La nazionalità italiana riappare quindi fugacemente entro l'impero napoleonico nei limiti di un regno, nel quale persino il papa è scomparso, e sul quale comanda un fanciullo col titolo di re di Roma. Ogni traccia di federalismo vi è cancellata: l'Italia, presa nell'orbita della rivoluzione francese, ha ricevuto dal suo urto la forza di conglomerarsi politicamente in nazione; l'impero napoleonico si scomporrà come un immenso bolide; ma l'Italia, aggirandosi sempre in quell'orbita, potrà in solo mezzo secolo consolidarsi in nazione.
Tale è oggi in Europa.
Ma quale è in questo glorioso continente il suo posto e la sua missione?
La moderna Europa civile non somiglia all'antica: questa guardava il Mediterraneo, quella fronteggia tutto il mondo. Dopo il Rinascimento l'Europa si creò nel mare Baltico un secondo centro, ove Olanda, Germania, Inghilterra, Scandinavia, Russia si fusero come le antiche nazioni mediterranee; ora tutte le coste dei suoi mari brillano di fari civili, all'interno tutte le sue grandi città sono centri di scienza e di vita. Le sue vittorie sull'Islamismo, col quale l'Asia aveva tentato più volte di sopraffarla, le hanno da quasi due secoli assicurata la primazia su tutti i continenti; i suoi popoli organizzati in nazione offrono lo spettacolo di una forza, alla quale l'antichità non saprebbe trovare in se stessa alcun paragone. L'Inghilterra possiede un impero maggiore del romano, la Russia ha un territorio quasi pari a quello della Cina, piccoli paesi come il Portogallo e l'Olanda posseggono colonie decuple di loro stessi.
L'Europa libera non ubbidisce a nessuno dei propri popoli, non soccombe più ad alcuna loro preponderanza fattizia, ma conquista, illumina, rinnova tutti gli altri continenti. L'America è già tutta europea di spirito, figlia primogenita e rivale dell'Europa: questa vi possiede ancora qualche colonia, che può sfruttare come una fattoria, ma che perderà presto come tutte le altre. L'America è democratica: l'altro ieri fucilava al Messico l'ultimo imperatore avventuriero, ieri distruggeva nel Brasile l'ultimo impero e rinviava in Europa Pietro I di Braganza, come un servitore pensionato.
I due grandi problemi esteri per l'Europa sono l'Africa e l'Asia, che essa deve attirare l'una dalla preistoria nella storia, l'altra dalla storia antica nella storia moderna. Tutte le nazioni europee si sono date in questo secolo la posta sul continente nero; Russia ed Inghilterra si contendono la gloria e l'utile di trasformare l'Asia; il secolare problema della Turchia sul Bosforo non è che un dato del problema orientale. Ma la Russia, già distesa nell'Asia sovra immensi territori, cinge colla Siberia la Cina a nord-ovest, e dal Caucaso discendendo per la Persia e l'Afganistan minaccia di asserragliarla al sud per sopraffarvi l'Inghilterra; una ferrovia russa, miracolo d'improvvisazione, in pochi anni, tocca già al Tibet; Annenkoff, il generale che l'ha costrutta, ne sta disegnando un'altra sino all'estrema frontiera chinese verso il Giappone. L'America ha offerto i miliardi dei propri banchieri al Celeste Impero per aprirvi le prime grandi arterie ferroviarie; gli inglesi solcano di ferrovie l'India; il commercio ha dischiusi tutti i porti asiatici; la Francia, sempre liricamente avventuriera, è penetrata vittoriosa fino a Pechino e si è ritirata fermandosi conquistatrice nell'Annam, nella Cocincina e nel Tonkino.
