Ma il duca, che non si era mai proposto simili quesiti, non potendo trovarne subito la soluzione, ebbe lo spirito di non cercarla.

—E così?—gli chiese il conte Alberto, quando furono di ritorno per il pranzo.

—Aspetta: ti dirò domani mattina la mia opinione.

—La notte porta consiglio.

—Mio caro, questa volta per aiutarmi davvero dovrebbe portarmi la ragazza.

Il pranzo fu allegro. Ida non era mai stata più nobile e più spiritosa. Alla galanteria piena di spirito, colla quale trattava gli ospiti, si sarebbe quasi detta la padrona di casa, così non dimenticava un sorriso e non lasciava cadere una frase. Il duca di Rivola e il conte Alidosi, sebbene arrivati da poco, s'accorgevano già della novità; mentre Jela, dimenticata nel fondo di quella brillante conversazione, spiava prima curiosa, poi indispettita, l'amica, che le rubava persino l'attenzione di Enrico, rivelandosi in una insolita bellezza quasi prestigiosa come una nudità.

Quindi dalla sala da pranzo passarono nel salone, si fece ancora un po' di musica, Jela cantò una romanza di Gluck, fresca di una primavera immortale, si rise, vi fu ancora una discussione, dalla quale Ida uscì trionfante, e la compagnia si sciolse. Le fanciulle si ritirarono prime. Jela era imbronciata. Traversarono l'appartamento di Ida, e l'altra passava già nel proprio, che non si erano ancora detta una parola.

—Jela!

Ella si volse.