— Io vi garantisco sul mare.

— E io vi garantisco per terra.

Epilogo di una scena degna di Eschilo!

Ma il governo piemontese moltiplica taccagnerie ed obbiezioni. Poichè nel primo slancio della rivoluzione si era iniziata una sottoscrizione per comperare un milione di fucili, le armi e i primi denari non sarebbero mancati all'impresa; sciaguratamente Cavour ordinò a Massimo D'Azeglio di sequestrare le quindicimila carabine depositate a Milano e Massimo D'Azeglio, persuaso che l'annessione del regno napoletano al Piemonte sarebbe la maggiore delle disgrazie possibili, ubbidì. Rubattino, ricco armatore di Genova, prestò due vecchi vapori, nascondendosi mercantilmente dietro il nome di Segrè, austero patriota. La Farina, stretto dagli esuli siciliani, diede finalmente mille fucili quasi inservibili e ottomila lire; Agostino Depretis, prefetto a Brescia, violando gli ordini ricevuti, consegnò a Giuseppe Guerzoni mandatario di Garibaldi, qualche altro denaro.

Cavour, osteggiando e permettendo al tempo stesso l'eroica avventura, ne calcolava con terribile freddezza di statista tutte le conseguenze. Se Garibaldi falliva, il governo piemontese si pompeggierebbe presso il resto d'Italia e le cancellerie europee delle difficoltà oppostegli; ma la rivoluzione avrebbe così perduto il suo grande capitano, e alla nazione non resterebbe più altra speranza che il Piemonte: con Garibaldi periva il fiore della democrazia italiana, che non aveva ancora accettato o subiva non senza riserve la preponderanza della monarchia piemontese. Se Garibaldi conquistava la Sicilia, il motto «Italia e Vittorio Emanuele» scritto sulla sua bandiera lo avrebbe costretto a cedere l'isola al Piemonte, cui il voto del parlamento siciliano nella rivoluzione del quarantotto aveva in certo modo aderito, offrendo la corona al duca di Genova. L'ammirabile perfidia, che dall'epoca dei comuni sino al finire del rinascimento aveva dato alla politica italiana così irresistibile ascendente su quella di Francia e di Germania da rendere a queste grandi potenze impossibile la conquista d'Italia, e più tardi aveva permesso al Piemonte di crescere nel decadimento d'Italia fra le voraci gelosie dei più grossi vicini, trapelava dalle contraddizioni del conte di Cavour, rimasto ministro piemontese in piena rivoluzione italiana. Egli, primo in Italia a giudicare il Guicciardini molto miglior politico del Machiavelli, ne seguiva i criteri anche in questo supremo momento di epica iniziativa: per lui la monarchia piemontese non aveva in Italia peggior nemico della democrazia e maggior pericolo di una vittoria rivoluzionaria.

L'impresa era unitaria. Garibaldi intendeva sbarcare in Sicilia, gettando un corpo d'armati nello stato pontificio. Non si osava ancora l'idea di marciare direttamente su Roma, ma si voleva sottrarle tutte le provincie. Bisognava come Cesare passare un'altra volta il Rubicone: si sperava che Medici o Cosenz potessero invadere il territorio pontificio; Cavour pareva secondare il disegno. Il papa era in armi, il generale Lamoricière ne guidava l'esercito più grosso che valoroso; il conte De Pimodan capitanava gli zuavi volontari, ribaldi o legittimisti di gran nome, raccolti per tutte le contrade d'Europa. All'ultima crociata papale si contrapponeva così la crociata garibaldina: entrambe nel nome di un'idea mondiale, quella senz'altro principio che il privilegio ed altra virtù che la superstizione, questa colla fede della libertà e un entusiasmo di amore che perdonava ai nemici anche prima di averli vinti.

