Il cocchiere, che era biondo, si morse le labbra, ma non ardì rispondere a Giovanni, secco come il ferro e fermo altrettanto; gli altri ghignarono ed il vecchio cavallerizzo uscì. Per le scale s'incontrò colla Nencia.

Una volta si diceva che s'erano voluti bene.

—Jela è proprio contenta?—le domandò con voce strozzata.

La Nencia trovò così strano il dubbio, che alzò le spalle in aria di compassione.

—Allora poi...

Ma Jela non fu contenta che otto giorni dopo.


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III.

Finalmente il duca di Rivola e il conte Alidosi tornarono che il matrimonio era già conchiuso, sebbene il cocchiere non si fosse punto ingannato sulla cattiva fortuna del conte. Ma era un capriccio del vecchio duca di favorire l'elegante dissoluto, rovinatosi in appena tre anni con molte perdite al giuoco ed un ultimo viaggio a Parigi. Proponendogli la ricca nipote, gli aveva anche promesso la propria eredità, per un giorno il più possibilmente remoto, come all'unico figlio di suo fratello già morto e suo erede legittimo, perchè egli non era zio di Jela se non per avere sposata la sorella del conte Alberto. Questi, felice di sgravarsi su qualcuno della propria responsabilità, avea acconsentito, ponendo per sola condizione l'assenso spontaneo di Jela; e la condizione essendosi avverata con una prontezza quasi miracolosa, non restava più che fissare il tempo delle nozze. La dote consisteva in due ricche tenute, delle quali una cadrebbe sotto l'autorità maritale e l'altra rimarrebbe per l'indipendenza dei capricci di Jela; così il conte Alidosi, giovane di appena venticinque anni, sposava la contessa di Valdiffusa, e siccome erano entrambi ricchi, belli e nobili, il loro matrimonio sarebbe dei più felici. Se non lo si pensava da tutti, almeno lo si diceva.