—La sua è di contro,—esclamò sorridendo.
Ida ebbe un sorriso di sprezzo a quella furberia della Nencia di mettere i fidanzati in faccia per farli più presto innamorare, guardandosi la notte nel chiaro mistero della luna; accompagnò Jela fino nel salottino e dandole un bacio ritornò nella propria camera. Ma invece di coricarsi entrò in biblioteca.
L'indomani passò senza nota. I due ospiti, partiti di buon mattino per una partita di caccia, non ritornarono che a vespro carichi di lepri e di fango. Jela era malinconica, Ida tornata all'ordinaria indifferenza per tenere in iscacco il duca, che affettava una certa noncuranza di galante già inoltrato. Ma Jela, incapace di capire un simile gioco, coll'anima piena del nuovo sentimento, si avviluppava nelle odorose mestizie del romanticismo, rifabbricandosi nella testina i lirici mondi di tutti i primi amori. Il conte Enrico le pareva tanto bello, che l'avea sempre amato; e questa sola parola era un oceano, nel quale navigava perdendosi per tutta la lene vastità delle acque sino alle vaporose incertezze dell'orizzonte. Era felice e soffriva. Con tutta la sua malizia di educanda, il pensiero di essere un giorno o una notte sola con Enrico in una camera, le sconcertava perfino i desiderii, mentre non avrebbe osato per cosa al mondo confessargli nemmeno la propria passione. Però si lusingava di essere compresa e che egli parlerebbe per il primo. Non glielo aveva assicurato anche Ida? Ida, ecco chi era disimpacciata. Ella ne provava quasi un rancore.
Quella inferiorità di spirito alla presenza dell'uomo adorato (e la fanciulla credeva già di adorarlo) in un circolo formato unicamente per lei, giacchè nè lo zio nè il conte erano certamente venuti al castello per altri, la umiliava troppo nella vanità, perchè istintivamente non si cercasse attorno una rivincita. Per la prima volta, pensando all'amica si accorse di essere contessa e milionaria. Fu una rivelazione, ne gioì, poi se ne afflisse. Infine se Ida aveva ingegno, aveva anche bisogno di averne! Quindi ricordandosi una per una tutte le pungenti osservazioni della Nencia, le parve di comprenderle solamente allora; ma poi non volle pensarci altrimenti, e presa da una più dolce mestizia, perdonò a Ida lo splendore della intelligenza, promettendosi di esserle sempre, per tutta la vita, l'amica più devota.
Questa vittoria la calmò. Le parve di essere tanto buona, che ne trasse la sicurezza di essere amata. Si era ritirata nel gabinetto lilla e vi aveva abbassato tutte le tende, sedendosi sopra una poltrona da un'ora colla persuasione di non essere già più la Jela degli altri giorni, ma così cangiata, che tutti se ne dovevano accorgere della povera Jela, la quale amava ed era tanto infelice. Per fortuna Ida stette chiusa tutta il giorno nella biblioteca, non comparendo nemmeno a colazione, giacchè avrebbe indubbiamente sorriso di quella idilliaca disperazione e l'altra se ne sarebbe adontata, ritornando alle cattiverie del sapersi contessa.
Ma Ida dal canto proprio aveva ricevuto dal duca una rivelazione del mondo reale, vedendo risolversi in fumo tutti i vecchi disegni. Quell'uomo, che parlava con tanta facilità delle donne, doveva dar loro ben poca importanza in quella abitudine di trovarsele sempre fra i piedi, offrentisi per un tozzo di pane o per un braccio di velluto. Ella, così superba di un'eccezione, e talora inorgogliendosene come di un'aristocrazia, si avvide di essere nella regola e che migliaia e migliaia di donne correvano la sua strada alla sua meta, scinte come le baccanti degli antichi bassorilievi, affaticandosi a spiccare con un gesto fra la moltitudine perchè qualcuno le chiamasse da un balcone, forse a dispetto delle dame oneste appoggiate col gomito sulla finestra a guardare nella strada con sprezzante curiosità.
Ma ella non aveva altra superiorità che la intellettuale, inadatta alla vita libertina moderna. Da molti secoli le Aspasie erano passate di moda e non si trovavano più Pericli per farle regine, o Socrati per divertirle immortalandole. Oggi l'arma più tremenda stava nell'eccentricità, impossibile senza una certa ricchezza. Invece le sue abitudini intellettuali la trascinavano quasi sempre a conversazioni troppo concettose per divertire persone di un dialogo leggero come la loro vita, ed esclusivamente sensibili alla finezza delle maniere. Quindi si accorgeva che le proprie conservavano ancora nell'acre profumo dell'originalità un piccolo sito triviale.
La sera fu amabile senza sforzo, suonò il pezzo a quattro mani col duca, tenendolo a distanza cogli scherzi, ma non potè malgrado ogni premeditazione permettere a Jela di brillare. Così passò anche il giorno seguente, e nell'altro avvenne il colloquio di Jela con Enrico. Questi, che lo aveva preparato di lunga mano, lo condusse secondo le vecchie regole dei romanzi, inebriando la fanciulla così, che appena potè corse nella camera di Ida, la cercò dappertutto, finchè scese nel bosco e se la vide venire incontro al braccio del duca. Allora raccontò tutto. Il duca l'ammonì sorridendo, ma lasciandosi strappare la promessa di trattare egli col conte Alberto.