L'ammalata agitava smaniando la testa. Ida si sedette al capezzale, ed appoggiando un gomito sulla sponda del letto, si premè la pezzuola contro il viso. La stanza era piccola, l'ambiente tiepido ed umidiccio. Un'afa nauseante, quasi che la viscosità del respiro dell'ammalata pesasse nell'aria, sembrava umettare le pareti scalcinate negli zoccoli ed illuminate fievolmente da una candela di sego per terra, in un angolo, entro un imbuto di carta. Il letto restava al buio, ma sebbene la sera fosse appena incominciata, la camera aveva già l'atmosfera della notte. Ida, curva sulla coperta, colle spalle negli orecchi come per resistere all'oppressione di quel puzzo, che il caldo sembrava liquefare all'aria, aveva chiuso gli occhi respirando violentemente nella pezzuola.

—Mi dà fastidio,—disse l'ammalata accennandole la pezzuola.—Ma non ti si può dire più nulla! Non hai quattrini, e compri degli odori! Dove vai adesso?—proruppe.

—Giù a cena.

—Torna, mangerai qui; mi lasciate sola tutto il giorno!

Questa volta la fanciulla si sentì barcollare, gli occhi le si velarono, la ruga verticale della fronte le riapparve con severità quasi minacciosa. L'ammalata continuò:

—Hai dato un quarto di formaggio alla Ghita? Puoi cenare coll'altro quarto. Ma già, tu hai il palato fino di una signora, e il formaggio di pecora... Che cosa fai lì, ritta?

Ida scosse una spalla.

—Sì, hai ragione che sono ammalata, se no... Vergogna! abbandonare la propria madre vecchia... Disgraziata, pettegola!...

Ida giunse a mettere l'uscio fra sè stessa e quegli improperii, ma scendendo le scale udiva sempre la voce fessa dell'inferma, adesso stridula dalla stizza, che le lanciava dietro sconce ed inintelligibili parole. Era stanca, insopportabilmente tediata. Cadde sulla prima sedia, la fronte nelle mani, contraendo convulsivamente le dita come per strangolarvi inutilmente una idea importuna; poi si levò di scatto, e si riassise presso la candela di sego.