Intanto la destituzione del Cipriani a Bologna finiva di persuadere a Napoleone III l'impossibilità di un regno d'Etruria: le popolazioni dell'Italia centrale vi erano francamente avverse e contraria l'Europa. La sua doppia politica, colla quale faceva costringere insolentemente dal ministro Walewski il Piemonte e le altre provincie all'osservanza dei preliminari di Villafranca, mentre lusingava personalmente i legati italiani sul rispetto ai voti delle popolazioni, si sbrogliò: bisognava cedere l'Italia centrale al Piemonte e trarne come prezzo la già rinunciata cessione di Nizza e di Savoia. Il congresso di Zurigo, al quale l'Austria si presentava col linguaggio di Metternich, non doveva dunque riunirsi, giacchè Prussia e Russia l'avrebbero irresistibilmente sostenuta. Laonde, mentendo il proprio pensiero, scrisse a Vittorio Emanuele una lettera, nella quale peggiorava la confederazione proposta dall'Austria, col tramutare Modena dalla casa d'Este alla duchessa di Parma, col riconsegnare la Toscana accresciuta di alcuni territori pontifici all'arciduca Ferdinando, e col dichiarare Mantova e Peschiera fortezze federali. Vittorio Emanuele e l'Austria protestarono. Poco dopo, in un opuscolo come quello ispirato al Laguerronière sul principio della guerra, esortò la Santa Sede a contentarsi d'un dominio più ristretto, poichè l'imminente congresso avrebbe dovuto fatalmente toglierle le Legazioni: all'ultimo giorno dell'anno (1859), in una lettera autografa a Pio IX, con frasi più miti ripetè la stessa idea. L'Austria chiese al gabinetto francese se sosterrebbe tali proposte al congresso, e dietro risposta affermativa dichiarò di non intervenirvi, protestando a nome dei principi spodestati: il papa svillaneggiava in un discorso solenne l'opuscolo imperiale. L'imperatore sostituì nel ministero il Thouvenel al Walewski; quindi il congresso abortì.
Contemporaneamente il conte di Cavour risaliva sulla scena politica.
Le annessioni dell'Italia centrale.
Già nel proprio ritiro di Leri aveva conservato la direzione spirituale del moto. Corte, ministero, deputazione lo consultavano. L'atteggiamento risoluto delle provincie contro l'installazione di un principe buonapartista a Firenze, la forzata inazione dell'Austria, l'impossibilità per la Francia di un'altra guerra contro l'Italia, la gelosia di tutta Europa contro ogni ingrandimento napoleonico, gli scopersero la possibilità di ottenere l'annessione dell'Italia centrale al Piemonte. Il mazzinianismo era troppo debole per contrastarla republicanamente, Garibaldi troppo generoso per ribellarsi al re, i governatori delle provincie insorte troppo abili per lasciar sviare il moto annessionista.
La stella di Cavour risorgeva, tutti sentivano in lui il più destro dei negoziatori.
Il ministero Rattazzi-Lamarmora, succeduto al suo, aveva stentato a fronteggiare la situazione. Sessantamila francesi accampavano ancora in Lombardia a difesa contro l'Austria e dei patti di Villafranca, fors'anche a nuova conquista napoleonica nell'Italia centrale; l'Austria domandava oltre l'indennità di guerra 600 milioni come quota del debito generale dell'impero e di quello particolare di Lombardia; le provincie insorte basivano sotto l'incubo di una minacciata restaurazione; tutte le diplomazie d'Europa insistevano per l'esecuzione della pace di Villafranca.
Naturalmente il ministero, colla tradizionale ambiguità della politica savoiarda, dovette favoreggiare segretamente le annessioni ed osservare apertamente i patti di Villafranca. Bisognava anzitutto negoziare la pace coll'Austria imbaldanzita dal contegno remissivo dell'impero francese. Il Piemonte, vincitore subalterno, veniva trattato come un vinto. Dacchè la Lombardia era stata ceduta a Napoleone III, Vittorio Emanuele doveva pagarne il prezzo; dopo molte trattative si convenne che il Piemonte assumesse ⅗ del debito del Monte Lombardo-Veneto e una quota di 40 milioni di fiorini sul prestito nazionale del 1854. Il letto del Mincio restò diviso fra le frontiere dei due stati, e il raggio della fortezza di Peschiera fu ridotto da sette a tre chilometri.
Il 10 dicembre si segnarono i tre trattati di pace: il primo tra Francia ed Austria risolveva la questione politica e territoriale d'Italia, riconfermando il disegno di una confederazione sotto la presidenza onoraria del pontefice e mantenendo intatti i diritti dei principi spodestati: però non si stabiliva intervento militare per ricondurre costoro sul trono, quantunque il Piemonte avesse dovuto aderire a tale disegno federativo. Il secondo tra Francia e Piemonte trattava della cessione della Lombardia a quest'ultimo. Il terzo fra le tre potenze unite assettava tutti gl'interessi estranei alla clausola posta dal re di Sardegna ai preliminari di Villafranca. Colla stipulazione della pace di Zurigo cessavano i pieni poteri accordati dal parlamento subalpino alla Corona; ma il ministero, fingendo di non accorgersene, proseguì a legiferare per decreto reale.
Però, se una rapida unificazione legislativa era il maggior bisogno del momento, il ministero nell'abbandonarvisi impetuosamente commise un triplo errore; anzitutto volle applicare tosto alla Lombardia le leggi amministrative piemontesi, non solo inferiori a quelle sopravissute della sua antica vita municipale e rispettate persino dall'Austria, ma peggiori della medesima amministrazione austriaca. Così falsavasi ogni originalità paesana per vanità di un cattivo modello. Poi le leggi emanate a fasci generarono una indicibile confusione e un maggiore dispendio, mentre il paese doveva sopportare l'aumento di spese per la guerra patita e per l'impianto del nuovo governo. Finalmente le leggi piemontesi, nella loro asprezza monarchica e col carattere reazionario del passato, parvero dettate da un pensiero di conquista regia: l'arbitrio ministeriale, col prescindere in esse dal concorso del parlamento, finiva d'esasperare la publica opinione. L'antagonismo regionale rifermentò; i lagni di Lombardia echeggiarono nell'Italia centrale.
Il conte di Cavour, tutto inteso a riaffermare la direzione degli affari, sollevò la questione della riconvocazione del parlamento, ponendola come ultimatum alla sua accettazione di ministro plenipotenziario al congresso di Parigi; ma per meglio offendere i ministri, invece di scrivere loro, dettò la lettera a sir James Hudson. Questo stratagemma decise della ritirata del ministero, che vide nella lettera del legato inglese una insolente ingerenza di diplomatico straniero nelle cose di stato.