Già dopo i casi del '57 essendosi sciolto il comitato di Londra, nell'impossibilità di ritentare efficacemente altra insurrezione in Lombardia, il partito rivoluzionario non tardò a comprendere, che per resistere all'egemonia piemontese bisognava creare una forte base alla politica unitaria nel Reame. Nicola Fabrizi, Alberto Mario, Francesco Crispi, Maurizio Quadrio, Michele Amari si diedero con forte proposito al difficile lavoro: comitati aiutavano da Malta e da Genova; patrioti come Emilio Sceberras, Giorgio Tamaio, Onofrio Giuliano, Emanuele Pancaldo cooperavano con nobile coraggio all'interno. Ma le difficoltà erano troppe. Le popolazioni bigotte e svogliate, ignoranti e servili; mal compreso il nome d'Italia, incompreso affatto quello di democrazia; difficili le comunicazioni fra paesi e paesi separati ancora da fieri odi municipali; il feudalismo economico e politico tuttora vigile nell'angustia dei propri privilegi; i Borboni più temuti che odiati; nessuna abitudine di guerra malgrado il costume del brigantaggio; gli stessi liberali divisi nelle fazioni murattiana e piemontese. Di questa era capitano attivo e di molto seguito il La Farina. Nè il continente nè l'isola erano pronti a vera rivoluzione: nullameno colla guerra franco-sarda si spinse più vivamente il lavoro delle cospirazioni. Francesco Crispi, aiutato dal Fabrizi reduce in Modena sua patria dal lungo esilio, ne tenne discorso al dittatore Farini, che si mostrò favorevole ad un'impresa nel sud: già cimentando intrepidamente la vita, Crispi era penetrato parecchie volte nella Sicilia per introdurvi armi e bombe all'Orsini. Ma la politica cavouriana venne ad impedire l'opera, facendo dal La Farina dissuadere ogni moto violento per non imbrogliare il problema già difficile delle annessioni al nord. Questo consiglio bastò naturalmente a scusare la troppa prudenza dei più; i pochi intrepidi rimasero abbandonati e sbandati. Oramai l'insurrezione era piuttosto contrastata dal partito moderato che dal borbonico.

Un'ispirazione giovanile trionfò della ragione di tutti. Un gruppo di giovani scrisse spontaneamente e segretamente a Garibaldi, scongiurandolo «ad affacciarsi sul loro continente con un pugno di uomini e una bandiera consacrata dal suo alito». Il generale da Bologna (2 settembre 1859) rispose incoraggiando e promettendo. Intanto Crispi coi comitati di Genova, di Firenze e di Malta ordiva per il 4 ottobre (1859) un'insurrezione a Palermo; Messina e Catania dovevano seguire; ma anche questa volta la cospirazione abortì, e la colpa al solito ne fu gettata sui contrordini del partito lafariniano. Allora Crispi e Fabrizi ritentarono l'animo di Farini: si convenne fra loro di una spedizione di volontari nel sud. Farini promise un milione, previo il consenso del ministero piemontese; siccome i Cacciatori delle Alpi potevano facilmente formare il nuovo corpo di spedizione, si pensò di radunarli all'isola d'Elba, mentre Garibaldi era già ritornato a Caprera. Ma Crispi non potè persuadere il ministro Rattazzi all'impresa: fu negato ogni denaro, conteso ogni aiuto. Cavour risalito al potere si chiarì anche più ostile, vessando così indegnamente colla polizia il Crispi da costringerlo ad abbandonare Torino.

Garibaldi, conscio di tutti questi maneggi, addolorato della cessione di Nizza e Savoia, isolato dalla vita politica con ogni intrigo da Cavour, meditava incerto del risolvere. Mazzini invece, spinto all'ultimo sacrificio di se medesimo dalla rovina di tutti gl'ideali, insisteva per una pronta azione del sud, rinunciando alla republica pur di raggiungere l'unità della patria. Le sue lettere ai palermitani, nelle quali scopriva con mano sicura i viluppi della politica cavouriana e bonapartesca, non parlavano più che di unità nazionale: il republicano era vinto, il patriota lottava ancora.

