—Lo vedete.
E senza attendere altre parole, sparve dietro la propria porta. Accese il lume a petrolio sul tavolo in mezzo, sedendosi entro una vecchia poltrona di paglia. La camera, povera, era però assai meno brutta delle altre. Aveva le tende bianche e un cortinaggio bianco al lettino di legno, servito dinanzi da un piccolo tappeto di lana, con due pantofole turche, due lavori di Ida fanciulletta. Nessun quadro pendeva dalle pareti o sul letto, ma parecchi libri erano allineati in due scansie portatili e molti ancora ingombravano una specie di scrittoio nel mezzo. Tutti gli altri mobili erano miserabili, le pietre del pavimento rotte qua e là, il soffitto a travicelli fiorati. Ma quella camera, così povera, tuttavia sentiva la donna giovane cogli istinti mondani e le abitudini del pensiero. Un forte odore di muschio, svaporando da una lunga bottiglia azzurra sulla toeletta, formata da un tavolo coperto da un paglioncino candido a fodera di mussola rosea, profumava ogni cosa, mettendo come una blandizie di poesia in quella indigenza, che la cura minuziosa e delicata del letto salvava da ogni basso presentimento.
Ida era seduta al tavolo leggendo Il Principe di Machiavelli in una antica edizione. Ma la fredda sapienza del libro le venne presto a noia, e mutò lettura, cacciandosi attraverso il Conflitto fra la Religione e la Scienza di Draper. Quelle vaste ed aride negazioni le piacquero, sebbene già le conoscesse; poi aperse ancora le Rivoluzioni d'Italia del Ferrari, scorrendole a sbalzi, meditando qualche pagina, postillando qualche pensiero. Pareva che volasse d'idea in idea coll'agilità di un uccello di albero in albero.
Però in mezzo agli studi s'andava distraendo, e allora ricompariva la fanciulla della cucina, dallo smorto pallore e dagli occhi fissi; una smania forse male avvertita dalla coscienza le irritava tutti i nervi, un vapore di sogni le bagnava la fronte illuminata come una vetta da un astro misterioso. In una di queste distrazioni il rumore di un passo sui ciottoli della strada le percosse l'orecchio. Il passo non s'allontanava; era un passo insistente e solitario nella notte.
Ascoltò, poi levandosi prestamente andò a guardare per i vetri.
Un'ombra avvolta in un mantello passeggiava innanzi la sua casa allo scarso lume di un fanale poco lontano; sembrava spiare la sua finestra, poi scorgendovi forse la fanciulla si arrestò. La notte era così buia, che la strada ancora umida dalla pioggia del mattino, si discerneva appena per un cinquanta passi, aperta dal raggio del lampione, che vi si acuminava in una punta indeterminabile. Quel solco radiante di luce all'ingresso del villaggio, simile al ferro di un'immensa alabarda corcata, della quale il tronco fosse la strada e che passasse fuori fuori il paesello, attirò il pensiero della fanciulla. Dalle sue spesse pozzanghere pareva guizzassero ogni tanto baleni, mentre una folla di ombre vaganti nel silenzio delle tenebre si abbatteva lentamente sulla sua sponda. Era un'immaginazione determinata da effetti ottici, facile e seduttrice di mistero. Ella non vedeva il fanale, sapeva lì presso il villaggio, e poi intorno tutto il mondo remoto, adesso tenebroso; e nell'universo non rimaneva altra luce che quella coda di ruscello all'ingresso del villaggio, nella quale si tuffava paradossalmente lunga la figura immobile del passeggiero notturno.
—Imbecille!—ella susurrò, urtandolo colla fantasia tutta piena di sogni.
Ma non lasciò la finestra, anzi si fisse in lui come se volesse leggergli negli occhi malgrado la distanza e l'oscurità, così che l'altro adoperandosi forse dal canto proprio nella stessa guisa, una corrente di pensieri li congiunse. Ma il rumore di un passo, che si avanzava dal villaggio, riscosse l'incognito, obbligandolo a riprendere la passeggiata.
Ida intese lo stridìo dei grossi chiodi sui ciottoli, ed indovinò un villano nell'ombra che passava; all'orologio della piazza suonarono le dieci.