I momenti erano difficili. I duchisti mestavano fra la plebe delle campagne e dei borghi, il partito francese capitanato dal Salvagnoli aumentava d'iniziativa, all'annessione col Piemonte non si vedeva modo, un moto republicano repugnava, l'Europa proteggeva il granduca. Improvvisamente il principe Girolamo Bonaparte si presentò a Firenze come pretendente inviato dall'imperatore, in assisa di generale, guidando un corpo d'esercito con ipocrito pretesto di guerra nazionale. Ma Bettino Ricasoli, Gino Capponi e il tribuno popolano Dolfi organizzarono una mirabile resistenza morale intorno al principe, che dovette presto persuadersi dell'impossibilità di crescere a re d'Etruria. Quindi venne invitata la Consulta a decidere sulla proclamazione della sovranità nazionale di Vittorio Emanuele, e il decreto ne era già redatto, quando da Torino il conte di Cavour, soccombendo da capo alle pressioni imperiali, vi oppose il veto. Allora il popolo eccitato da Dolfi, mazziniano moderato ed agitatore instancabile, forzò le troppe prudenze dei governi torinese e fiorentino coll'ottenere che tutti i municipi deliberassero per l'immediata unione della Toscana alla monarchia di Savoia. I municipi votarono con patriottica unanimità la subita fusione dei due paesi. Il voto popolare inanimì la Consulta, alla quale il commissario potè finalmente proporre tre schemi di legge per l'istituzione della milizia cittadina, per la riforma del codice penale e per il rinnovamento degli ordini municipali.
L'inaspettata pace di Villafranca venne a sgominare il pacifico lavoro. Il popolo tumultuò devastando per insana vendetta la stamperia, donde era uscito il giornale colla triste novella; il governo, cresciuto d'animo nel pericolo, affermò invece solennemente che per qualsiasi dolorosa traversia mai la Toscana sarebbe ricondotta sotto il giogo lorenese od austriaco.
Ma alla pace di Villafranca il problema delle annessioni si complicò.
Iniziative dittatoriali.
Il Piemonte dovette subire l'umiliazione di richiamare i propri commissari e di abbandonare una insurrezione compiutasi nel nome di Vittorio Emanuele. Il conte di Cavour si dimise per sottrarsi abilmente ai tristi risultati della propria politica; però, mutando di tattica con robusta agilità, dopo aver tanto mortificato la rivoluzione, l'incuorò. A prevenire tentativi di ristorazione nei Ducati, mandò Lodovico Frappolli a Modena per ordinarvi la difesa con Farini, dicendogli: «Fate arma di ogni palo: respingete i soldati del duca quando egli tentasse di rientrare; sono italiani, che hanno rinnegato la patria; cacciateli nel Po». Farini, sprigionando improvvisamente l'energia rivoluzionaria deposta nella sua coscienza dal mazzinianismo giovanile, si dimise da commissario regio per proclamare l'indomani la propria dittatura, alto gridando dal vecchio palazzo Estense: «Avanti colla stella d'Italia, perchè l'Italia non ha contrassegnato la pace di Villafranca».
Cavour dimissionario gli rispose: «Il ministro è morto, l'amico applaude alla vostra risoluzione».
D'Azeglio, richiamato da Bologna, disobbedì generosamente, mandando novemila soldati alla frontiera romagnola della Cattolica contro un possibile attacco degli svizzeri di Perugia, e non si ritirò che dopo munita la città di un altro governo. Sciaguratamente, a lui successe Lionetto Cipriani, bonapartista disonoratosi al quarantotto nella repressione di Livorno.
I reggitori provvisori di Toscana mandarono a Torino il segretario Celestino Bianchi, al quale il re promise di ritentare a primavera la guerra con le sole forze italiane, mentre Cavour gli consigliava di costituire subito un governo deliberato di resistere a pressioni diplomatiche e ad assalti armati. Di Firenze rimase ministro dittatore Bettino Ricasoli.
Mentre a Zurigo stava per riunirsi il congresso della pace, bisognava che le provincie abbandonate dai principi e dal Piemonte affermassero vigorosamente il proprio diritto italiano e la propria maturità civile, reggendosi da sole senza dare in eccessi. Un'altra guerra sarebbe quindi stata necessaria per ricondurvi i principi spodestati; ma l'imperatore Napoleone, ancora alleato del Piemonte e compromesso da troppe affermazioni favorevoli alla nazionalità italiana, non avrebbe potuto ridiscendervi; l'Austria, non ancora rimessa dal disastro patito, col rivincere un'altra guerra avrebbe riconquistato sull'Italia l'antica supremazia, mentre la Francia non poteva consentirlo. Restava il pericolo della costituzione nell'Italia centrale di un grosso stato sotto un Bonaparte: a questo doveva opporsi il voto delle popolazioni, secondato dall'interesse delle diplomazie europee.
La nuova politica delle provincie insorte era fatalmente designata entro i due termini della rivoluzione e della monarchia.