A Genova Agostino Bertani, medico già celebre, costituì il comitato di soccorso all'impresa, spiegandovi la più prodigiosa energia. I volontari eran quasi tutti giovani colti, ricchi, fanatici di libertà, superstiziosi d'amore al generale come i sicari del Vecchio della Montagna; fra essi brillavano illustri stranieri: Türr e Tuköry ungheresi primeggiavano per nome già famoso di capitani; Sirtori era capo di stato maggiore; Nino Bixio doveva guidare una delle navi, il Lombardo; sull'altra, il Piemonte, precederebbe Garibaldi. Ippolito Nievo, poco più che giovinetto, già immortale per scritti d'arte, era il poeta della spedizione, e doveva perirvi al ritorno miseramente annegato come Shelley; Giuseppe Cesare Abba, quasi un fanciullo, allora ignoto anche a se stesso, doveva invece scriverne i commentari fra il pericolo delle battaglie e la poesia delle veglie; v'erano Acerbi, Mosto, Schiaffino, Nullo bello ed avventato come un moschettiere da romanzo, Fabrizi austero come un duce biblico, i Cairoli, tutti i più prodi, i superstiti legionari di Montevideo, i Cacciatori delle Alpi, i carabinieri genovesi, manipoli di artisti e di letterati, di principi e di cospiratori sopravvissuti alla tortura delle carceri, di esuli frementi nella stanchezza dell'esilio, di politici che cessavano di pensare per votarsi ai rischi dell'azione, di popolani poveri ed ignari che l'improvvisa epopea sollevava fra i più grandi cuori nell'uguaglianza del sacrificio, di disertori dell'esercito piemontese, di republicani, di monarchici: falange uscita dalla nazione come un getto dalle mani di uno scultore, altera, vibrante, serena. Non arrivavano a mille, vestivano borghesemente. Garibaldi non ne aveva voluto altro numero, giacchè anche decuplo sarebbe stato insufficiente, se il popolo laggiù non avesse poi secondato l'impresa. Allora non portavano che un fucile rugginoso e sedici cartucce; nessuna provvigione, non salmerie. La bandiera, dono d'italiani residenti a Valparaiso, ricordava le vittorie d'America, augurando maggiori trionfi.

Il motto era: «Italia e Vittorio Emanuele».

Il 3 maggio (1860), anniversario della morte di Napoleone I, salpavano silenziosamente da Quarto. Il governo piemontese, pur fingendo d'ignorarla, cercò con inutile inganno di contrastare l'imbarcazione; il mare fu propizio. A Talamone, ove approdarono per rifornirsi d'acqua, non rinvennero che poche armi quasi disutili; ad Orbetello un gruppo di republicani intransigenti, capitanati da Brusco Onnis, si separò per non combattere sotto bandiera piemontese; un altro più grosso manipolo s'inoltrò nel territorio pontificio con Zambianchi sanguinario trucidatore di monaci a Roma nel '48 per sollevare le popolazioni; e fu indi a poco disperso dai dragoni papalini.

Ma non ostante le vigili crociere napoletane, Garibaldi potè sbarcare a Marsala. Allora la Sicilia, dapprima attonita, si solleva: Rosolino Pilo e Corrao tengono la campagna con forti bande; a Salemi Garibaldi proclama la propria dittatura e riceve il saluto di una truppa d'insorti, forte di quasi tremila uomini; a Calatafimi rovescia alla baionetta una colonna di cinquemila borbonici; la giornata terribile di ardimento prostra l'animo del nemico; alcuni monaci e qualche picciotto si sono mescolati ai garibaldini, ma i tremila siciliani hanno assistito dalla cima dei colli circostanti alla battaglia, sinistramente equivoci, coll'arma al piede. Presto l'odio popolare contro borbonici e napoletani esplode, scene atroci di sangue vituperano le prime vittorie; ma Garibaldi, raddoppiando di audacia, si drizza su Palermo. I borbonici tengono l'isola con trentamila uomini; ventimila difendono la capitale. Con abili marcie egli inganna quindi il nemico, accenna ad assalire la città dalla parte di Monreale, vi rumoreggia intorno tre giorni, sfianca su Corleone, si tira dietro il generale Bosco con una falsa ritirata, lo allontana da Palermo, lo tiene a bada con pochi legionari, finchè il 27 maggio per vie impraticabili ricompare dinanzi alla città già percossa dalla voce erronea della sua disfatta.