Quindi Luigi Carlo Farini a Modena, quasi sotto il tiro dei cannoni austriaci, vi si caccia risolutamente. Deciso a convocare i comizi e a costituire parlamenti regionali, li previene con superba arditezza promulgando subito lo statuto, i codici e le leggi del regno sardo: apre gli archivi e getta al pubblico senza un commento le prove infami delle passate signorie. Il 14 agosto raduna i comizi modenesi; il 18 il Ducato di Parma gli offre la dittatura, ed ambo le assemblee unanimemente deliberano la decadenza dei duchi e l'annessione a Casa Savoia, riconfermando la dittatura al forte rivoluzionario. Quindi i due parlamenti si prorogano per non essere riconvocati che per chiamata del dittatore.
A Bologna Lionetto Cipriani, riuscito governatore per opera del marchese Gioacchino Pepoli, uno dei tanti parenti cui l'imperatore Napoleone aveva assegnato un piatto di cinquantamila lire annue, costretto ad inaugurare col 1º settembre il congresso dei rappresentanti delle Romagne, arrivava al medesimo risultato: l'assemblea eleggeva Marco Minghetti a presidente, votando l'abolizione del governo temporale e l'annessione al regno sardo di Vittorio Emanuele.
A Firenze, nella tornata del 20 agosto, l'assemblea uscita dai comizi popolari decretava unanimemente la decadenza dei Lorenesi e l'annessione della Toscana al Piemonte, raccomandando la giustizia della propria causa allo stesso senno di Napoleone III e delle altre maggiori potenze. Infatti si erano già mandati oratori a Londra, Parigi, Berlino e Pietroburgo.
Quindi i quattro piccoli stati si stringono a lega militare. Farini, più ardente e teatrale, vorrebbe raddoppiarla con una lega politica, ma Ricasoli vi si oppone. Nella lega militare erano tosto cominciati gli screzi: Farini stesso temeva di ammettervi le Romagne che in una rivendicazione pontificia consentita dai grossi governi avrebbero potuto trascinare nella propria rovina gli altri stati. Marco Minghetti, plenipotenziario per la Toscana, trovò col Farini questo meschino ripiego, che Bologna dovesse formulare la propria domanda di accessione alla lega militare in guisa che Modena e la Toscana rimanessero svincolate verso di essa da qualunque impegno, nel caso di un intervento militare europeo nello stato pontificio «o di gagliardo assalto dell'esercito papale». Così l'egoismo regionale e lo spirito regio viziavano ancora l'idea rivoluzionaria. Alla lega politica Ricasoli si oppose con profonda sagacia per non offrire alle diplomazie maggiore facilità di costituire un regno nell'Italia centrale. Capitano della lega militare il Piemonte mandò in Manfredo Fanti il proprio generale migliore; Garibaldi, preso congedo il 7 agosto dall'esercito sardo, aveva assunto, per invito di Ricasoli, il comando delle truppe toscane, sotto gli ordini di Fanti.
Al quesito del come presentare al re i voti delle popolazioni, Farini rispose colla proposta di una sola deputazione, Ricasoli si ostinò alle quattro: vinse Ricasoli. Ma Vittorio Emanuele non osò accettarli e si limitò a promettere poveramente di patrocinare la causa delle provincie presso l'Europa. L'iniziativa piemontese era dunque cessata. Le assemblee dei quattro stati riconvocati proclamarono allora il principe di Carignano loro reggente in nome di Vittorio Emanuele (6-9 novembre); Napoleone sempre avviluppato nelle stesse ambagi, dopo aver risposto che non si farebbe violenza alla volontà degl'italiani, telegrafò al re di ricusare la reggenza poichè manderebbe a monte il congresso di Zurigo e gli farebbe perdere l'Italia. Cavour nella solitudine di Leri fu invocato consigliere. Naturalmente il problema così posto essendo insolubile, si dovette bizantineggiare: d'accordo con Napoleone Vittorio Emanuele invece di accettare i voti delle popolazioni li accolse, e il Boncompagni fu nominato reggente per il principe di Carignano reggente pel re.