L'abdicazione di Mazzini, l'impotenza di Cavour, l'inerzia forzata di Napoleone, il fermento di tutta la penisola, la fatalità della rivoluzione affrettavano silenziosamente l'azione di Garibaldi.

Oramai tutte le gradazioni dei partiti politici si fondevano in lui. La sua formula «Italia e Vittorio Emanuele», rimasta inalterata malgrado l'esosità dei trattamenti usatigli dal governo, riuniva le forze regie e democratiche per un programma, che, esorbitando dall'angustia della politica piemontese, ne riconfermava l'idea di una conquista regia. Il suo primo disegno della nazione armata, per organizzare militarmente davvero le guardie nazionali e pacificare i partiti, aveva naturalmente fallito, giacchè una organizzazione politica e militare d'Italia con metodo popolare era impossibile; nullameno egli restava programma vivente della nazione, altrettanto infallibile nell'intuizione che malleabile nell'eroismo.

All'alleanza franco-sarda, che aveva battuto l'Austria senza cacciarla da tutti i confini d'Italia, doveva succedere l'alleanza sardo-italiana, che caccerebbe i Borboni senza poter rovesciare il papa. Napoleone III aveva bistrattato Vittorio Emanuele: questi maltratterebbe Giuseppe Garibaldi.

La rivoluzione italiana, ispirata da Mazzini, guidata da Cavour, concentrata da Vittorio Emanuele, signoreggiata da Napoleone, si era arrestata fatalmente alle annessioni dei Ducati nell'imbroglio della propria politica, per ritornare nazionale e popolare con Garibaldi, unitario come Mazzini, monarchico quanto Cavour, più prode di Vittorio Emanuele e più avventuriero di Napoleone III. Mentre tutte le diplomazie d'Europa si spiavano temendo di nuova guerra, egli solo poteva riaccenderla per conquistare un regno al Piemonte, che avrebbe cercato sino all'ultimo d'impedirlo; egli solo, sotto tanto cumulo di pregiudizi, di dolori, di viltà, poteva trovare il cuore del popolo italiano e, infiammandolo coll'entusiasmo di una fede indefinibile, dargli la trionfatrice energia delle più incredibili fra le vittorie di questo secolo.

Infatti la necessità di questa impresa meridionale lo stringe più forte ogni giorno. Mentre il governo piemontese contrasta, i patrioti siciliani incalzano. Rosolino Pilo e Giovanni Corrao si offrono per un viaggio nella Sicilia, esploratori di libertà fra pericoli ed episodi degni di un poema. Il 4 aprile (1860) Palermo tenta una rivolta presto soffocata nel sangue; la polizia trionfa ancora; i congiurati, raccolti nel convento della Gancia e soccorsi dagli stessi frati, sono trucidati o imprigionati. Nullameno qualche banda di essi può guadagnare i monti. A Genova le notizie dell'insurrezione si ripercotono in tumulto, le fantasie si esaltano, i cuori si scaldano. La Legione Sacra composta di vecchi patrioti e di giovani volontari vi si aduna, proclamandosi disposta a partire con Garibaldi ed anche senza lui: Mazzini offre a Nino Bixio e a Giacomo Medici il comando dell'impresa, se Garibaldi ricusi: Cavour, temendo che questi accetti e non potendo palesemente impedirlo, cerca ne sia capo il Ribotti. Ma Garibaldi solo può guidarla, rappresentando tutto il popolo italiano; Ribotti non è che un prode venturiero della libertà; Nino Bixio, coraggioso sino alla demenza, non può essere che un luogotenente; Medici, caduto nell'orbita della politica cavouriana, non saprebbe capitanare la rivoluzione.

Ma Garibaldi, cui la coscienza della grande responsabilità non scema il coraggio, tituba ancora: dopo le vittorie franco-sarde in Lombardia, il disastro di un'altra spedizione Pisacane annullerebbe la rivoluzione. Nullameno la grande ora sta per discendere sul quadrante della storia; l'impresa è inevitabile. Il colonnello Frappolli e Giacomo Medici mandati da Cavour la combattono: Nino Bixio invece minaccia di andarvi solo. Garibaldi si decide.

A Crispi, che, ostinato nello spronarlo, pure temeva di un incontro colla flotta nemica, Garibaldi risponde: