Cavour chiamò seco al ministero il generale Manfredo Fanti per la guerra, Stefano Jacini pei lavori publici, Terenzio Mamiani per la publica istruzione. Il suo disegno politico era semplice: barattare francamente Nizza e Savoia coll'Italia centrale; ma la politica annessionista aveva d'uopo del concorso parlamentare per perdere l'arbitrario carattere regio.
Così Cavour, passando sopra ogni regolarità di procedura, decise di ammettere al parlamento i deputati dell'Italia centrale.
Napoleone stesso suggerì a Cavour l'idea di un nuovo plebiscito delle provincie. Il risultato ne fu splendido. I comizi della Toscana e dell'Emilia convocati (11-12 marzo 1860) per pronunziarsi tra l'unione al regno costituzionale di Vittorio Emanuele e il regno separato diedero questi risultati: nell'Emilia su 526,258 elettori iscritti votarono 427,512, dei quali 426,006 per l'unione alla monarchia sarda; in Toscana votarono 386,445, dei quali 366,571 per l'annessione e 14,925 pel regno separato. Il voto fu a suffragio universale, mentre l'elettorato politico nello statuto piemontese era il più ristretto d'Europa. In questa contraddizione stava il riconoscimento della sovranità nazionale tanto caldeggiato da Mazzini; lo statuto era la monarchia, il suffragio universale la rivoluzione; quella la forma, questa l'idea: il cittadino votando pel re si affermava sovrano, così che la monarchia costituzionale non avrebbe mai più potuto soverchiare il diritto popolare.
Compita l'annessione dell'Italia centrale, facendo riaffermare dal re la propria devozione al pontefice come principe cattolico, Cavour potè sciogliere finalmente la vecchia camera sarda ridotta da oltre un anno a poco più di un nome, e bandire le elezioni in tutte le provincie del nuovo regno. Farini passò al ministero dell'interno, Ricasoli rimase come governatore generale al fianco del principe di Carignano luogotenente del re a Firenze.
Cessione di Nizza e di Savoia.
Senonchè, ottenute le provincie, si dovette subito pagarne il prezzo. La Savoia, fino dal trattato di Brosolo considerata come scotto alla Francia per un qualunque ingrandimento piemontese nella valle del Po, sebbene situata al di là delle Alpi, e francese di spirito, e annessa alla Francia dalla grande rivoluzione del'89, aveva dato il nome, la bandiera e la storia alla dinastia che stava per diventare nazionale: Nizza, conquistata dal Conte Rosso nel 1388, era doppiamente italiana come patria di Garibaldi; poi la loro cessione da re ad imperatore negava tutto il diritto politico della nuova rivoluzione. Fra i trionfi della sovranità popolare ricominciavano i mercati di popolo. Napoleone, col disertare la causa italiana al Mincio e col cercare ogni via ad impedire le annessioni dell'Italia centrale al Piemonte, aveva perduto anche i diritti stipulati a Plombières.
Tutta la democrazia italiana si scosse: il popolo ne fu malinconico. Invano i giornali del ministero affettarono il più mercantile cinismo per persuadere la cessione; l'offesa alla coscienza nazionale anzichè placarsi s'inveleniva. Re Vittorio mormorò con poetica tristezza, alludendo a Napoleone: «Dopo avergli data la figlia bisognerà cedergliene la culla!»; Garibaldi ruggì; Mazzini moltiplicò articoli, invettive, proteste; alle Camere l'opposizione si disciplinò a battaglia. Per un momento parve che l'Europa medesima si opponesse alla cessione: l'Inghilterra per poco non trascorse a minaccie; Thouvenel la vinse, rispondendo che l'annessione della Savoia alla Francia non era politicamente diversa da quella della Toscana al Piemonte; l'Austria invece per dispetto la favoreggiò; la Svizzera invocò indarno i trattati di Vienna, pei quali alcuni territori savoini essendo stati introdotti nella sua neutralità, essa resterebbe così colle frontiere indifese.
Napoleone ammansì l'Inghilterra con un trattato di commercio libero-scambista, non tenne calcolo della Svizzera, minacciò coi propri giornali il Piemonte. La fatalità della politica cavouriana costrinse questo a cedere: il conte di Cavour stesso, assumendo arditamente alla Camera la responsabilità del triste atto, ebbe il coraggio di confessarlo.
Alla Camera, ove sedevano per la prima volta i deputati delle provincie annesse, la discussione fu tempestosa: Guerrazzi vi gettò lampi di eloquenza fra scrosci di sarcasmi, ai quali nullameno Cavour potè efficacemente rispondere; Urbano Rattazzi riapparve terribile di logica e di abilità, accusando i ministri dell'inutile ed indegno mercato; ma la fatalità del sistema regio prevalse: 229 voti su 262 votanti approvarono la cessione (22 maggio 1860).
Il trattato era stato sottoscritto il 24 marzo dal ministro Benedetti e dal principe di Talleyrand per l'imperatore, da Cavour e da Farini per Vittorio Emanuele; siccome però statuiva che l'annessione delle due provincie alla Francia dovesse effettuarsi col consenso dei popoli, a larvarlo nella publica opinione s'indissero a Nizza e nella Savoia plebisciti, che oro e pressioni di governo fecero riuscire a favore della Francia.