Mentre l'Europa penetra con sì irresistibile espansione nei due vastissimi continenti, che quasi l'imprigionano, raddoppia in sè medesima con rapido processo le proprie forze. Tutti i suoi popoli in questo secolo si sono rinnovati al contatto della rivoluzione francese. Teocrazie, monarchie, aristocrazie, hanno dovuto soccombere ad una democrazia multiforme: appena costituite le nazioni, si pensa a confederazioni per razze. Nel Baltico un disegno di federazione presentato dal re di Svezia (1864) congiunge Svezia, Norvegia e Danimarca; l'avanguardia della democrazia latina ne propone un altro per stringere in un solo fascio Spagna, Francia e Italia; la Germania, riunitasi intorno alla Prussia in un impero di 45 milioni di cittadini, aspetta l'occasione di assorbire gli altri 12 milioni di tedeschi predominanti ancora nell'impero austriaco. Questo, scacciato dal centro d'Europa, tende ad inorientarsi, e per resistere al moto delle nazionalità comincia a concedere qualche autonomia ai maggiori popoli, onde è composto: l'Ungheria è già in possesso di un proprio parlamento, gli czechi di Boemia lo reclamano ad alte grida e propongono Praga a loro capitale, nei Principati Danubiani guerre e rivoluzioni vi educano le forti popolazioni a libertà. Bulgaria, Romania, Serbia, Montenegro, vi sono già indipendenti e con dinastie proprie; la Bosnia e l'Erzegovina, cedute in amministrazione all'Austria dal trattato di Berlino (1878), non intendono acconciarsi al nuovo padrone, che tutti gli slavi di Polonia, di Transilvania, di Gallizia, di Slavonia, di Dalmazia, guardano con occhio nemico. La Grecia ostinata nell'eroismo delle proprie rivendicazioni, tiene sempre la mano sull'elsa per slanciarsi contro il turco, del quale l'impero europeo, caduto nel fondo della più orribile rovina economica, si sfascia politicamente sotto l'azione combinata dell'idea greco-slava e dei propri principii barbarici. Ora le rivalità dell'Austria, della Russia e dell'Inghilterra lo proteggono ancora, ma l'irresistibile moto nazionale delle sue popolazioni cristiane non può essere arrestato da alcuna combinazione diplomatica. Qualunque sia dunque per essere il carattere che dominerà la formazione di questi nuovi stati divisi ancora da odii di sètte religiose e da gelosie storiche di razza; vi preponderi la influenza greca o slava, l'unità panslavistica di Pietroburgo, o una federazione più democratica che vi rispetti le originalità regionali; l'Austria si dissolva in questo moto o vi si rinnovi entrando coi proprii popoli in questa lega che potrebbe avere altrettante capitali che gli Stati Uniti d'America, Praga, Buda-Pest, Belgrado, Bucarest, Sofia, Atene, Costantinopoli, mentre Vienna sarebbe la seconda città della Germania: è impossibile che il processo d'individuazione si fermi in questi stati, cui l'islamismo non potè fondere, e che la moderna democrazia deve integrare.
Se nei primi passi all'indipendenza essi tutti, come il Belgio, la Grecia e l'Italia, accettarono o accattarono dinastie indigene o straniere, le quali naturalmente si destreggiarono diplomaticamente fra loro medesime e più forti vicini per timore di essere fuse in un grosso getto monarchico; questo tirocinio politico era necessario per addestrarli ai governi rappresentativi e per convergere in una fattizia unità di comando i loro sforzi sempre infranti da troppo minuti antagonismi.
Quindi il grande problema europeo, una volta dibattuto sul Reno, sul Po e sull'alto Danubio, ribolle ora alla foce di questo ultimo e sulle sponde del mare Nero, che dopo essere stato uno stagno turco sta per diventare un lago russo, se il panslavismo, nell'incalcolabile sua forza di espansione trionfando delle opposizioni riunite dell'Austria e dell'Inghilterra, offra alle popolazioni slave del sud più pronta indipendenza della Porta e maggiore fortuna politica coll'annessione all'impero degli czar.
L'avvenire della politica e della storia europea è dunque slavo.