Era caduta nella solita meditazione. Adesso si sentiva freddo. Si alzò: quindi camminando al buio colla sicurezza del cieco, cui la memoria è luce, si appressò al focolare, e si sedette sopra uno sgabello di legno greggio.
—Le sei e un quarto!—mormorò con voce avvilita, consultando l'orologio.
La sua immaginazione sfuggì di nuovo alla realtà di quella cucina, ma il luccichio dei carboni l'attrasse ancora. Ella vi si affisò, e quasi l'allegria di quei colori labili e dolci le si apprendesse all'anima, schiuse le labbra, e tutto il volto le si schiarì di una bontà quasi insolita. Allora, colle molle, pazientemente, levandoli ad uno ad uno, cominciò ad alzare i carboni in un mucchio conico ed ardente, e si disponeva a disegnare sotto di essi un terrapieno colla cenere, quando due colpi battuti sopra il soffitto la sorpresero. Le sfuggì un moto involontario di spalle. I colpi si ripeterono, si alzò, respinse il gatto, rattenne un carbone, l'ultimo, sulla cima, che cadeva, e la mente tuttavia preoccupata da quel giuoco irriflessivo, salì due rami di scale, spinse una porta socchiusa.
—Non avevi inteso?
—Sì.
—Ahi!—esclamò l'ammalata portandosi violentemente la mano al costato destro:—ma che cosa ho mai fatto io?—E, abbandonando il capo sulla testiera del letto, chiuse gli occhi. Furono pochi secondi.
—Che ora è? dammi un po' da bere.
—Che cosa volete, mamma?
—Ah! lo so, non ce n'è più. Se invece di studiare tanto, avessi fatto la sarta, a quest'ora potevi pagarmi di quel vino santo.