Giuseppe Garibaldi doveva guidare quest'impresa.
Capitolo Quarto.
La conquista rivoluzionaria
I mille di Marsala.
Il vasto reame delle due Sicilie sembrava assistere con ignava curiosità al grande dramma della liberazione d'Italia: dopo tanto fervore di congiure, non vi restava abbastanza passione patriottica per osare d'insorgere contro il governo borbonico in tanta facilità di momento. L'Austria vinta non avrebbe potuto soccorrere re Francesco II; la Francia sarebbe stata favorevole per ambizione di un altro regno murattiano; l'Inghilterra per antagonismo coll'impero napoleonico avrebbe invece favorito un moto nazionale; Garibaldi era pronto ad accorrere colle bande rosse; il Piemonte, volente o nolente, avrebbe dovuto spingere sino al mezzogiorno la propria politica annessionista.
Re Francesco II, salendo al trono, aveva dichiarato all'ambasciatore russo Kisselef di ignorare che cosa potesse significare la indipendenza italiana; quindi, sollecitato d'alleanza dal Piemonte prima e dopo la guerra, aveva ricusato per chiudersi in una sprezzante neutralità; più tardi, costretto a mutare i vecchi cattivi ministri, ne aveva scelti di peggiori; e fingendo colla duplicità paterna di cassare la legge sugli attendibili o sospettabili politici l'aveva invece mantenuta con una circolare segreta del direttore di polizia, che poi dovette sconfessare. Un ignobile egoismo ed una insensata alterigia gli toglievano di comprendere il significato fin troppo evidente di una situazione politica, nella quale la sua corona era minacciata da nemici di ogni sorta. La sua fede all'Austria e al papa, che avrebbe potuto essere cavalleresca alleandosi con loro contro la rivoluzione, non era che servilità di bigotto e di vassallo; la sua avversione alla libertà non derivava che da una vanità di despota senza carattere e senza ingegno. Ultimo di una famiglia di tiranni e di malvagi, al pari di tutte le vittime designate all'espiazione di una decadenza, non era più che un melenso, cui la rivoluzione trionfante spazzerebbe fra poco come un'immondizia, invece di spezzare come un ostacolo.
La sua sola idea politica in tanto frangente di guerra fu di una spedizione a favore del papa per aiutarlo a risottomettere le Romagne, ma nemmeno questa eseguì. Quindi, essendosi ammutinati gli svizzeri pel decreto del governo federale elvetico, che dopo le stragi di Perugia vietava il nome patrio e gli stemmi cantonali ai mercenari militanti per la Santa Sede e pel Borbone, egli disciolse il loro corpo grosso di 14,000 soldati, e lo sostituì portando la leva ordinaria della milizia stanziale a 18,000 coscritti. Al finire dell'anno (1860) l'esercito borbonico sommava a 100,000 uomini, ma senza merito negli ufficiali, senza valore nei soldati, senza patria, senza ideale. Una indescrivibile indisciplina no sconnetteva gli ordini: i volontari vi erano ribaldi di piazza o di polizia, i coscritti piuttosto fantocci che fanti, poco disposti a battersi, incapaci di morire combattendo.
Nullameno il loro numero bastava per togliere ai rivoluzionari del paese, così pronti a contarsi per migliaia, ogni velleità di rivolta. I più forti fra questi credettero far molto costituendo coll'inguaribile bizantinismo delle loro procedure un comitato a doppia assemblea dei iuniori e dei seniori, che più tardi si mutò in quello dell'Ordine per spargere qualche bollettino anonimo o gettare nei teatri qualche nastro tricolore col motto: «Italia e Vittorio Emanuele».
D'altronde il conte di Cavour, mandando il Villamarina a Napoli, gli raccomandava vivamente di sconsigliare i liberali da moti violenti, «giacchè qualsiasi rivoluzione nelle due Sicilie riuscirebbe rovinosa all'Italia». Allora l'illustre statista non vedeva altra salute alla politica nazionale contro le tendenze republicane che nell'alleanza del Piemonte col Borbone.
Ma la rivoluzione urgeva. La prima mossa ne venne dalla Sicilia.