e l'esaurimento delle sue forze lo contendono. Come nel medio evo, la sua grande valle del Po seguita quindi ad esser il teatro ove si decidono le massime contese europee, ma nelle quali solo il Piemonte si mescola per educarsi all'abilità necessaria di una futura egemonia italiana. Mentre la Germania s'insanguina nella rivoluzione della Riforma per togliere a Roma il primato religioso e l'estrema fattizia unità mondiale all'Italia, questa dalla festa della bellezza durata tutto il cinquecento è già tornata all'azione, dando ai propri scienziati l'impeto degli antichi legionari romani.
Il seicento è l'epoca eroica delle scienze, l'ultimo trionfo del genio italiano. Dopo questo sforzo supremo l'Italia pare cancellata dalla storia: Inghilterra, Francia, Spagna, Olanda, Portogallo, Austria, Russia, si dividono il mondo: l'America è già misurata, girata l'Africa, contornata l'Asia, scoperta l'Australia: il mondo, libero da ogni antica unità religiosa o politica, è aperto a tutte le carriere, ma solo quei popoli, che vi raggiunsero l'indipendenza e la libertà di nazione, possono agirvi efficacemente. L'Europa in preda ad una febbre di operosità urge tutte le proprie genti. La Spagna, succeduta nel posto dell'Italia all'avanguardia della storia, non ha potuto durarvi più di un secolo; la Francia, rimasta sola a difendere il primato delle razze latine, sembra perdere terreno dinanzi agli sforzi giganteschi della razza teutonica rappresentata dall'Inghilterra e dalla Germania; ma poichè il genio romano è inesauribile, la Francia contrappone presto alla Riforma, che aveva emancipato la coscienza religiosa, una rivoluzione, che crea la coscienza civile.
E l'Italia ritorna nella storia con Napoleone I, ultimo Cesare e ultimo condottiero, che dilata la rivoluzione francese con due antichi concetti romani, l'universalità imperiale e la democrazia militare.