Quale è dunque il posto e la missione dell'Italia monarchica in questa Europa, nella quale la popolazione aumenta da un secolo con nuova proporzione, e il militarismo prodotto dalle guerre di nazionalità mantiene armati nella pace tre o quattro milioni di soldati, e può raddoppiarli al primo scoppio di ostilità? L'Italia, che va liquidando la sovranità temporale del papato, e ha raggiunta fra tutti gli stati risorti a nazione la più intensa unità politica, con oltre duemila anni di storia la più gloriosa, e in breve territorio la più spiccata varietà di attitudini nel proprio popolo, quali idee e quale forza può recare nella politica europea? In questo secolo non è più possibile parlare di primati come quelli antichi di Roma; la civiltà futura d'Europa potrà colorarsi vivamente ai riflessi del mondo slavo, ma non sparirà più nel carattere di un solo popolo.
Ora all'avanguardia del progresso democratico sta ancora la Francia colla propria republica, mentre la Russia, attardata nella più arcaica forma di governo, addensa promesse su promesse di civili originalità: unità republicana e unità ieratica chiudono l'Europa come in una parentesi. Nella Germania il federalismo imperiale non ha altra vera unità che l'esercito; il lavoro dell'assimilazione politica, cui non basterà una sola generazione, converge all'interno tutte le forze nazionali; la Spagna non entra più nel concerto europeo che per risolvervi qualche difficoltà coloniale; l'Inghilterra non vi è spinta che da contraccolpi della questione orientale; l'Austria cerca una nuova base federalista per non uscirne. L'Italia, costretta dal proprio diritto nazionale alla conquista di Trento e di Trieste, e dalle proprie origini rivoluzionarie ad una politica democratica, dovrà attraverso le oscillazioni delle correnti parlamentari seguire una politica che secondi il liberalismo francese e le nazionalità slave. La sua opera nel Mediterraneo può essere prevalente: i suoi addentellati storici col mondo greco-slavo le permettono un'ingerenza altrettanto fortunata che gloriosa, le sue affinità colla Francia e colla Spagna le assicurano con una alleanza l'invincibilità.
Il suo nemico immutato è l'Austria; il mare, che può e deve essere suo, è l'Adriatico, mentre la Germania avrà il Baltico.
La sua monarchia dei Savoia potrà accompagnare la rivoluzione nazionale dell'unità sino alla conquista di Trento e di Trieste?
La scienza della storia non può rispondere a questo problema.
Ora l'Italia elabora in se stessa la propria coscienza di grande nazione. Se la forma monarchica del suo governo è naturalmente reazionaria, il suo spirito rivoluzionario ha potuto produrre in questo secolo le due maggiori originalità politiche con Napoleone I e con Garibaldi: il suo governo è ancora all'avanguardia della nazione, ma questa si affretta per raggiungerlo, e non può tardare molto a sorpassarlo.
L'alleanza attuale dell'Italia colla Germania e coll'Austria contro la Francia e la Russia non esprime più che l'ultimo stadio della sua inferiorità politica, nella contraddizione della sua posizione diplomatica colle sue tendenze storiche.
L'avvenire d'Italia sarà di assoluta libertà, e quindi fecondo di grandi iniziative.
La Germania all'indomani del proprio trionfo sul secondo impero napoleonico, nell'ebbrezza superba di sentirsi finalmente libera ed una, alzava a se medesima una statua colossale sulle rive del Reno fisa minacciosamente verso Francia; nè paga a questo monumento di un'ultima gloria militare, esorbitando dalla propria idea, ne levava un'altra ad Arminio che tagliava a pezzi le due legioni di Varo, quasi con quella vittoria aneddotica di un condottiero selvaggio volesse opporre se medesima all'immensa storia ideale di Roma. Quindi, bandendo per l'iscrizione latina, che doveva spiegare quel monumento, un concorso mondiale, con spavalda ironia dava il premio al romagnolo Ferrucci, retore latinista e abbastanza vacuo italiano per non sentire la vergogna di vantare una sconfitta romana così:
Hic, ubi romano rubuerunt sanguine valles,