Ma Ida s'irritava di questa concordia di giudizi. Quella felicità, troppo insipida per il suo spirito, le pareva nullameno troppo grande per gente, che univa la nullità presuntuosa del padrone alla nullità bassa del servo. Il loro sorriso aveva per lei la mordacità di un ghigno dissimulato, e la loro calma come l'insolenza di una impunità secolare. Talora, mentre il cuore le si gonfiava di tutte le umiliazioni passate e presenti, avrebbe voluto irrompere ferocemente sovr'essi e disperderli, come aveva fatto Hugo nell'Olimpio colla ringhiosa mediocrità dei critici, in una lirica escandescenza di paradossi e di verità; ma invece le si riaprivano inutilmente tutte le piaghe e, nello sforzo di un singhiozzo, le pareva di sentirsi, come un tisico, la nausea del sangue un istante prima dello sbocco.
Ma Jela soprattutto le faceva male. Jela aveva tutto, era bella, era ricca, era giovane, era buona, era contessa, era amata, era stupida, la maggiore delle felicità. Perchè? Perchè questa differenza? Chi gettava dunque le corone di regina sulla testa delle pupattole per avvoltolare in un fazzoletto di cotone le fronti capaci di dominare le tempeste? E l'orgoglio le si drizzava nell'anima come un ferito, che l'odio, un altro ferito, destava sopra il campo di una sconfitta; si guardavano attorno nella luce mortuale del vespero e, piantandosi gli occhi negli occhi, gittavano fra un rantolo di sangue l'ultima delirante bestemmia dei vinti.
Ma la fanciulla si trovava pur sempre nel circolo di quei felici, accoltavi da una carità tanto più dolorosa che drammaticamente era bella al giudizio del mondo e dei domestici, i primi a giudicarsi suoi eguali in quel palazzo; quindi ritraendosi le saette dagli occhi doveva spesso rispondere con un compiacente sorriso alle loro più odiose pretensioni. Se Jela fosse stata brutta e perversa, le avrebbe perdonato; ma sentirla ammirata da tutti per il suo affetto alla sorella di latte, e doverlo riconoscere ella stessa, era il supremo di ogni spasimo. Nella frenesia di conquistare l'impero della propria forte natura su quella fragile bambola, magari frantumandola, perchè sarebbe stato ancora il miglior modo di conquistarlo, avrebbe rinunziato alle speranze più audaci; ed ecco invece che ella sposava il conte Alidosi, un uomo bello di quella ambigua bellezza, cara ai sogni pagani della sua giovinezza, quando scriveva il Nerone.
Ida lo avea spogliato venti volte collo sguardo.
—È bello!—si era detto,—un giocattolo per una imperatrice.
Una volta, punta da un sarcasmo, gli aveva risposto:
—La bellezza non ispira che il desiderio; bisogna essere grandi per ispirare una passione.
—Ispirare un desiderio è già essere più grandi di chi l'accoglie, perchè si può sempre rifiutarvisi.
—Sempre?!—avea ribattuto, portando ironicamente gli sguardi su Jela.