L'incognito ritornava, che ella si tolse dalla finestra. Quindi si fece anche più scura, e consultò l'orologio nella speranza che quello del comune si fosse sbagliato. Erano le dieci, l'ora terribile della sua giornata. Sembrava non potervisi risolvere, quasi la lunga abitudine non avesse ancora calmata la irritabile sensibilità della sua natura.

Poi il bastone di spino bianco percosse il pavimento, e la fanciulla si slanciò nell'altra camera colla torva rassegnazione di chi si precipita contro il male, per non poterlo altrimenti evitare. Lo stoppino carbonizzato della candela lasciava la camera in una semi-oscurità tetra; il fetore vi si era fatto più umido e più denso. Ida andò diritta al letto. L'ammalata colla testa sopra una spalla come tutti gli infermi, e le spalle appoggiate ad un cuscino, guardava col busto mezzo fuori da un mucchio di coperte e di lenzuoli quasi dello stesso colore. Aveva le mani incrociate sul ventre; le braccia come due fragili e scure stazze le si perdevano sotto le maniche rappezzate.

Ida evitò di guardarla, dispose la pezzuola, le filacce, il barattolo della pomata presso la piattellina verde con dentro la spugna, esaminò le due foglie di cavolo, e si torse verso la malata.

—Proprio?!—questa domandò, vedendola prendere dalla sedia una tovaglia sporca. La fanciulla non rispose.

—Oh Dio!—fe' l'altra, lamentandosi di una fitta.

Adesso era tutta rabbonita e guatava con occhio pietoso il viso severo della fanciulla. La quale le portò la mano al collo riversandole la camicia sulle spalle; le filacce aggrumate sotto il piccolo cencio di tela lo seguirono, e si scoperse il seno. Non somigliava più a nulla. Un'enorme macchia rossastra, stendendosi dalla mammella destra scomparsa, aveva guadagnato tutto il costato insino alla clavicola, sino all'altra mammella, inesprimibile rimasuglio, e giù sino alla cintura. Le clavicole, come spostate da uno sforzo, erano salite fra i tendini rattratti del collo; la pelle si era chiazzata nello stiracchiamento, rigandosi di minimi solchi, finissimamente rugosi, flaccidi ed incerti. Il resto non si vedeva più, ma sotto le ascelle e sopra le ascelle, fra le spalle grugnose, si sprofondavano due buche, sulle quali l'ammalata piegava ogni tanto la testa, così piccola nella macilenza, che vi si sarebbe quasi nascosta. Anche gli uccelli ammalati la nascondono sotto le ali.

Ida le adattò la tovaglia alla cintura, ed insinuandogliene una punta sotto l'anca, con uno sforzo visibile su sè medesima staccò leggermente quel groppo di filacce, che imboccava l'ulcera. Le quali avendo troppo aderito alla carne viva si scissero. Le sue mani, quasi più belle in quel momento, coi mignoli alzati e le unghie rosee, tremavano nella disgustosa operazione, cercando uno per uno quei capi bianchi fra il glutine della cancrena, mentre un odore rivoltante le batteva il respiro e l'ammalata gemendo tentava di sottrarre la piaga.

—Coraggio!—mormorò la fanciulla, rialzandosi vivamente per non soffocare. I loro sguardi s'incontrarono, quello della vecchia spento e supplichevole, quello di Ida febbrile di animazione.

—Sporgete il petto,—le disse aiutandola con una mano al dosso:—così...