Così finiva la conquista regia: nel suo primo giorno Vittorio Emanuele non aveva osato accettare la Toscana, nell'ultimo cedeva la Savoia; l'iniziativa francese aveva voluto la guerra, l'iniziativa piemontese vi si era associata; la Francia aveva respinto l'Austria dalla Lombardia, il Piemonte aveva ricevuto in regalo dal vincitore il campo di battaglia; l'Italia centrale era sfuggita mercè la propria energia alle lusinghe e alla minaccia di un regno bonapartista, ma la dinastia sarda, che non aveva ardito nè conquistarla nè accettarla, la otteneva ora dalle mani del proprio prepotente alleato col baratto di altre due provincie. La rivoluzione soccombeva alla monarchia, il Piemonte alla Francia, mentre l'Italia rimaneva divisa in quattro stati coll'Austria, il papa e il Borbone.

La politica regia non poteva andare oltre, l'Italia non pareva capace di sforzo maggiore.

Lo scarso numero de' suoi volontari alla guerra, che non superò i cinquantamila, la sommissione mostrata nel periodo annessionista, l'inerzia del reame che nemmeno le vittorie sui campi lombardi avevano potuto sollevare, l'atonia di Roma, la fiacchezza delle provincie pontificie riconquistate da un pugno di sgherri fra l'indifferenza di tutte le altre, l'abbandono dell'ideale republicano come troppo costoso di denaro e di sangue, la pazienza per tutte le prepotenze francesi, la stessa calma, che aveva reso ammirabile all'Europa il contegno del popolo, tradivano la debolezza della nazione.

Mazzini veniva abbandonato da tutti. Garibaldi non era ancora seguìto che da pochi.

Si era fidato nella Francia e nel Piemonte, accettando da entrambi quanto potevano dare. Invece di eserciti improvvisati ed irresistibili di passione si erano mobilizzate le guardie nazionali, innocua ed inartistica parata di teatro. L'esercito regolare sardo era stato bello di disciplina e di valore, i volontari garibaldini incomparabili di originalità e di eroismo, ma della guerra popolare era mancato persino il fermento. Mazzini aveva sperato in cinquecentomila volontari; Garibaldi ne chiedeva centomila, e non era arrivato che ai dodicimila. L'iniziativa regia aveva in certo modo disinteressata l'iniziativa popolare.

Rivoluzionari, regii e republicani non erano che una minoranza, la quale senza l'intervento francese non avrebbe mai potuto fare nè la guerra nè la rivoluzione.

Il Piemonte, uscendo ingrossato dall'una e dall'altra, aveva di poco migliorato la propria condizione. L'Austria non aveva che a ripassare il Mincio per riprendere in una settimana tutta la Lombardia; verso Francia il nuovo stato era senza frontiere, mancava di comunicazioni col sud; il vassallaggio all'impero napoleonico gli scemava l'antica indipendenza; l'ostilità alla rivoluzione lo indeboliva all'interno; aveva esauste le finanze, fallito il programma, assunti impegni ineseguibili. L'unità d'Italia era negata come al quarantotto.

Le prime integrazioni rivoluzionarie non avevano potuto attuare che una parte dello stesso disegno regio di Plombières: ma senza Venezia, senza la Sicilia, senza Napoli e senza Roma l'Italia non era. La prodezza di Vittorio Emanuele, l'abilità diplomatica di Cavour, non bastavano all'Italia: la fusione della valle del Po era la parte più facile dell'unificazione nazionale; ma poichè nè Roma era insorta, nè Napoli si era sollevata durante la guerra franco-sarda, a fonderle coll'Italia bisognava conquistarle.

L'iniziativa regia non era da tanto. Infatti il primo atto della nuova politica piemontese fu di sollecitare l'alleanza di Francesco II, per impedire a Napoli ogni moto rivoluzionario.

Solo un'impresa temeraria come un'avventura, splendida come una visione, irresistibile come una profezia, improvvisa, piccola, assurda, raccolta su due barconi sconnessi come quelli di Cristoforo Colombo, con un esercito non maggiore di quello di Cortez, senz'altra fede che la vittoria, altro amore che di patria, altra probabilità che di morte, con un capitano invincibile come un messia, senza danaro, quasi senz'armi, poteva approdando in Sicilia appiccarvi il fuoco della rivolta, assalire fortezze, liberare città, moltiplicare le battaglie come spari di festa; quindi più forte, più rossa del proprio e del sangue nemico, lanciarsi pazzamente fra Scilla e Cariddi, afferrare il continente, passare come una vampa per le Calabrie, correre su Napoli, sbaragliando eserciti, stordendo popoli, ministri, re, e, sollevando tutto un regno, che sentimenti, idee, costumi, storia rendevano tanto dissimile dal resto d'Italia, gettarlo in seno alla nazione e farne una patria sola.