Mentre la diplomazia piemontese discendeva a così umili sofisticherie, le popolazioni fremevano d'impazienza, ma senza passione di guerra. Mazzini, penetrato in Toscana, aveva dovuto chiudersi prigioniero incognito in casa del tribuno Dolfi sotto sicurtà data da questo al Ricasoli che niuno lo avrebbe saputo. Aurelio Saffi, arrestato a Torino, aveva dovuto ripassare la frontiera; Alberto Mario e sua moglie, nobile scrittrice inglese fervida d'entusiasmo italiano, erano incarcerati a Bologna per ordine di Lionetto Cipriani. Altri illustri mazziniani venivano espulsi o imprigionati. Mazzini, aiutando generosamente il moto, avrebbe voluto dal paese qualche prudente riserva prima di abbandonarsi alla dinastia di Savoia, che non osava nemmeno accettarlo; e non comprendeva come ogni riserva essendo un passo verso la republica, ne fosse parimenti un altro contro la monarchia. Tutta la elasticità del suo sentimento patriottico non poteva vincere l'inflessibilità del suo sistema republicano. Il disegno da lui proposto di fondere i quattro piccoli stati in uno e di trasformare la loro assemblea in nocciolo di futura assemblea nazionale, proseguendo la guerra contro l'Austria e spingendo la rivoluzione nel reame per decidere poi, dopo la vittoria, se l'Italia dovesse reggersi a monarchia o a republica, esautorava anticipatamente il Piemonte. Le annessioni non potevano essere allora che incondizionate: la monarchia discussa avrebbe conchiuso alla republica, la quale era impossibile. Egli stesso, intransigente eroico, comprendendo la necessità per l'impero napoleonico di conservare Roma al papa consigliava alla grande urbe di non muoversi per non complicare il già troppo aggrovigliato problema italiano.
Ma se il suo spirito rivoluzionario manteneva le Provincie salde nel proposito di formare col Piemonte un grosso regno nazionale, il suo sistema, reso più inapplicabile dalle complicazioni diplomatiche, accresceva le difficoltà delle annessioni colla trascendenza di una democrazia republicana, che si risolveva in una critica sanguinante di tutte le necessarie affermazioni del momento. La generosità del suo sacrificio in favore della monarchia savoiarda, pur di sottrarre le provincie al pericolo di un regno buonapartista, non era creduta; la sua propaganda esorbitava fatalmente la sua popolarità; i suoi seguaci, il suo genio stesso, lo rendevano altrettanto necessario allo spirito nazionale che impossibile nell'azione politica.
Quindi dovette riprendere la via dell'esilio, scrivendo una lettera a Vittorio Emanuele per eccitarlo con malinconica eloquenza all'impresa d'Italia.
Garibaldi, sorvegliato da Ricasoli, tenuto a bada da Farini, sottomesso a Fanti, quasi prigioniero del proprio stato maggiore, abbindolato con buone parole dal re, insisteva indarno a Modena per aprire la campagna contro il papa. La politica cavouriana, che lo aveva chiamato a Torino per la guerra contro l'Austria senza lasciargli nè iniziative nè glorie, lo perseguitava abilmente nei nuovi governi: si voleva la sua presenza, non la sua opera. Cipriani per ordine di Napoleone III lo angariava; si bistrattavano i Cacciatori delle Alpi; i generali Mezzacapo e Rosselli, subordinati a Garibaldi, avevano ordini dal ministero piemontese di non ubbidirgli, mentre lo si mandava al confine di Rimini come ad iniziarvi la guerra. Le popolazioni si agitavano; dalle incertezze crescevano i sospetti. Finalmente, l'opera antipatriottica del Cipriani offese, l'Assemblea lo costrinse a dimettersi, ed acclamò dittatore Farini proposto prima da Garibaldi stesso. Allora la lotta scoppiò fra i due rivoluzionari: Farini, incredulo dell'unità italiana, non mirava che a costituire col Piemonte un più grosso stato; Garibaldi, sprezzante di tutte le difficoltà diplomatiche, voleva appunto nell'inerte imbroglio di tutti i governi compiere la rivoluzione italiana marciando al sud. Questi gl'intimò di cedergli la dittatura, ma il dittatore resistè, il re s'interpose e Garibaldi si dimise.
La sua grande ora non era suonata.