—Più il fumo che la luce, più il puzzo che il fumo, come la mia vita!—mormorò.
Quindi chiamando il gatto dal focolare, dove dormiva, si dispose a cenare. Andò alla madia, ne cavò un mezzo pesce, piccolo, ed un grosso pane casalingo.
—È merluzzo, non ti piace?—disse al gatto, accarezzandolo sul dosso;—non piace nemmeno a me. Io mangio il pane asciutto e bevo l'acqua. Hai sete anche tu?—aggiunse riempiendogli dalla boccia un secondo bicchiere.—Via, Atta Troll; la tua padrona te lo accomoda, mangia, mangia!
Infatti il gatto cominciava a mangiare, ma a bocconi così piccini, e fiutandoli talmente prima d'inghiottirli, che nessuna fra le persone meglio educate del villaggio avrebbe saputo imitarlo, mentre tutti i suoi pari avrebbero per un simile cibo commesso più di un furto e più di un duello. Ella lo osservava col pane intatto nella mano: poi lo ruppe, e ne ingoiò qualche briciola. Non andava giù. Era sola, ascoltò, attese senza intendere alcuno, aperse quasi la finestra, ma si pentì. Sul cortile, a che pro? Il gatto, trangugiata l'ultima spina, si era disteso presso il pane smezzato, leccandosi il muso colla indolenza di chi in fondo ha ben mangiato e si prepara ad una buona digestione. I carboni del focolare nereggiavano spenti nella cenere; la cucina appariva in tutta la propria sudiceria, piccola e muffosa. V'erano tre sedie spagliate.
Ella si raccolse ancora, ma la tristezza le diventava così orribile, che fortunatamente fece uno sforzo per vincersi; quindi afferrando bruscamente Atta Troll, spense la candela di un soffio, risalì le scale, e rientrò nella camera della ammalata.
—Dammi il gatto,—questa le chiese, vedendola aprire la porta dell'altra camera.
—Non ci vuole stare con voi.
—Come te.
—Eccolo.
Ma Atta Troll, invece di saltare a terra come gli ordinava la fanciulla, le montò sulle spalle sdraiandosele sul collo, così che colle quattro zampe le batteva sul seno.