—Non importa.

—Allora...

—Ma no,—interruppe senza voltarsi la fanciulla, cacciando un sospiro di noia.

La Ghita si guardò tuttavia attorno, riordinò due bicchieri presso una boccia, schiacciò contro il muro il fascio della legna, si torse ancora sull'uscio verso la fanciulla, ed augurandole la buona notte uscì.

Nella cucina era già buio, e fuori la sera si abbuiava. La fiammella del focolare riappariva più rada e più piccola, i candelieri di ottone si erano spenti, gli utensili di rame non esistevano più; appena appena nell'oscurità un'ombra più densa faceva sospettare che in quel vuoto tenebroso vi fossero dei corpi. Nel cortile la sera pigliava del lividore, forse dalla terra e dai muri della casa, o forse i vetri della finestra la rendevano ancora più triste. Era una sera meschina come quel cortile; quel cortile non confinava con nessun mondo: non monti dalle cime bianche ed azzurrine, non campi dai lunghi filari denudati e col terreno pettinato dai denti del rastrello, non una strada che conducesse persone o pensieri ad una meta, non una voce che respingesse quel silenzio, non una forma di vita, che alterasse quella piccola e smorta desolazione.

Ida pensava; la fronte contro la palma, il mento innanzi, la faccia inverdita dal chiarore dei vetri, era fuggita dalla finestra di quella cucina in un altro mondo lontano; ma improvvisamente tutta quell'ombra le si infittì intorno e, fluttuando, la sommerse.

Quindi si mirò dappresso, quasi a riconoscere il luogo. Il buio si poneva invano fra gli oggetti, giacchè l'anima riconoscendoli si urtava in loro. Ella si rammentò ora l'aspetto del cortile, gli altri oggetti nel giorno, quando il sole saliva la curva del meriggio e discendeva la curva del tramonto; era sempre un cortile grande come un tavolone d'osteria, brutto di gibbosità, col terreno troppo calpestato. La siepe di mortella nella propria poetica miseria lo rendeva ancora più miserabile, con quei due fichi, e in un canto quei due cespugli di ortiche, i soli viventi, in un altro un fascio di legne racimolate dalle donnicciuole e vendute per pochi soldi in piazza, i cadaveri di quel cimitero. Si rammentò che non vi scendeva mai a passeggiare, che non si era mai seduta sopra quei due sassi composti a panchina presso il fico della finestra; poi la Ghita che portava nel cortile tutte le immondizie, tutte; il disgusto degli occhi che la vinceva sul disgusto del naso, certe forme, certe cose tutto il giorno sott'occhi, e chiunque entrasse nella cucina, cacciando lo sguardo dalla finestra, le vedeva in una specie di fossa poco imbottita di felci secche. Anzi una volta, discendendo le scale, aveva inteso una grottesca allusione del calzolaio colla Ghita: ella avrebbe voluto piangere e non lo potè, perchè non si piange di umiliazione. Il pudore della morale ha ferite, delle quali il solletico compensa lo spasimo, quello della vanità mai.

Quel cortile era la definizione di quella casa.

Ida gli voltò le spalle. Un guizzo della fiamma illuminò istantaneamente la cucina, e tutto riapparì; la madia coi candelieri lucenti, il vecchio armadio butterato, enfiato, coi quattro sportelli, che senza la serratura sarebbero cascati come i petti di un soprabito frusto, gli ornati della sua cimasa fracassati, quelli dei piedi mangiati dai topi, dai gatti, forse dall'acqua, dalla scopa.

—Certi armadi conservano male la biancheria,—aveva detto un giorno la Ghita colla Veronica, la moglie dell'oste, vendendole alcuni lenzuoli fini per conto di Ida. La Ghita aveva ragione. In seguito aveva venduto altre cose della cucina. Per esempio nella batteria dei vasi di rame v'erano dei vuoti e molti; quelli rimasti avevano una brunitura (Ida la vedeva al buio) appannata dal tempo e dall'ozio. E girando sempre lo sguardo, lo fermò nel muro sopra il ceppo a treppiede; un filo di ferro, rattenuto da due chiodi, vi sosteneva fra gli altri un coltello lunghissimo e bianco. Una volta questo serviva ad ammazzare i porci. Il pensiero della fanciulla si posò alquanto su quella lama, vi si strofinò, ma il freddo del metallo brunito le diè i brividi, costringendola a staccarsene.