Un immenso popolo, disseminato sulla metà del nostro continente, sta per aprirvi un periodo di civiltà pari al latino e al germanico. Il suo numero enorme è tuttavia piccolo per il suo territorio: la sua orbita abbraccia già una gran parte dell'Asia, e si piega dal mare di Behring al mar Glaciale sino al Baltico, penetra nella Scandinavia e nella Prussia, dal mar Nero tende al Mediterraneo e da questo all'Adriatico e all'Oceano Indiano. Le avanguardie slave vigilano già nella Dalmazia, sono accampate nel cuore dell'Austria, gli eserciti russi hanno già corso vittoriosi tutta l'Europa da Parigi a Costantinopoli. L'impero degli czar ha l'estensione e la varietà di un mondo. Nella sua spaventevole unità governativa presenta la più salda compattezza attraverso le antitesi di tutte le forme della vita primitiva colla vita moderna; religione e politica vi sono fuse da secoli nello czar, pontefice ed imperatore, che regna, governa, giudica, rivela a nome di Dio. La forza dell'impero è incalcolabile come l'autorità del suo governo: nessuna guerra può vincerlo, nessuna rivoluzione rovesciarlo. Entrato da poco più di un secolo nella storia europea, esso ne domina già le vicende: ha indigato la rivoluzione francese, cancellato il primo impero napoleonico, organizzato nella Santa Alleanza la reazione monarchica, liberata la Grecia, sottratti colla propria influenza i Principati Danubiani alla Turchia; colla voracità dei barbari divora tutti i prodotti della nostra civiltà per meglio assimilarsene la sostanza; ha già una scienza, una letteratura, una musica, una politica, della quale i disegni sorpassano tutte le combinazioni diplomatiche degli altri governi. Il suo raccoglimento è sublime di promesse, la sua attività miracolosa d'ardimenti. Coll'istinto infallibile dell'avvenire minaccia simultaneamente Asia ed Europa: il suo sogno è di espandersi dall'India all'Illiria, la sua marcia attraversa regioni di tutti i climi e di tutte le storie, lenta, calcolatrice, senza mai indietreggiare, assodando la conquista prima di aumentarla, aiutandosi egualmente colla barbarie ubbidiente della propria moltitudine e colla raffinata cultura del proprio governo. Nessuna tirannia è più terribile e meno capricciosa della sua, che ubbidisce ancora più fanaticamente del popolo all'idea di un mondo russo. Roma non era che una città di soldati, Londra non è che una città di mercanti, Pietroburgo è una città di padroni, che invece di soggiogare il mondo o di sfruttarlo, vogliono riempirlo di se medesimi. La loro devozione allo czar è fatta di fede in se stessi. Di fronte all'impero russo l'impero austriaco pare una piccola confusione burocratica, e quello germanico un accampamento militare: entrambi debbono destreggiarsi nella politica per difendere la propria importanza, mentre la Russia sa di essere inattaccabile.

La terribilità della sua forza si rivela ad intervalli nelle esplosioni de' suoi rivoluzionari, che col nome inesplicabile di nihilisti vorrebbero trarla dalla sua base per farne una improvvisata democrazia moderna. Solo il cristianesimo alla prima guerra contro Roma potè mostrare nei propri neofiti una pompa di volontà e una gloria di passione pari a quella dei moderni nihilisti.

Il moto delle nazionalità raddoppia la potenza della Russia, facendola centro di tutti gli slavi dispersi nel mezzo o nel sud dell'Europa: il panslavismo è la più vasta, profonda idea nazionale della storia europea. Grecia, Belgio, Italia, Germania, non vi prelusero che come saggi.

All'immensa iniziativa della rivoluzione francese solo il moto panslavista è degno risultato.

Quindi l'Europa non ha che due fuochi, Parigi e Pietroburgo: due originalità, la republica e lo czarismo: tutti gli altri governi costituzionali sono transizioni di epoche e transazioni di principii. Nessuna guerra se non russa può mutare sensibilmente la carta europea; nessun problema è più vitale per tutti i governi del come gli slavi del sud si riuniranno in nazione. I popoli occidentali d'Europa possono perfezionarsi piuttosto che crescere; il popolo russo può emigrare all'interno per una varietà sconfinata di terre, ove tutti i climi gli promettono tutte le ricchezze, prima che le collisioni del lavoro col capitale vi producano la tormenta politica delle nostre anguste democrazie.

Ora per quasi tutti i governi d'Europa la questione pregiudiziale è quella della loro forma monarchica, alla quale mancando la consacrazione religiosa e la giustificazione teoretica crescono ogni giorno le ostilità. Negli stati, ove le monarchie furono necessario strumento alla rivoluzione, la lotta è meno violenta per l'elasticità delle une e dell'altra; ma in quelli, ove le monarchie preesistevano alla rivoluzione, la lotta si accanisce nelle antinomie dei principii, che le costituzioni irritano cogli stessi espedienti di conciliazione.

Fra cittadino e re la guerra è anche più fiera che non fra operaio e capitalista, giacchè alle rivoluzioni sociali debbono sempre aprire il passo le rivoluzioni politiche.

Dopo la proclamazione della sovranità popolare tutte le monarchie sono idealmente reazionarie. Il loro ufficio in questo secolo fu di prestare alla rivoluzione il proprio ambiente per attuarvi l'originalità dell'idea democratica nella sproporzione pericolosa fra la coscienza culta delle classi dirigenti e la coscienza bruta delle classi dirette. Le monarchie diventarono come il punto neutro, ove s'accordarono le ragioni del passato e le istanze dell'avvenire, i pregiudizi e i privilegi storici colle uguaglianze e colle giustizie sociali. Nella garanzia di ordine offerta dalle monarchie si acquetarono le diffidenze delle plebi e gli odii delle aristocrazie contro il pareggiamento democratico; ma le contraddizioni della sovranità popolare col diritto divino dovevano mutare la pace costituzionale fra monarchi e popoli in una guerra parlamentare con interventi di piazza, appena le battaglie rompessero i confini statutari.

Le monarchie più gloriose furono in Piemonte e in Prussia, e dureranno più lungamente, finchè un egoismo dinastico o un errore di metodo inimicandole colla patria le rompa come il bozzolo, dal quale deve involarsi la farfalla.

In fondo a tutte le monarchie costituzionali sta la stessa republica.